Si udivano sussurri di preghiere a Betlemme nella notte autunnale del 13 ottobre 1902. Un gruppo di pellegrini italiani, sacerdoti e laici, nell’oscurità, affollava la basilica della Natività, mentre i sacerdoti si preparavano per la Messa. Tra di essi don Guanella, che partecipava al pellegrinaggio dei cattolici italiani in Terra Santa, guidato dal cardinale Andrea Carlo Ferrari, arcivescovo di Milano. Nonostante l’ora proibitiva, don Guanella volle celebrare il sacrificio eucaristico proprio nel luogo dov’era nato Gesù.
«Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9, 5a). Tra i testi che la Chiesa legge nell’Avvento c’è anche questo lieto annuncio: “un bambino è nato per noi”. Nei tempi antichi di cui la Scrittura ci narra, la nascita di un figlio – specialmente se maschio – era ragione della massima gioia per i genitori: per la madre perché le donne trovavano nella maternità la propria realizzazione, e per il padre che mediante il figlio acquistava una discendenza, perpetuava il suo nome e la sua stirpe. Lo racconta il profeta Geremia: «L'uomo che portò a mio padre il lieto annuncio: “Ti è nato un figlio maschio”, lo colmò di gioia» (Ger 20, 15). Se avere un figlio è fonte di gioia, il non averlo è causa di inconsolabile tristezza.
di don Bruno Capparoni, Direttore della Pia Unione
È notissima la raffigurazione di sant’Antonio di Padova con il Bambino, riprodotta in apertura della nostra rivista. È del tutto simile alla raffigurazione di san Giuseppe, a noi tanto cara. Ambedue, il santo francescano e il santo Patriarca, stringono tra le loro braccia il Bambino Gesù e ci richiamano a ciò che festeggiamo ogni anno a Natale, cioè che il Figlio di Dio si è mostrato agli uomini nelle sembianze di un bambino.
Per accompagnare la raffigurazione di sant’Antonio abbiamo scelto un brano del suo Sermone sul Natale, che contiene questa bella frase: «[Maria] Diede alla luce il suo figlio primogenito. […] Ecco il paradiso!». Poche parole nelle quali sant’Antonio esprime ciò che ha provato nella visione del Bambino: ha visto e abbracciato la piena felicità, ha abbracciato il paradiso. Antonio si era raccolto nelle vicinanze di Padova, a Camposampiero, dove un nobiluomo gli aveva preparato una piccola cella. Pregava, cioè praticava la virtù della fede. Ottenne in regalo di vedere con gli occhi Gesù Bambino, quale compimento straordinario di quanto avviene ordinariamente in ogni preghiera cristiana: l’incontro con Dio.
Anche a noi, quando festeggiamo da cristiani il santo Natale, è “donato il paradiso”. Forse non godremo dell’esperienza straordinaria di sant’Antonio, ma la nostra sarà piuttosto come quella di Maria, di cui scrive don Guanella: «Maria santissima non scorge sensibilmente la divinità che è nel celestiale bambino; eppure è beata in credere. Quale beatitudine per la madre del Salvatore!» (Nel mese dei fiori, 1884). La Madonna e anche san Giuseppe, quando scorsero per la prima volta il Dio neonato, esclamarono: «Ecco il paradiso!». Ma questa può essere anche la nostra umile e grata esclamazione, nel momento di celebrare il Natale abbracciando Gesù Salvatore.
Questo sguardo e questo “abbraccio” che diamo a Gesù è il vero regalo di Natale. Un regalo da implorare dallo Spirito Santo e da custodire nella preghiera e nel raccoglimento. Un regalo che giustifica e rende belli gli altri regali, se restano nella parsimonia. Un regalo preziosissimo, che ci riempie e ci rende capaci, anzi bisognosi, di esercitare la carità. Un regalo divino che nelle nostre mani si fa regalo terreno, da distribuire con abbondanza a coloro che ci fanno regali, ma anche a coloro che non possono darci nulla. Un regalo che ci rende disponibili a usare le nostre ricchezze (tante o poche che siano) per renderci amici i poveri, secondo la raccomandazione di Gesù: «Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne».