Parlare o tacere? Pio XII oltre la "leggenda nera"

di Mariafrancesca Oggiano

Il 27 ottobre 1943, quando non era ancora accertabile la situazione dei deportati nei campi di sterminio e quella che di lì a poco sarebbe stata la loro drammatica sorte, David Panzieri, vice-rabbino della comunità ebraica di Roma durante l’occupazione nazista, con una missiva accorata chiedeva a papa Pio XII di far arrivare ai sopravvissuti i necessari indumenti per affrontare i rigori dell’inverno. In quegli stessi giorni numerosi ebrei venivano catturati nel ghetto romano per essere condotti nelle camere a gas di Auschwitz, in Polonia. Insieme a loro, sacerdoti, religiosi e religiose in gran numero, anch’essi vittime dell’ideologia, e diverse altre categorie di “inferiori”.

 Solo il tempo e le fonti storiche avrebbero dimostrato come né il pontefice, né la comunità israelitica o qualsiasi altra istituzione mondiale poteva conoscere i dati esatti di quello che sarebbe passato alla storia come uno fra i più grandi stermini di massa. È tuttavia probabile che Pio XII avesse intuito la pericolosità della minaccia tedesca già prima di salire al soglio di Pietro, durante i lunghi anni trascorsi in Germania come nunzio apostolico in Baviera e a Berlino (1917-1929), e poi ancora tra il 1930 e il 1939 quando, in qualità di Segretario di Stato a Roma, sotto Pio XI, inviò decine di proteste ufficiali al governo di Berlino per violazione dei diritti umani.

Nel 1937 aveva contribuito alla stesura dell’enciclica Mit brennender Sorge (Con viva ansia), con la quale il suo predecessore aveva condannato le perversioni idolatriche della dottrina nazionalsocialista, per sua stessa natura anticristiana, pagana e antisemita. Ma divenuto pontefice (nel marzo 1939), aveva maturato la convinzione che una contrapposizione frontale con Adolf Hitler non ne avrebbe ostacolato l’operato; piuttosto avrebbe precluso al Vaticano ogni margine di manovra e scatenato una persecuzione ancor più feroce nei confronti dei cattolici e dei popoli occupati.

Per questo, Pio XII tentò di conservare un canale diplomatico formale aperto con il dittatore. Nel rapporto del 28 ottobre 1943, Ernst von Weizsäcker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, al fine di distogliere l’attenzione di Hitler dal Vaticano, scrisse: «Benché sollecitato da più parti […] il papa non si è lasciato convincere a esprimere ufficialmente qualsiasi riprovazione per le avvenute deportazioni degli ebrei di Roma. Pur sapendo che tale suo atteggiamento in questa circostanza verrà severamente giudicato dai nostri nemici e sarà sfruttato dagli ambienti protestanti dei paesi anglosassoni nella loro propaganda contro il cattolicesimo, egli si è comportato, in questa delicata circostanza, in modo tale da non turbare minimamente le relazioni con il Governo tedesco e con le rappresentanze tedesche di Roma». Il citato Weizsäcker, in alcuni appunti del 1943, confermò inoltre come assolutamente fondati i timori di Pio XII: «Neppure istituzioni di rilevanza mondiale, come la Chiesa cattolica romana o la Croce Rossa Internazionale, hanno ritenuto di rivolgersi a Hitler in difesa degli ebrei. Esse si sono trattenute dal pronunciare appelli pubblici: temevano di compromettere ulteriormente la condizione dei perseguitati».

Il prudente silenzio conservato da Pio XII ne avrebbe col tempo confermato la visione più ampia, universale e basata su dati concreti: solo un anno prima (nel luglio 1942) infatti, le proteste dei vescovi olandesi avevano portato a una dolorosa intensificazione delle deportazioni di ebrei convertiti al cattolicesimo; fra questi, la filosofa poi santa Edith Stein.

Mentre ufficialmente Pio XII sembrava tacere, riservatamente prendeva tempo e operava con efficace discrezione per salvare dai nazisti il maggior numero di vittime. Contando sullo status di extraterritorialità, mise a disposizione finanche le residenze papali. Lo storico e giornalista Antonio Spinosa ne avrebbe così ricordato l’operoso impegno: «In ogni stanza si accalcavano otto-dieci persone e nei bei giardini d’una volta, tramutati in bivacchi, spuntavano capanne e baracche d’ogni foggia. Nelle prime settimane ammontavano a seimila le persone che Pio XII aveva accolto nel suo palazzo [di Castel Gandolfo] e adiacenze, ma ben presto esse ammontarono a quindicimila ed egli fece mettere a loro disposizione persino il suo appartamento di rappresentanza».

Nell’aprile del 1944 papa Pacelli fondò inoltre la Pontificia Commissione di Assistenza o “ministero della carità del papa”, riuscendo così a garantire cibo, rifugio e dignità a milioni di profughi e reduci. Sono rimaste celebri le parole che il pontefice rivolse a monsignor Ferdinando Baldelli, responsabile del nuovo organismo, al fine di chiarire la necessità di una linea d’azione della Chiesa avente come priorità assoluta la carità materiale e spirituale rispetto alla conservazione dei beni: «Monsignore, si ricordi che per i poveri siamo pronti a raschiare l’oro delle nostre chiese».

Risulta evidente come, di fronte all’immane tragedia della persecuzione nazi-fascista, la diplomazia e la macchina caritatevole messe in atto da Pio XII sfuggano inevitabilmente a qualsiasi tentativo di catalogazione numerica e certamente non possano essere racchiuse in un articolo. L’assistenza capillare che la Chiesa garantì si tradusse in una molteplicità di soluzioni spesso originali: visti salvavita, travestimenti, rifugi tra le mura di parrocchie, conventi e residenze pontificie. Una vera e propria rete sotterranea coordinata dal Vaticano, il quale scelse di passare della retorica sterile all’azione diretta. È proprio tale concretezza operosa, fonti storiche alla mano, ad assolvere Pio XII dall’accusa di silenzio e complicità.

L’auspicio è che, superando ogni pregiudizio ideologico e con-
sultando i documenti archivistici finalmente accessibili, sempre più studiosi e appassionati si impegnino a diffondere i risultati di un doveroso approfondimento storico che restituisca la memoria di un papa che operò instancabilmente in una delle ore più buie della storia europea.