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Sabato, 30 Maggio 2020 12:02

Invocazione a Dio per alimentare speranze di guarigioni

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Tempo di pandemia

di Mario Carrera

Nelle interminabili settimane di “clausura” quante volte sarà uscito dalla nostre labbra l’interrogativo: «Sino a quando, o Signore, continuerai a dimenticarmi?».

Tutti eravamo come dei naufraghi sballottati in un mare di paure, paralizzati dai numeri dei contagiati, dei ricoverati in terapia intensiva e dal numero dei morti. «Sino a quando, Signore, la mia anima proverà affanni e la tristezza continuerà ad essere la severa regina del mio cuore?».

Questi interrogativi sono contenuti nella preghiera del salmo 12. Il salmista prega Dio in una situazione di grande afflizione.

«Sino a quando, Signore?»: è la supplica costante della vita nel tempo del “silenzio di Dio” e nei tempi bui.

In questo cielo plumbeo del corona-virus mi ha colpito questa espressione: «L’oscurità è il fratello anziano della luce». A riflettere, l’oscurità, in effetti, è la primigenia del desiderio struggente della luce. Anche Dio ha guardato e ammirato la creazione sul finire della notte e poi, ai confini dell’alba, ha fatto esplodere la luce.

Nel mondo ebraico il giorno inizia la sera, appunto, con l’oscurità. Il primo versetto della Bibbia inizia proprio così: «La terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». L’alba arriva come un dono inaspettato. Anche noi in questa pandemia vediamo illuminarsi l’orizzonte e questo ci invita a guardare il futuro con gli occhi carichi di una memoria ed illuminata dalla speranza. Così anche il buio dell’interrogativo: «Sino a quando?» possiede il seme della speranza.

Nelle scorse settimane, come un sibilo angosciante, il “perché” del flagello della pandemia che ha spezzato esistenze e sicurezze, ha seminato lutti e ha smascherato anche tante presunzioni di onnipotenza che ci ha fatto scivolare nell’illusione di poter vivere anche senza Dio. Questo disagio strisciante accanto ai laboratori degli scienziati ci suggerisce di aggiungere uno spettro suppletivo per cogliere nel complesso meccanismo della vita una vibrazione spirituale, cogliere nel metabolismo umano quella particella divina che ci permette di guardare la vita come la vede Dio e, solo allora, potremo vedere che nulla è profano nel mondo e che la fede non è solo alzare gli occhi verso Dio, ma guardare la terra con gli occhi stessi di Gesù che ha assaporato l’amarezza delle nostre lacrime.

In questi tempi giustamente è stato scritto che «C’è la vita da ricominciare, con slancio e giudizio. C’è storia da fare. Sarà dura, e non può essere ridotta a un’avventura».

Come eco del «Sino a quando, o Signore» c’è un appello alla fede da parte di Gesù: «Non abbiate paura» che non è tanto un credere che Dio esista, ma è un fidarsi di lui, è avere la consapevolezza che la nostra vita gli appartiene e ne condivide il disagio e la difficoltà. In questo numero della rivista pubblichiamo una serie di testimonianze che hanno saputo riempiere il tempo del disagio come occasione per un tempo di scelta per valutare cosa passa nell’anima e valutare ciò che è necessario e ciò che è inconsistente come una nuvola. è tempo di un riconoscimento per reimpostare la vita verso Dio, come forza di attrazione dei valori grandi e verso il prossimo ponte necessario per arrivare a Dio.

Accanto alle testimonianze riferite (v. pag. 19) quante persone nel silenzio e nell’anonimato hanno attraversato la valle buia della paura, alzando gli occhi verso il cielo e stimolati dalla preghiera, hanno attinto coraggio e sentito nascere nell’anima fiducia e forza per confessare: «Con l’aiuto di Dio ce la faremo».

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