Avvento, tempo di gioia per l’attesa del Figlio di Maria. Tempo in cui aprire il cuore ai figli e donare loro speranza. Tempo per pretendere pace e giustizia per tutti i figli
di Rosanna Virgili
«Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9, 5a). Tra i testi che la Chiesa legge nell’Avvento c’è anche questo lieto annuncio: “un bambino è nato per noi”. Nei tempi antichi di cui la Scrittura ci narra, la nascita di un figlio – specialmente se maschio – era ragione della massima gioia per i genitori: per la madre perché le donne trovavano nella maternità la propria realizzazione, e per il padre che mediante il figlio acquistava una discendenza, perpetuava il suo nome e la sua stirpe. Lo racconta il profeta Geremia: «L'uomo che portò a mio padre il lieto annuncio: “Ti è nato un figlio maschio”, lo colmò di gioia» (Ger 20, 15). Se avere un figlio è fonte di gioia, il non averlo è causa di inconsolabile tristezza.
Ma il bambino di cui parla il profeta Isaia non è uno qualsiasi, è davvero speciale poiché «sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (9, 5b). So-
no titoli solenni, paragonabili a quelli che venivano attribuiti al Faraone d’Egitto quando veniva incoronato. Il “figlio” che ci è stato dato è, pertanto, un futuro governante, paradossalmente
un “padre” vero, un messia che porterà finalmente la pace: «Grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre» (Is 9, 6).
Era il sogno di Gerusalemme
di poter avere un Principe di pace, ancora oggi agognato nella terra di Dio, la Terrasanta. Dove sembra risuonare la voce del Profeta che annuncia che un “figlio” verrà a salvare tutta la regione dalla rovina causata della follia di ministri sciagurati e crudeli. Un bambino su cui tutto il popolo dovrà riporre le sue speranze per un futuro di luce.
Questa figura viene identificata dai cristiani con Gesù: è lui quel figlio che giunge sulla terra come un dono del Padre a consolare questa valle di lacrime, a ristabilire la giustizia e il diritto, a rispondere al grido degli oppressi, ad annunciare la liberazione di tutti gli schiavi e le schiave, creati dalla prepotenza e dall’arbitrio.
Stupendo è l’annuncio e per questo emozionante è il tempo di Avvento che stiamo vivendo. È quanto di più lieto possa albergare il nostro cuore nell’attesa del Natale: che un bambino venga a visitarci, a ripulire il mondo da tutte le cancrene che lo divorano, non solo in superficie ma soprattutto nell’anima. Un mondo vecchio, corrotto, incorreggibile, mai stanco di tornare ai suoi errori. Incapace di volare oltre le proprie miserie, di smettere di uccidere, di rapinare, sempre rivestito di menzogna.
Ma come è possibile che proprio un bambino venga a salvare l’umanità dalla catastrofe, se sono i bambini le prime vittime della violenza e delle guerre? Se i soldati prendono proprio loro per farne scudi umani mostrando quanto smisurata possa essere la malvagità? E quanto cinico possa essere il male di chi ordina a giovani soldati ventenni di compiere simili gesti?
L’annuncio della venuta di Ge-
sù nelle tenere membra di un neonato – peraltro deposto in una mangiatoia adibita alla cura degli animali – prima ancora che consolarci ci fa stringere il cuore. «Ci è stato dato un figlio», dice il profeta Isaia. È stato dato oggi a noi. Siamo pronti a riceverlo? O “non c’è posto per loro” – per lui e i suoi genitori – nel nostro “albergo”? C’è spazio nella nostra casa e, soprattutto, nel nostro tempo, nei nostri programmi settimanali, tra mille impegni già presi, per accudire un “figlio”?
Tanti segni direbbero di no, se si trattasse di un bambino in carne e ossa. Anche quest’anno il numero delle nascite si è ulteriormente abbassato in Italia, il numero delle classi scolastiche si è contratto e molti insegnanti sono stati trasferiti o lasciati senza lavoro. Anche per i figli più grandi non sembra che ci sia molto posto nelle nostre città. Le ultime statistiche dicono che il 38% dei giovani laureati è “scappato” all’estero. Non solo non c’è lavoro per loro, ma neppure la possibilità di affittare una casa, poiché i proprietari chiedono canoni esorbitanti o decidono di aprirvi dei bed & breakfast molto più redditizi. Così i centri delle nostre città si svuotano e i figli son costretti a emigrare.
«Ci è stato dato un figlio», ci dice la liturgia che ci accompagna al Natale, ma finché lo vediamo come una statuetta nel presepe parrocchiale, non c’è problema, ci chiede solo di andare ad ammirarlo, noi al caldo dei nostri cappotti e lui nudo, ma tanto è di legno. Facciamo fatica a credere che proprio i figli, quelli veri, quelli che ci chiedono amore, accoglienza, cibo, casa e cura, siano il nostro bene più grande, ci regalino un mondo migliore, vivano anche per noi le meraviglie che riserva il futuro. Ed è davvero avvilente vedere come i potenti, i governanti attuali nel mondo, armino guerre per far morire giovani e bambini, riproponendo l’orrore che il re Erode fece cadere sulla “terra promessa”, uccidendo tutti i neonati da due anni in giù. Con lo scopo di rigettare quel “figlio” che veniva a portare la pace sul trono di Davide, a consolidarlo e rafforzarlo con il diritto e la giustizia, da allora e per sempre.
Prepariamoci, dunque, a sciogliere i nostri timori e ad aprire le braccia e il cuore verso il dono d’amore che è il “Figlio disceso dal cielo” e cantiamo nel nostro tempo di Avvento con voce di speranza: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (Is 9, 1-2).