Il fascino di san Francesco raggiunse il contadino Giovanni che divenne discepolo del Poverello e fedelissimo imitatore. Fu testimone di semplicità
di Angelo Forti
Tra i molti incontri di san Francesco, le fonti francescane tramandano quello con un certo Giovanni, che la tradizione identifica con il soprannome di "semplice". Di lui sappiamo che era originario del borgo di Nottiano, situato sul monte Subasio presso il paese di Armenzano. Le fonti che ci narrano di questo incontro sono tre: il Memoriale di Tommaso da Celano, la Compilazione di Assisi e lo Specchio di perfezione. Tutte attingono chiaramente da una fonte comune, ovvero dalle testimonianze raccolte dopo la richiesta del ministro generale Crescenzio da Jesi. Infatti nel 1244 questi chiese ai frati che raccogliessero episodi sulla vita e i miracoli di san Francesco, La narrazione contenuta nella Compilazione di Assisi è da privilegiare perché tramanda una descrizione più spontanea e conserva numerosi dettagli autentici.
L'inizio dell'episodio è narrato con le seguenti parole: «Un giorno il beato Francesco si recò nella chiesa di una borgata del territorio di Assisi e si mise a spazzarla. La voce del suo arrivo nel villaggio si sparse immediatamente [...]. Sentì la notizia anche un certo Giovanni, uomo di meravigliosa semplicità, che stava arando un suo campo vicino a quella chiesa. E subito andò da lui, e lo trovò che stava pulendo con la scopa. Gli disse: Fratello Francesco, dà la scopa a me che voglio aiutarti. Prese lui la scopa e finì di fare pulizia».
San Francesco non considerava sconveniente prendere una scopa per pulire la casa di Dio, ma fu proprio quel gesto a fargli incontrare il semplice contadino Giovanni, che stava facendo anche lui un lavoro servile. Se vogliamo collocare cronologicamente l’episodio, possiamo fissarlo non lontano dal tempo in cui Francesco si era messo a ricostruire la chiesetta diroccata di san Damiano.
Dopo la condivisione dell’umile lavoro, i due si siedono e iniziano un dialogo. Giovanni confida a Francesco che era da tempo sua intenzione servire Dio e unirsi a lui e ai suoi frati e dichiara: «Voglio fare tutto quello che a te piacerà». Colpito dal suo fervore e da questa sua pura semplicità, Francesco, che allora aveva ancora pochi frati, gli risponde: «Fratello, se vuoi condividere la nostra vita e la nostra compagnia, è necessario che tu ti espropri di tutte le cose tue che puoi avere, senza provocare scandalo, e le doni ai poveri, secondo il consiglio del santo Vangelo. Così hanno fatto i miei fratelli cui è stato possibile». Subito Giovanni va nel campo, prende uno dei buoi, con cui sta arando, e lo porta a Francesco, offrendoglielo in quanto sua parte di eredità per darlo ai poveri.
Ma il gesto di Giovanni ha pesanti ripercussioni sulla sua famiglia «numerosa e senza risorse». Egli era infatti il figlio più grande, e gli altri fratelli erano ancora piccoli, e soprattutto il dare via un bue significava una grave perdita per il sostentamento familiare. Il testo delle fonti francescane prosegue con il racconto della compassione di san Francesco verso quella famiglia di poveri contadini e narra dell'invito che Francesco rivolge loro di preparare un pranzo per mangiare insieme, affinché possano smettere di piangere ed essere infelici. È come se frate Francesco abbia predisposto un luogo per incontrare queste persone, avendone colto la profonda preoccupazione per il proprio sostentamento. Il luogo preparato è la mensa che nel vissuto degli uomini rappresenta la gioia. In questo contesto Francesco può rivolgersi ai familiari di Giovanni e spiegare il vantaggio di questa scelta del loro figlio, non solo per l'onore che si dà a Dio, in quanto «una creatura di Dio si propone di servire il suo Creatore»; ma anche per il fatto che «d'ora innanzi tutti i nostri frati saranno vostri figli e fratelli».
Dopo aver consolato le famiglia, Francesco prende con sé Giovanni, ma restituisce alla famiglia il bue che gli aveva offerto per i poveri. Il testo delle fonti conclude: «Tutti furono confortati dal discorso del beato Francesco e soprattutto furono felici che fosse loro reso il bue, poiché erano veramente poveri».
Francesco accoglie Giovanni nella fraternità e lo porta sempre con sé come suo compagno. Costui per la sua semplicità voleva imitare materialmente ciò che faceva Francesco, anche nei più insignificanti gesti. Visto ciò, il santo con grande letizia e dolcezza prova a redarguirlo per tale ingenuità, ma Giovanni gli risponde: «Fratello, ho promesso di fare tutto quello che fai tu; e perciò intendo fare tutto quello che tu fai». Francesco resta meravigliato e felice nel vedere tanta semplicità.
Il racconto si chiude menzionando i progressi di fra Giovanni «in tutte le virtù e nei buoni costumi», tanto che «il beato Francesco e gli altri frati restavano stupefatti della sua santità». La sua morte precede quella di Francesco che «colmo di letizia nell'intimo ed esteriormente, raccontava ai frati la vita di lui e lo chiamava san Giovanni in luogo di frate Giovanni».
Francesco è stato conquistato da questa persona "semplice". Sappiamo bene che l'etimologia della parola semplice ci riporta al latino simplex, che a sua volta è formato dall'unione del prefisso sem- = uno solo (vedere l'avverbio latino semel = una sola volta) con la radice plek-, che troviamo nel verbo latino plectĕre = piegare. Pertanto, il significato originario dell'aggettivo "semplice" è "piegato una sola volta" cioè costituito da un solo elemento. Si intende che chi è semplice ha una personalità non complicata, non duplice o che nasconde doppi fini o cela ombre, ma diretta e facile da conoscere. Chi è semplice ha una sola piega e quell'unica piega rimane aperta per poter conoscere e incontrare Dio e gli altri uomini. L'atteggiamento di frate Francesco davanti a tanta genuina semplicità è stato quello di aprire questa piega per scoprire l'uomo Giovanni e condurlo pazientemente all’incontro con il Signore, facendo di lui un autentico frate francescano.