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Rosanna Virgili

Le donne e la nascita della Chiesa 

La storia della Chiesa delle origini è quella di una realtà in continua uscita, di un’esperienza di fede che si incarna nella storia e sempre si rigenera, di incontri avvenuti sotto la guida e la spinta dello Spirito. La prima residenza della comunità cristiana è una stanza «al piano superiore dove erano soliti riunirsi» (At 1, 13): un luogo di assemblea che nella lingua originaria del Nuovo Testamento, il greco, si dice ekklesìa, vale a dire “Chiesa”.

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card. Ennio Antonelli

L’Assunzione è la Pasqua di Maria. 

Maria è assunta in cielo. Il cielo, alto, immenso, luminoso, è simbolo di Dio ed evoca la trascendenza, la grandezza, la gloria di Dio. Dire che Maria è assunta in cielo significa che ella è accolta alla presenza immediata di Dio, che è pervenuta a una esperienza diretta di lui e alla visione beatifica, che è pervenuta a una unione perfetta ed eterna. Maria è introdotta nella Trinità, come appare in molte rappresentazioni pittoriche del Seicento, dove Maria è più vicina al Padre, al Figlio e allo Spirito degli angeli e dei santi.

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Le famiglie guardino al “tipico” quadro che è la
Sacra Famiglia, al suo amore soprannaturale, eppure bello, completo, secondo natura. 

Che cosa di più umile, di più semplice, di più silenzioso, di più nascosto ci poteva offrire il Vangelo da mettere accanto a Maria e a Gesù? La figura di Giuseppe è proprio delineata nei tratti della modestia la più popolare, la più comune, la più – si direbbe, usando il metro dei valori umani – insignificante, giacché non troviamo in lui alcun aspetto che ci possa dare ragione della sua reale grandezza e della straordinaria missione che la Provvidenza gli ha affidato, e che forma, a buon diritto, il tema di tante considerazioni, anzi di tanti panegirici in onore di san Giuseppe.

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Dalla figura dell’antico Giuseppe, figlio di Giacobbe,
si ricavano i tratti evangelici di Giuseppe di Nazareth.
Questi vive insieme a Gesù e a Maria una vita a loro “relativa”.

di mons. Silvano Macchi

testi del Vangelo che parlano di san Giuseppe sono pochi. Non ci dicono quanto tempo abbia vissuto con Gesù e con Maria e che fine abbia fatto poi… Semplicemente sparisce! Dei due evangelisti che ne parlano, Luca privilegia il punto di vista di Maria, e di Giuseppe dice soltanto il nome. Matteo invece ci offre qualche particolare in più, perché egli negli episodi dell’Infanzia privilegia Giuseppe come figura di riferimento. Ma anche nel caso di Matteo abbiamo pochissimi elementi per la caratterizzazione del personaggio. Non abbiamo i tratti fisici o il suo aspetto esteriore e nemmeno vagamente ci viene indicata l’età anagrafica. La cosa non deve sorprenderci, perché l’intenzione di Matteo è quella di tratteggiare il profilo simbolico di Giuseppe e non è interessato al profilo realistico del personaggio. 

Lo spessore simbolico e teologale di Giuseppe è suggerito mediante il riferimento a due figure dell’Antico Testamento: Giuseppe, il figlio di Giacobbe, e Mosè, il legislatore. Mi voglio soffermare ai suggerimenti che vengono dall’associazione simbolica tra san Giuseppe, padre putativo di Gesù, e Giuseppe figlio di Giacobbe (un “doppio letterario” perfetto a cominciare dal nome stesso). 

Riferiamoci al brano che racconta la fuga in Egitto (cfr. Mt 2, 13-15). Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò. Erode infatti cerca il bambino per ucciderlo». Giuseppe obbedì (come sempre!), si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta (Os 11, 1): «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Non è dunque un caso che Gesù – come già era accaduto a Giuseppe, figlio di Giacobbe – finisca in Egitto, in una terra straniera, nella quale il Dio di Israele è sconosciuto e la vita dei figli è possibile soltanto nella condizione di schiavi. 

In seguito gli undici fratelli e il padre stesso Israele/Giacobbe vanno in Egitto per fame; là ritrovano il fratello Giuseppe, prima venduto e perduto. A quel punto Giuseppe diventa quasi un padre per i fratelli e per lo stesso padre Giacobbe. Padre premuroso, ma anche cauto e nascosto, come tutti i padri. Possiamo notare che per Giuseppe, figlio di Giacobbe, il nascondimento ha diversi aspetti. Prima è nascosto a opera dei fratelli, che lo mettono in una cisterna, lo vendono ai mercanti egiziani; costruiscono per il padre Giacobbe la falsa narrazione della sua morte a opera di un leone. In un secondo momento il suo nascondimento dipende invece dalla sua stessa iniziativa; non si fa riconoscere dai fratelli, attende che si convertano, che rileggano con occhi diversi la loro antica invidia per il figlio preferito. Nascondendosi ai fratelli, Giuseppe ne propizia la conversione. 

Questi tratti del nascondimento del figlio di Giacobbe illuminano la figura dello sposo di Maria e padre putativo di Gesù. Anche lui è quasi nascosto, non soltanto perché di lui si dice poco nel Vangelo, ma soprattutto perché di lui si dice che è uno che si tira da parte, che sta da parte (ma non nel senso che fa finta di niente e non gli importa di nessuno) e nello stesso tempo è vicinissimo, è prossimo! è con Gesù e con Maria sua sposa.

Si potrebbe dire che san Giuseppe è tutto e sempre “relativo” a Maria (come sposo) e a Gesù (come padre). Usando lo schema degli “attanti” – nella linguistica moderna sono i personaggi in una azione, in un racconto – il ruolo attanziale svolto da Giuseppe è quello di aiutante, custode, in quanto offre un aiuto iniziale e indispensabile al soggetto principale del racconto che è Gesù e, con Gesù, a Maria. Essendo egli obbediente e docile esecutore della parola ricevuta da Dio, si tira da parte, dall’inizio alla fine. All’inizio quando Maria è incinta; poi durante la nascita di Gesù; quindi nel ritiro in Egitto; alla fine quando si ritira a Nazareth nella Galilea. Per dire che Giuseppe “si ritirò”, il Vangelo usa il verbo anachorein, dal quale deriva il termine anacoreta. Gli anacoreti nei primi secoli del cristianesimo si ritiravano in solitudine per dedicarsi alla preghiera e alla vita ascetica; erano i cosiddetti “padri del deserto” del III e IV secolo. 

Giuseppe, pur essendo personaggio secondario, è decisivo per custodire e garantire l’incolumità del grande protagonista del Vangelo, nonché è obbediente e docile esecutore della parola ricevuta da Dio. Giuseppe – e con lui anche Gesù – vive un lungo tratto della sua vita come “anacoreta”. Ritorna il tratto nascosto e tuttavia essenziale e fondamentale di san Giuseppe. A questo proposito è utile ricordare che la tradizione cristiana ha scelto, per gli anni della vita di Gesù trascorsi a Nazareth, la denominazione di “vita nascosta”.

In conclusione si potrebbe dire che Giuseppe è il testimone della “prossimità distante” di Dio alla nostra vita. Di san Giuseppe si può dire ciò che di Abramo dice la Lettera agli Ebrei: «Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende» (Eb 11, 9). Anche san Giuseppe, erede dei patriarchi, abitò nella sua terra e presso il suo Figlio di Davide, ma quasi come uno straniero.

San Giuseppe aiuti tutti noi a essere testimoni del Padre dei cieli, vicino e insieme incomprensibile. Anche Dio non si vede, non si tocca, non si sente, sembra che stia in disparte e che non si accorga di noi. E tuttavia è sempre vicinissimo a chi sempre da capo si inginocchia a fronte del suo mistero e chiede aiuto per sé, per la propria vita e per vita del mondo. Cerchiamo di identificarci con san Giuseppe, – pur trattato sobriamente nei Vangeli, come abbiamo visto, ma anche con “simpatia” – in modo da fare nostro il suo atteggiamento e imitarlo.  

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