Nell’estate rovente, venti giovani della Parrocchia San Giuseppe al Trionfale hanno percorso il Cammino di Santiago. Segnati e rinnovati da un pellegrinaggio di gambe e di cuore
di don Salvatore Alletto
Il Cammino di Santiago non inizia quando si muovono i primi passi sull’antica via, battuta dai pellegrini. Comincia molto tempo prima, quando si inizia a preparare le gambe, la mente, ma soprattutto il cuore. Inizia quando si sceglie cosa portare dentro lo zaino, con la fatidica regola di non superare il 10% del proprio peso corporeo. Il Cammino, una metafora della vita, ti invita ad andare all’essenziale, a portare ciò di cui davvero hai bisogno, senza appesantirti di pesi inutili. Non solo; a volte ti porta anche a liberarti, dopo esser partito, di ciò che ritenevi importante, ma che in realtà non lo era.
Ed è così che è iniziata l’esperienza del Cammino per venti giovani universitari e lavoratori della Parrocchia San Giuseppe al Trionfale di Roma, giovani impegnati nell’animazione delle nuove generazioni e nella cura dell’Oratorio San Giuseppe. Insieme ad altri quaranta pellegrini, provenienti da varie parti di Italia, hanno percorso gli ultimi 130 km del Cammino francese, guidati dai padri Guanelliani che da oltre quindici anni animano questa esperienza.
Si parte dunque per Santiago con un “bagaglio” di vario tipo. L’importante però è mettersi in viaggio, mettersi in gioco lasciandosi scuotere da ciò che emerge e affiora nel proprio cuore. Un detto spagnolo ce lo ricorda: «Tu no haces el Camino; el Camino te hace a ti» (Tu non fai il Cammino; è il Cammino che fa te). Il Cammino ti scava dentro. Passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, ci si rende conto che la motivazione che ci aveva spinti a iniziare non basta, serve qualcosa in più. L’aiuto non può che venire da un incontro e da una relazione viva con Dio e con la sua Parola.
Ed è per questo che i giovani pellegrini quest’anno sono stati accompagnati dal Vangelo delle Beatitudini, la Magna Charta del cristianesimo, la mappa per non perdere la rotta della vita e approdare a un di più, necessario per non scivolare nella mediocrità di una esistenza vuota, abitudinaria e ripiegata su sé stessa. Con l’Eucarestia quotidiana, i giovani hanno poi sperimentato il nutrimento essenziale per riscoprire la capacità di amare oltre ogni limite e ostacolo.
“A ciascun giorno basta la sua pena”, o meglio i suoi chilometri: venti, venticinque, anche trenta. In solitudine, in coppia, in gruppo, ma sempre in viaggio. La sveglia presto, le partenze all’alba accompagnate dai Salmi dell’Ascensione, i suggestivi paesaggi galiziani, un panino ad attutire i morsi della fame e finalmente l’arrivo alla conclusione della tappa in ostello, verso un letto tanto agognato. La catechesi, la santa Messa, una ricca cena e, mentre qualche palpebra sta per calare, ci si augura la buona notte; l’indomani bisogna ripartire.
Cinque giorni di Cammino e cinque tappe: Sarria, Portomarín, Palas de Rei, Ribadiso, Arca. Poi finalmente Santiago. Gli ultimi 19 km sembrano i più difficili. Qualche vescica, qualche tendinite e la fatica che affiora, sembrano allontanare ulteriormente la meta. Ma quando dal Monte do Gozo intravediamo le guglie della cattedrale, la gioia ci assale e ci sentiamo quasi spinti verso la metà. All’arrivo in piazza dell’Obradoiro alla vista della cattedrale non sentiamo più né dolori né fatiche.
«All’arrivo a Santiago, davanti alla cattedrale – racconta Eugenia – ho provato una sensazione difficile da spiegare. Da una parte la gioia e la gratitudine per essere arrivata, dall’altra anche un po’ di amarezza, per due motivi: dapprima, perché una delle esperienze più belle della mia vita stava per terminare; e poi, perché mi rendevo conto che alcune cose dentro di me non erano ancora risolte. Il giorno dopo sono tornata davanti alla cattedrale con più tranquillità: quello è stato uno dei momenti più liberatori del Cammino. Mi sono fermata davvero e ho sentito di poter lasciare lì un po’ dei pesi che avevo portato con me». L’abbraccio alla statua di san Giacomo e la preghiera sulla sua tomba ci svelano la motivazione vera per cui siamo qui: metterci sui passi degli Apostoli per vivere il Vangelo di Gesù e seguirne l’esempio. Tutto il resto fa da contorno.
Arriviamo alla meta di domenica, il 2 agosto, giorno del Perdono di Assisi! Nella Messa a Santa Maria del Cammino, la chiesa degli italiani affidata ai padri Guanelliani, scopriamo che in fondo non eravamo stati noi a scegliere di metterci in marcia, ma era stata una “chiamata” alla quale abbiamo detto di sì, anche grazie a tante piccole o grandi mediazioni. Di certo, non è stata una “passeggiata”, ci sono stati momenti faticosi. «Il momento più difficile – ci racconta Diego – non è stato tanto durante il percorso, perché avevi sempre qualcuno con cui alleggerire le difficoltà. La parte più difficile è stato capire che il Cammino era finito, ma da lì in avanti andava riadattato alla vita di tutti i giorni».
La Messa del pellegrino nella Cattedrale di Santiago ci fa sentire ancora più un solo popolo in marcia, mentre il “volo” del botafumeiro, il grande incensiere, ci ricorda che anche la fatica può trasformarsi in preghiera che come incenso sale verso il cielo.
Ma al Cammino manca ancora l’ultima tappa, quella verso Finisterre, lì dove ogni pellegrino lasciava le sue scarpe e bruciava i vestiti. Lì dove raccoglieva la famosa conchiglia a testimonianza di aver compiuto il pellegrinaggio e dirigersi verso una nuova vita, lasciandosi alle spalle un passato spesso burrascoso. Sul pellegrinaggio scende anche un tramonto eccezionale, con il sole che cala nell’oceano portandosi dietro fatiche, fragilità, peccati e fallimenti. Di lì a poco risorgerà il sole, e ciascuno di noi, ritornando alla vita di tutti i giorni, avrà la certezza di aver compiuto non solo 130 km, ma un viaggio lungo e bello, quello che passando per il nostro cuore ci conduce a Dio.