Reduce dal viaggio in Terra Santa, don Guanella spiega ai suoi ragazzi che un cristiano sta con Gesù quando lo riconosce nella fede e lo riceve nell’Eucaristia.

don Bruno Capparoni, Direttore della Pia Unione

Si udivano sussurri di preghiere a Betlemme nella notte autunnale del 13 ottobre 1902. Un gruppo di pellegrini italiani, sacerdoti e laici, nell’oscurità, affollava la basilica della Natività, mentre i sacerdoti si preparavano per la Messa. Tra di essi don Guanella, che partecipava al pellegrinaggio dei cattolici italiani in Terra Santa, guidato dal cardinale Andrea Carlo Ferrari, arcivescovo di Milano. Nonostante l’ora proibitiva, don Guanella volle celebrare il sacrificio eucaristico proprio nel luogo dov’era nato Gesù.

Portò con sé il ricordo indelebile di quella celebrazione notturna e ne scrisse poco tempo dopo, sul bollettino La Divina Provvidenza del gennaio 1903: «Tra le due e le cinque, unico tempo disponibile per celebrare, tutti i sacerdoti qui convenuti offrirono il santo Sacrificio sull’unico altare della Grotta ed io pregai per me, per i membri delle Case, per tutti i benefattori in generale e per ciascuno in particolare».

Nel breve arco di un mese, precisamente dall’11 settembre al 21 ottobre del 1902, era riuscito a coronare un sogno, lungamente coltivato, di visitare i luoghi dove il Figlio di Dio aveva respirato, camminato, lavorato e pregato, dove era morto innocente sulla croce e dove era risorto vittorioso. Fu il suo primo viaggio veramente impegnativo, che poi gli avrebbe aperto la strada dei viaggi successivi, fino alla visita negli Stati Uniti per fondare l’Opera delle sue suore.

Erano quelli giorni di letizia spirituale, mentre si trovava a Nazaret, ed esclamava: «No, non sogno ed è vero, verissimo che questa è la patria terrena di Gesù e che Gesù per lo spazio di trent’anni visse in questo luogo, percorse queste vie e incallì le mani nella bottega del fabbro» (La Divina Provvidenza, gennaio 1903). Raccontava che a Nazaret i pellegrini italiani erano stati accolti e intrattenuti da una banda musicale, formata dagli allievi palestinesi del collegio salesiano e che, oltre alla musica, quei ragazzi avevano raccontato con entusiasmo la vita collegiale alla scuola dei discepoli di don Bosco.

Dalla visita in Palestina riportò sentimenti e ricordi che poi, al suo ritorno, comunicò agli ospiti della Casa Divina Provvidenza a Como. Proprio nella notte del primo Natale dopo il pellegrinaggio, in attesa della Messa di mezzanotte, si intrattenne con i ragazzi, educati dai suoi Guanelliani. A un certo punto della sua conversazione, don Guanella volle suggerire un paragone tra i suoi giovani ascoltatori e gli adolescenti di Nazaret: «Quei fanciulli mi parvero assai buoni. E come potrebbero non esserlo, trovandosi nel paese stesso di Gesù, respirando, vorrei dire, coll’aria, gli stessi esempi da lui lasciati?».

Ma ebbe subito un ripensamento, guardando gli alunni della Casa Divina Provvidenza, e aggiunse: «Ma voi, voi miei figliuoli, che il Signore ha radunato qui, vorrete esser da meno di quelli, voi che fra un breve momento non respirerete già solo l’aria respirata da Gesù, ma accoglierete Gesù stesso nel vostro petto? Ricevere la santa Comunione nell’ora in cui il divin Bambino comparve sulla terra, acceso del desiderio della salvezza nostra, è cosa ben più grande di quello di vivere nel paese di Gesù. Voi comunicandovi vivrete con lui, vivrete della stessa sua vita, voi sarete una cosa sola con Gesù» (La Divina Provvidenza, gennaio 1903).

Era tornato dal paese di Gesù pieno di entusiasmo per ciò che aveva visto, ma allo stesso tempo rassicurava i suoi giovani che avrebbero potuto avere la stessa fortuna, vivendo la fede e ricevendo l’Eucaristia.

Don Guanella ha manifestato sempre con chiarezza quale è il vero cuore della festa del Natale. È Gesù risorto, presente con noi, che viene a offrirci se stesso, aspettandosi che lo ricambiamo con il dono della nostra persona e della nostra vita. Alcuni anni prima, mentre si trovava a Pianello del Lario e aspettava «l’ora della misericordia» in cui iniziare le opere di carità alle quali si sentiva chiamato, nella notte di Natale, don Guanella aveva detto ai parrocchiani del paesello lariano: «Betlemme è diventata la città santa, la città illustre. Da quella, come da un centro di sole vivissimo, partono raggi di luce splendida. Guarda là e rischiara gli occhi della tua mente! Betlemme è diventata la vera casa del pane, perché Gesù apparendo in quella è venuto salvatore per saziare con il cibo della verità le anime di tutti. A Betlemme adunque, accorriamo tutti al Salvatore che dona la vita!».

Il nome di Betlemme significa “casa del pane” e partendo da qui don Guanella richiamava i fedeli al vero valore della festa e della notte natalizia, che consiste nel fissare lo sguardo della fede su Gesù e poi accoglierlo in noi quando viene nel pane eucaristico. Il pane che offre Betlemme e che noi dobbiamo cercare è il pane di Gesù Cristo, vero cibo e vera bevanda per la vita eterna.

Il messaggio di don Guanella ci richiama a vivere la festa del Natale collocandoci nel cuo-
re stesso della fede, che è la scoperta piena di stupore di Gesù, il Dio bambino nella povertà, e, nel medesimo tempo, il Dio bambino nato per salvarci. Vuole che riascoltiamo le parole dell’angelo ai pastori: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino av-
volto in fasce e coricato in una mangiatoia».

Don Guanella diceva ai suoi ragazzi, e dice oggi a noi, che per coloro che hanno il dono della fede, Betlemme è ovunque vi siano cristiani che accolgono Gesù, presente nel Pane santo. Allora stava tra le braccia di Maria, oggi è riconosciuto dai credenti come allora fu visto dai pastori, che se ne tornarono a casa «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro»