Lo confessano le Clarisse Cappuccine di Capriate, sfrattate varie volte e poi approdate in terra bergamasca. La loro è casa di pace, silenzio e preghiera
di don Francesco Marruncheddu
« È san Giuseppe che ci ha portate qua, dandoci questa casa e questo paese: ecco perché il nostro monastero non poteva che essere intitolato a lui». Ci troviamo a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, e a parlare è suor Maria Lucia, una delle otto sorelle Clarisse Cappuccine che vivono nel convento.
Una storia lunga 126 anni la loro, ma che in realtà comincia molto prima di quel 24 dicembre del 1900, quando le prime Cappuccine giunsero nella cosiddetta “isola bergamasca”. Provenivano da Venezia, dove la loro comunità era nata l’8 settembre 1668, con la fondazione, ad opera della venerabile madre Lucia Ferrari, del Monastero di Sant’Antonio al Castello, posto poi sotto la guida della venerabile madre Paola Maria Malatesta (1630-1709).
Il XIX secolo si era rivelato burrascoso per le comunità religiose, e nel 1807 il Monastero di Sant’Antonio aveva subito uno primo sfratto da parte del governo francese, al quale nel 1900 ne seguì un secondo ancor più doloroso. Ad aiutare le Cappuccine veneziane si era prodigato non poco il patriarca di Venezia, cardinale Giuseppe Sarto, il futuro papa (e santo) Pio X, cercando per loro una degna collocazione; non riuscendovi, anch’egli le incoraggiò a emigrare verso luoghi dove riprendere la regolare vita claustrale.
Fu allora che le sorelle si rivolsero fervorosamente a san Giuseppe, chiedendogli di condurle in luogo stabile e sicuro. L’abbadessa della comunità era allora una suora originaria di Bergamo, madre Zaveria Zanchi, che riuscì a trovare una bella abitazione, Villa Valsecchi, nel paesino di Capriate d’Adda. In questa residenza, adattata come si poteva alla clausura, la sera della vigilia di Natale del 1900 giunsero 14 povere monache, esuli da quel di Venezia. Il parroco e gli abitanti del luogo le accolsero con benevolenza, gratitudine e venerazione Appena due anni dopo, il 27 aprile 1902, le sorelle si trasferiscono nel piccolo monastero, che nel frattempo era stato costruito, ovviamente dedicandolo, insieme all’annessa chiesa, a san Giuseppe, che qua le aveva condotte. Tra il 1972 e il 1975 il monastero venne ricostruito, rendendolo più accogliente, sano e funzionale, grazie al sostegno dei frati Cappuccini della Provincia Lombarda.
Fin dalla fondazione, la vita delle sorelle Clarisse Cappuccine si intreccia con quella di Capriate, e il monastero diventa un luogo di preghiera continua e di vita contemplativa. Le Clarisse Cappuccine seguono la Regola di Santa Chiara secondo la tradizione cappuccina, caratterizzata da clausura, semplicità, povertà evangelica e intensa vita comunitaria: la loro vocazione si esprime principalmente nella preghiera, nell'adorazione eucaristica e nell'intercessione per la Chiesa e per il mondo. Ancora oggi la loro bella chiesa è aperta quotidianamente ai fedeli che possono partecipare alle celebrazioni della Messa, di parte dell’Ufficio divino (Lodi e Vespri) e all’adorazione eucaristica.
Una comunità quella delle Cappuccine di Capriate, che non si è mai chiusa in sé stessa, accogliendo l’invito di Gesù a essere “sale della terra e luce del mondo”: tre sorelle ad esempio andarono “missionarie” in aiuto al monastero di Pucón, in Cile, mentre suor Maria Innocenza Balbi partì nel 1968 per fondare un monastero in Thailandia, dove rimase 27 anni. Le sorelle mandarono tre monache in aiuto anche al Monastero di Santa Fiora, in Toscana.
Pur vivendo nella clausura, le monache, guidate dall’abbadessa madre Maria Maddalena, mantengono un legame profondo con i fedeli attraverso la partecipazione alle celebrazioni liturgiche, sempre pronte ad accoglierli in parlatorio. «Vengono in tanti per affidarci richieste di preghiera, per chiedere un consiglio, o anche solo per renderci partecipi della loro vita e dei loro problemi – confida suor Maria Lucia –. Spesso vengono anche gruppi parrocchiali, i bambini e i ragazzi del catechismo, e noi siamo contente di accoglierli per conoscerci e raccontare la nostra vita». Una vita semplice, che si sostiene grazie alla Provvidenza e a piccoli lavori come la produzione delle ostie per le chiese della zona, qualche lavoro per i lini liturgici, la produzione di pergamene per le bomboniere.
Nel convento di Capriate la devozione a san Giuseppe è da sempre fortissima. «È lui che ci ha guidate qua: le sorelle di Venezia si erano votate a lui quando si videro costrette ad abbandonare l’antico monastero sulla laguna, e in brevissimo tempo trovarono questo luogo, dove continuare la loro vita di preghiera», racconta suor Maria Lucia. Una devozione che, oltre al mese di marzo, quando si celebra la festa patronale del monastero insieme a tutta la comunità parrocchiale, si vive tutto l’anno. «Tutti i giorni, mentre andiamo in processione dal coro al refettorio, lo preghiamo recitando la sua orazione, mentre ogni mercoledì, in coro, al termine dell’Ufficio recitiamo invece la preghiera composta da papa Francesco, e spesso sostiamo in preghiera davanti a numerosi quadri e a simulacri, alcuni antichi, che si trovano un po’ in tutti gli ambienti della nostra casa», prosegue suor Lucia. Anche il grazioso chiostro, cuore del monastero, è dominato da una bella statua del Patriarca, che così veglia anche sui momenti di ricreazione delle sorelle.
In un tempo caratterizzato dalla velocità e dal rumore, il Monastero di San Giuseppe è una piccola oasi di contemplazione e di silenzio: «Siamo liete di accogliere, anche nella nostra foresteria, coloro che desiderano capire la volontà di Dio, conoscendo e condividendo parte della nostra vita, cercando di capire il progetto del Signore su di loro: la nostra vita è gioia e lode al Signore, e sperimentandola, tante giovani potranno capire quanto è bello seguire Gesù con santa Chiara». Il Monastero di San Giuseppe a Capriate è una comunità dinamica, che porta a tutti la perfetta letizia, propria del carisma di Francesco e Chiara d’Assisi, con l’intercessione costante del Padre putativo di Gesù.