Gregorio Magno fu il primo a usare il titolo Servus servorum Dei, proprio quando si vide costretto a supplire al governo civile di Roma  

di Lorenzo Bianchi

Era davvero un momento difficile quello in cui, alla morte di papa Pelagio II il 7 febbraio del 590, a causa della peste che infestava Roma, venne scelto come suo successore il suo segretario, il cinquantenne Gregorio, nato da famiglia ricca e di rango senatorio, probabilmente quella degli Anicii. Prima era asceso alla più alta carica civile, quella di praefectus Urbis; in seguito fattosi monaco, aveva trasformato in monastero il proprio palazzo sul Celio (ancora è riconoscibile il triclinio, nella cappella intitolata a santa Barbara, nel quale quotidianamente veniva allestita la mensa per i poveri).

Roma, l’antica sede degli imperatori, notevolmente impoverita dalle continue guerre, forse non raggiungeva più nemmeno i centomila abitanti, e dal punto di vista politico era governata da un viceré bizantino (esarca) residente a Ravenna. I Bizantini erano da qualche decennio subentrati ai Goti, che avevano conquistato Roma, come il resto dell’Italia, alla fine del V secolo. L’imperatore Giustiniano nel 534 aveva dato inizio alla riconquista dell’Occidente, provocando una lunga guerra che aveva devastato campagne e città. Il generale bizantino Narsete aveva occupato la città definitivamente nel 552, ma solo dopo pochi anni l’Italia fu di nuovo in guerra, invasa dai Longobardi dal 568.

Nel 590, quando Gregorio viene eletto papa, i Longobardi invasori arrivano a devastare e saccheggiare la campagna intorno a Roma; le popolazioni contadine, le comunità monastiche e il clero rurale riparano in gran parte dentro il recinto delle Mura Aureliane, aggravando così le difficoltà d'approvvigionamento della città. Nelle varie biografie di Gregorio sono descritte a tinte fosche le inondazioni del Tevere, i granai sulle sue rive distrutti, il bestiame annegato, la carestia e le conseguenti epidemie.

In questa situazione Gregorio si trova dunque improvvisamente investito della responsabilità della guida della Chiesa di Roma. Investito, contro la sua volontà, di un carico che istintivamente cerca di evitare, fino a tentare addirittura la fuga da Roma: tentativo sventato dal popolo romano, che lo preleva da casa mentre si prepara a fuggire, e lo conduce in San Pietro, dove viene consacrato la domenica 3 settembre. L’iconografia classica costantemente lo rappresenta con la colomba – cioè lo Spirito Santo – che gli suggerisce all’orecchio le azioni da compiere. Azioni alle quali non si sottrae, anche se sembrano sovrastare le sue capacità.

Viene quindi a patti con i Longobardi salvando Roma da distruzioni e saccheggi, come accade soprattutto nel 593, quando riesce ad allontanare Agilulfo che assediava la città. È poi il promotore dell’evangelizzazione della Britannia con l’invio, nel 596, di un gruppo di monaci del suo monastero sul Celio guidati dall’abate Agostino, il futuro vescovo di Canterbury: i missionari romani sbarcano nel 597 nel regno di Kent, il cui re, Etelberto, sarà battezzato probabilmente nella Pasqua del 601.

Nello stesso tempo, Gregorio riforma la liturgia per il popolo, stabilendo per i presbiteri l’obbligo di predicare durante la celebrazione dell'Eucaristia e di spiegare soprattutto il Vangelo del giorno, in un linguaggio semplice, il sermo humilis  che egli utilizza nelle sue omelie rivolgendosi senza distinzione tanto agli intellettuali quanto agli analfabeti.

Mosso dall’amore per l’unità della Chiesa, mantiene rapporti fraterni con i patriarchi delle quattro sedi apostoliche, pur facendo valere il primato petrino per l’unità della Chiesa, ma rifiutando qualunque pretesa egemonica nei confronti delle Chiese orientali: respinge infatti con forza il titolo, che si voleva attribuire al vescovo di Roma, di episcopus universalis (vescovo universale).

Nelle circa ottocento lettere che di Gregorio ci sono rimaste si legge però soprattutto la straordinaria testimonianza di quanto egli fa per ovviare ai bisogni della popolazione di cui è diventato il pastore. Vi si legge di interventi – i più svariati – concreti e immediati: sia che si tratti di provvedere, caso per caso, all’assistenza dei più poveri, o invece di riorganizzare l'intero approvvigionamento della città, assumendosi di persona il controllo della prefettura dell’annona, che ha la competenza dei rifornimenti di grano.

Nel gennaio 603, quasi al termine del suo pontificato, afferma: «Noi teniamo l'ufficio di cassiere dei poveri». A lui si deve, come le testimonianze archeologiche ci inducono a ritenere, la fondazione – o quantomeno la sistematizzazione – delle prime diaconie romane, che forniscono caritatevole assistenza ai pellegrini, poveri e ammalati, perlopiù servite da comunità monastiche ma sotto la direzione di un funzionario amministrativo laico. Tracce di queste prime diaconie, risalenti al 600 o poco prima, si ritrovano in Santa Maria in Cosmedin, San Giorgio in Velabro, San Teodoro e Santa Maria in via Lata, e ci mostrano edifici poco appariscenti e modesti, ma funzionali, consistenti in magazzini, alloggi per la comunità monastica e in un oratorio. Organizza anche l’utilizzazione esemplare dei grandi possedimenti patrimoniali che la Chiesa di Roma ha in Italia, specialmente in Sicilia, in Dalmazia, e di quelli nella Provenza, che, secondo una delle più felici espressioni di Gregorio, sono “proprietà dei poveri”.

Gregorio è dunque soprattutto il testimone concreto della carità di Cristo. La grandezza delle opere di Gregorio è accresciuta dall'apparente ordinarietà delle sue azioni; in esse non leggiamo il tentativo di realizzare un suo proprio, sia pur buono, “progetto salvifico” per l'Italia e l'Impero, ma più il rispondere alle preoccupazioni di un buon padre verso i suoi figli (“pater familias Domini” lo chiama il biografo Giovanni Diacono), affidandosi di volta in volta, secondo l’occasione, a quanto il Signore chiede.