La beata Josefa Stenmanns, cofondatrice del ramo femminile dei Verbiti, nel silenzio e nel sacrificio  dedicò la sua vita alle Missioni

di Corrado Vari

Una vocazione alla vita consacrata sbocciata fin da giovanissima. Una lunga e paziente attesa, prima che potesse avere compimento, docile alla volontà di Dio che per lei viene prima anche delle più nobili aspirazioni del cuore: «Dobbiamo essere come una tela bianca nelle mani dell'artista: Dio deve poter scrivere in noi ciò che vuole». La professione religiosa arriva quando ha ormai 42 anni. La morte a soli 51, dopo meno di dieci anni trascorsi tra le sue consorelle.

È la vicenda umana della beata tedesca Hendrina Stenmanns che da religiosa sceglie, non a caso, il nome di Josefa, poiché di san Giuseppe è in tutto imitatrice e lo indica quale sicuro protettore e intercessore, come altri santi prima di lei avevano fatto, a cominciare da santa Teresa d’Avila. La Chiesa la venera il 20 maggio, giorno della sua salita al Cielo, con il titolo di beata.

Hendrina (variante del nome Henrica) nasce il 28 maggio 1852 a Issum, paese tedesco vicino al confine olandese, prima dei sette figli di una famiglia di artigiani. Fin da piccola, seguendo la mamma, aiuta i bisognosi e comincia a essere attratta dalla vita religiosa sull’esempio di una zia, suora francescana. Terminata la scuola, impara a tessere la seta e così contribuisce a sostenere la sua famiglia.

Ma in Germania essere religiosa non è affatto facile, per gli effetti del programma politico-ideologico noto come “Kulturkampf”, promosso dal governo del cancelliere Bismarck, ostile alla Chiesa e agli Ordini religiosi. Hendrina deve accettare questa circostanza e restare in famiglia. Così come, qualche anno dopo, accetta un altro segno tracciato sulla tela della sua vita dall’Artista divino: la sua mamma si ammala e quando sta per morire, nel 1878, le chiede di prendersi cura dei suoi fratelli e sorelle al fianco di suo padre, essendo la figlia maggiore. Hendrina glielo promette e non solo si occupa della famiglia e della casa, ma continua a imitare la mamma aiutando poveri, malati e anziani. Solo quando fratelli e sorelle sono ormai grandi, può dare spazio al desiderio che non ha mai del tutto abbandonato.

In Germania la vita per gli Ordini religiosi è ancora difficile. Un giovane conoscente, che si sta preparando a entrare nella Società del Verbo Divino, parla a Hendrina dei “Verbiti”, l’Ordine religioso missionario fondato pochi anni prima nella non lontana Steyl, in territorio olandese, dal sacerdote tedesco Arnold Janssen (proclamato santo nel 2003). Hendrina è ormai trentenne: attratta dall’ideale missionario e desiderosa di mettersi al suo servizio, nel 1884 chiede di essere accolta nella casa di formazione dei Verbiti a Steyl come domestica e aiutante di cucina. È il suo modo particolare di partecipare a quell’ideale: in silenzio, senza fare progetti, svolgendo le mansioni più umili e attendendo nuovi segni sulla tela della sua esistenza.

In effetti, padre Janssen da un po’ di tempo sta pensando di dar vita a un ramo femminile dei suoi religiosi, ma dovranno passare altri cinque anni perché l’idea si rea-
lizzi. Nel 1889 accoglie le prime postulanti nella nuova Congregazione delle Missionarie Serve dello Spirito Santo: tra queste, Helena Stollenwerk – che sarà la prima superiora e da religiosa si chiamerà Maria (beatificata nel 1995) – e Hendrina Stenmanns, che sarà poi maestra delle novizie; le due, coetanee, sono considerate cofondatrici della Congregazione. Ancora altri anni come postulante e novizia ed ecco finalmente la meta desiderata fin dall’adolescenza: il 12 marzo 1894 Hendrina pronuncia i primi voti con il nome di Josefa. Scrive al padre Janssen: «Non desidero altro che, con la grazia di Dio, essere l’ultima e offrirmi in sacrificio per l’opera di diffusione della fede».

La giovane Congregazione attrae numerose vocazioni e in poco tempo comincia a operare in vari Paesi. Nel 1898 Josefa ne diviene superiora: l’invocazione “Veni, Sancte Spiritus” è il respiro delle sue laboriose giornate. Sotto lo sguardo di padre Janssen, guida le sorelle all’amore e alla dedizione per gli altri, che aveva appreso fin da piccola; affida tutto al Signore e all’intercessione della Vergine e del suo Sposo, invitando tutti a essere come san Giuseppe, «attenti alla voce di Dio nel silenzio, operosi nelle mani e sereni nel cuore».

Grazie alla sua lunga esperienza di servizio, conosce bene l’animo umano, le sue grandezze e le sue fragilità. Lo documentano le numerose lettere inviate alle consorelle: ne sono giunte a noi 125, scritte a volte di corsa sul primo pezzo di carta che trova, tra un servizio e l’altro; brevi, con un linguaggio semplice e diretto e con il fine principale di incoraggiare e rafforzare la vita spirituale e di lavoro delle suore, in un tempo di crescita della Congregazione in cui non mancano difficoltà e ostacoli. Scrive alle consorelle in Argentina: «Spero che rimarrete tutte fedeli figlie della Congregazione e che farete molto per la gloria di Dio. Naturalmente, non importa cosa facciamo, se cucinare, lavare o raccogliere un filo di paglia da terra per amore di Dio». Spesso richiama la figura del patriarca di Nazareth, che «aiuta in ogni bisogno e pericolo del corpo e dell'anima», chiedendo di invocarlo in tutte le necessità: «E non dimenticate san Giuseppe! Se avete qualche intenzione, andate con fiducia da lui».

Madre Josefa muore nel 1903 per una malattia polmonare, che per alcuni mesi mette di nuovo alla prova la sua pazienza e la sua disponibilità a “far scrivere” la propria vita a un Altro. Solo nel 1901 aveva pronunciato i voti perpetui. Il suo corpo riposa a Steyl, dove è stata beatificata il 29 giugno 2008.

Oggi le Serve dello Spirito Santo sono circa 2800, di numerose nazionalità, e sono presenti in quarantacinque Paesi di tutti i continenti con attività pastorali, educative e sociali.