Il beato Giuseppe Ambrosoli, medico e sacerdote comboniano, trascorse la sua vita in Uganda curando i corpi e le anime
di Corrado Vari
«Dio è amore e io sono il suo servo per la gente che soffre». È la frase scritta sulla tomba di Giuseppe Ambrosoli, medico, sacerdote e missionario comboniano,
morto in Uganda nel 1987, beatificato nel 2022. Per i suoi malati coltivava un desiderio nel cuore: «Potessero vedere Gesù in me! Devono sentire che il contatto è fraterno per la carità di Cristo». In molti lo hanno testimoniato. «Dal suo modo di accogliere le persone e di intrattenersi con loro, di consigliarle e di incoraggiarle, si aveva l’impressione di trovarsi davanti a Gesù», disse ad esempio un catechista al processo di beatificazione.
Giuseppe nacque il 25 luglio 1923 a Ronago (Como), settimo degli otto figli di Giovanni Battista Ambrosoli, che lo stesso anno costituiva l’omonima l’azienda nota a tutti per il miele. Dopo le scuole al suo paese e a Genova, dagli Scolopi, frequentò il liceo a Como, dove aderì all’Azione Cattolica e terminò gli studi superiori nel 1942, in piena guerra. Fu esonerato dalla chiamata alle armi poiché due suoi fratelli erano già arruolati. Si iscrisse così a Medicina alla Statale di Milano; durante l’occupazione tedesca aiutò molti ebrei e altri perseguitati a fuggire in Svizzera (il confine era molto vicino a casa sua). Costretto ad arruolarsi nei reparti di sanità della Repubblica di Salò, in questo periodo maturò definitivamente la sua vocazione, presentita fin da bambino: sarebbe divenuto medico, sacerdote e missionario.
Poté riprendere gli studi nel 1946 e nel 1949 si laureò in Medicina. Poco tempo dopo presentava il suo proposito ai padri Comboniani di Rebbio, nei pressi di Como. Dopo aver trascorso due anni a Londra per specializzarsi in malattie tropicali, entrò nel noviziato nell’autunno del 1951. Nel 1953 emise la prima professione religiosa ed iniziò gli studi teologici, continuando al tempo stesso la pratica medica in ospedale.
Ma in Africa c’era bisogno di lui. Per questo la sua ordinazione sacerdotale fu anticipata di un anno: la ricevette il 15 dicembre 1955 dall’arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI. Il 1 febbraio 1956 partì per la missione comboniana di Kalongo, nel nordest dell’Uganda, dove avrebbe operato per il resto della sua vita. Qui il “grande dottore”, come lo chiamava la gente, trasformò il dispensario esistente in uno dei più importanti ospedali ugandesi, punto di riferimento per l’intera Africa centro-occidentale, che arrivò ad avere 350 posti letto.
Fedele al principio di san Daniele Comboni “Salvare l’Africa con l’Africa”, Ambrosoli si adoperò anche per formare personale locale. Nel 1959 fondò la St. Mary Midwifery training school, che negli anni avrebbe formato centinaia di ostetriche. Nel 1972 gli fu inoltre affidata la gestione di due lebbrosari. Tornò spesso in Italia per periodi di riposo o per problemi di salute, ma anche per aggiornarsi professionalmente e raccogliere fondi per il suo ospedale.
Nella sua lunga permanenza in Uganda, egli attraversò tutte le complesse vicende del paese riuscendo sempre a portare avanti il suo lavoro. Ma agli inizi del 1987, durante l’ennesima guerra interna, il governo impose ai Comboniani la chiusura di tutte le strutture di Kalongo, per evitare che cadessero in mano ai ribelli; il 13 febbraio, padre Giuseppe dovette sgomberare in poche ore più di 1500 persone tra pazienti, religiosi e personale, per andare oltre 100 km più a sud. Anche di fronte a questo doloroso epilogo egli non recriminò, e scrisse: «Il Signore, tuttavia, è grande e ci ha dato la forza di accettare tutto dalla sua mano. Ringraziamo di tutto il Signore! Quel che Dio vuole non è mai troppo! Il cuore soffre, ma la fede e la speranza addolciscono tutto».
Le fatiche di quell’evento minarono definitivamente la sua salute, già da tempo precaria (viveva con un rene solo, anch’esso malridotto). Il 27 marzo 1987, dopo aver lavorato fino a pochi giorni prima, morì nella missione di Lira, dicendo: «Signore, sia fatta la tua volontà… fosse anche cento volte».
L’attività dell’ospedale e della scuola di Kalongo sarebbe ripresa due anni dopo e continua tuttora, sostenuta dalla fondazione intitolata a padre Giuseppe. In più di trent’anni, il beato Ambrosoli e i suoi collaboratori hanno salvato innumerevoli vite e tante altre hanno aiutato a nascere. E quando il loro lavoro non riusciva ad avere la meglio sulla malattia, alla professionalità del medico si univa il ministero del sacerdote, che assisteva i pazienti moribondi con la premura di un padre, amministrando i Sacramenti e coinvolgendo tutti nella preghiera, a imitazione del santo Patriarca (di cui portava il nome), che invochiamo per ottenere una buona morte. Il suo lavoro instancabile, la sua grande generosità e la sua infinita pazienza furono alimentati da un’intensa vita di preghiera e dalla forza del Mistero eucaristico. Così diceva: «Dobbiamo entrare nel cerchio della Trinità… respirare con due polmoni: il contatto con il Signore nell’Eucaristia e il servizio disinteressato agli ammalati».
Nel 2020 a Kalongo, quando fu aperta la sua tomba per la ricognizione della salma in vista della Beatificazione, sotto la lapide fu trovato un favo pieno di api e traboccante di miele. Questo fatto singolare fece pensare a un piccolo segno dal Cielo, che legava misteriosamente l’operosità del missionario a quella delle api e alla storia della sua famiglia. Vengono alla mente le parole dell’antico inno: Iesu dulcis memoria / dans vera cordis gaudia / sed super mel et omnia / eius dulcis praesentia (Dolce è la memoria di Gesù / che dà la vera gioia del cuore / ma più del miele e di ogni cosa / dolce è la sua presenza). La vita del beato Giuseppe Ambrosoli è stata spesa interamente per portare a chiunque lo incontrasse quella dolce presenza, più dolce di quel miele così legato al suo nome.