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Sabato, 09 Settembre 2023 15:06

Croci di vetta

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di don Bruno Capparoni

Che cosa vi è di più bello che una passeggiata estiva in alta montagna? Ne ricevono beneficio il corpo e lo spirito. Talora sui sentieri e sulle cime dei monti incontriamo le "croci di vetta" che diventano la meta del nostro camminare e restano legate quasi inseparabilmente al panorama che contempliamo. A volte sono croci poste a ricordo di un avvenimento luttuoso, di una disgrazia in montagna o di un evento bellico, e allora richiamano il viandante a pensieri mesti e alla preghiera.

All’inizio di questa estate è apparsa su alcuni media una polemica, peraltro di breve durata e abbastanza pacata: se le cosiddette "croci di vetta", in quanto collegate con una religione specifica che è il cristianesimo, possano costituire un elemento “non identificativo” o addirittura “divisivo”, mentre alle montagne bisognerebbe mantenere un carattere “neutro”. 

Trasmetto ai lettori de La Santa Crociata una mia riflessione in proposito. 

Prima di tutto la croce non vuole (e neanche può) essere un simbolo divisivo. Essa è intrinsecamente segno di amore, di un dono di sé per amore fino alla morte. La parola che l’accompagna è di Gesù nel Vangelo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15, 13). A chi pianta una croce o a chi la guarda non può sfuggire questo primo riferimento.

Talora poi le croci in montagna richiamano un incidente, un dolore gravissimo e inatteso, una morte. In tal caso la "croce di vetta" contiene un grido di dolore e allo stesso tempo un’invocazione. Nulla dunque di più alieno da intenti “divisivi”; queste croci sono segno di un pianto umano e di una consolazione divina.

Spesso le "croci di vetta" sono collocate presso panorami stupendi, quasi a simbolizzare uno stupore che si impone. Un giovane alpinista raccontava questo stupore in una lettera a un amico: «Ogni giorno m’innamoro sempre più delle montagne e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la grandezza del Creatore». Parole del beato Piergiorgio Frassati, alla ricerca di ciò che le croci indicano con il loro muto linguaggio: una Presenza. 

Certo, discussioni e anche polemiche, come quella a cui ho accennato, oggi non ci devono meravigliare più di tanto. Non è raro incontrare chi è convinto che, per rispetto alla libertà o anche alla giustizia, si debbano cancellare i segni esterni di una identità religiosa, come potrebbero essere le croci. Questo pensare potrebbe in futuro diventare maggioritario e quindi dovremmo assistere alla rimozioni di croci e altri simboli di fede in nome del rispetto dell’altro. Certo, sarebbe un grande dolore! Ma nessuno potrà mai strappare la croce dalla nostra mente e dal nostro cuore. In fondo sono la mente e il cuore dell’uomo credente la vera “vetta” su cui è piantata la croce. Se starà ben fissa in quel luogo, la sua funzione e la sua verità non resteranno annullate, mai! 

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