L’edificio sacro fu costruito per ricordare la fuga di Pietro durante la persecuzione. Posteriormente si sovrappose anche il culto dei martiri Nereo e Achilleo

di Talia Casu

Il nostro viaggio mensile in visita alle “chiese titolari” di Roma ci vede ora sul tratto urbano della via Appia, nei pressi di uno dei più grandi complessi termali dell’Urbe: le Terme di Caracalla, in uso fino al secolo VI. Qui sorge il Titulus fasciolae (Titolo della benda), fondato al tempo di papa Damaso (366-484), come testimoniano due iscrizioni funerarie: una ritrovata nell’area cimiteriale di San Paolo fuori le mura, attinente alla sepoltura di un lector Tituli fasciolae (lettore del Titolo della benda), datata all’anno 377; e una proveniente dalle catacombe di Domitilla relativa alla sepoltura sempre di un lector della medesima chiesa, risalente al V secolo. Era un lector del Titolo anche il padre di papa Felice III (483-492).

 Al sinodo romano del 499 erano presenti tre presbiteri appartenenti al Titulus fasciolae, mentre al sinodo del 495 il Titolo compare come Titulus sanctorum Nerei et Achillei (Titolo dei santi Nereo e Achilleo) per la presenza delle reliquie dei due martiri traslate dall’originaria sepoltura nelle catacombe di Domitilla. Ricordiamo che le reliquie dei martiri dal VI secolo vennero traslate dai cimiteri fuori le mura di Roma alle chiese all’interno, soprattutto a causa della guerra contro i Goti che avevano devastato la città e il territorio circostante. Ma come è accaduto per altri Titoli, per la presenza delle reliquie dei due martiri e la dedicazione a loro della chiesa, la nuova intitolazione ha preso il posto dell’originario nome.

Il nome di Titulus fasciolae era legato a una tradizione apocrifa relativa alla vita dell’apostolo Pietro durante la sua permanenza a Roma. È infatti nota una leggenda che narra della fuga dell’Apostolo dalla città dopo che era evaso dal carcere Mamertino. Nella fuga, Pietro perse una benda, una fasciola, che fasciava la gamba piagata a causa dai ceppi che aveva portato nel carcere. Una pia matrona che lo aveva visto fuggire, trovò la fasciola persa da Pietro lungo la strada e capendo miracolosamente a chi era appartenuta, l’aveva raccolta. Arrivato Pietro all’incrocio della via Appia con l’Ardeatina (dove oggi è la chiesetta del Quo vadis), Pietro incontra il Signore e gli domanda: «Domine, quo vadis? (Signore, dove vai?)». Gesù risponde: «Vado a Roma per essere crocifisso di nuovo. (Eo Romam, iterum crucifigi)». Pietro capì le parole del Maestro e tornò sui suoi passi per affrontare il martirio.

Il racconto ambienta l’episodio della perdita della fasciola presso l’area dove nel III secolo l’imperatore Caracalla fece edificare il grande complesso termale, e dove in memoria del miracoloso ritrovamento da parte della pia matrona, venne eretto il Titulus fasciolae.

L’edificio attuale probabilmente venne ricostruito per volontà di papa Leone III (795-816). Le ricerche archeologiche che hanno interessato la chiesa non hanno invece portato al ritrovamento di elementi certi che possono essere attribuiti della fase antica del Titolo. Al tempo di papa Leone III appartiene l’arco absidale decorato da un mosaico che si ispira ai modelli dei primi secoli del cristianesimo, con la raffigurazione della trasfigurazione di Cristo sul Tabor alla presenza di Mosè ed Elia; e gli apostoli Pietro e Paolo al cospetto della Madre di Dio e degli angeli. Il mosaico originale dell’abside è andato perduto, ma sappiamo che vi era rappresentata l’adorazione della Croce, posta sul monte del Paradiso, da parte di dodici pecore, simbolo del collegio degli Apostoli.

Papa Sisto IV, nel 1475, operò il restauro della chiesa che aveva conosciuto un periodo di abbandono. Nel 1600 fu il cardinale Cesare Baronio a provvedere al rinnovamento della sua chiesa titolare. Recentemente è stato rea-
lizzato un restauro che si è concluso durante della celebrazione del recente Giubileo.

Il lungo intervento di restauro ha permesso di restituire alla comunità la particolare partitura geometrica della facciata del 1600, che soffriva uno stato di forte degrado. Oggi è possibile ammirare, in tutto il suo splendore, la decorazione realizzata con la tecnica del graffito. È una tecnica della metà del Cinquecento, utilizzata per la decorazione dei palazzi, che prevede l'utilizzo di un doppio strato di intonaco: il primo, più profondo, spesso e di colore scuro; il secondo, sottile e di colore chiaro. Questo viene asportato in corrispondenza dell’immagine da raffigurare così da far spiccare, per sottrazione, l’intonaco sottostante, dando origine a un contrasto chiaroscurale alla superficie.

Siamo davanti a un caso singolare per quanto riguarda le decorazioni architettoniche degli edifici di culto di Roma. La scelta di realizzare la decorazione con la tecnica del graffito si è resa necessaria probabilmente per una scarsa disponibilità economica che non ha permesso di abbellire la facciata col marmo travertino; e al poco tempo a disposizione. L’autore è il pittore Girolamo Massei che vi incide la caratteristica partitura delle facciate rinascimentali con ordini sovrapposti e con fregio e volute laterali

Nelle nicchie superiori erano raffigurati i santi titolari: Nereo, a sinistra; Achilleo, a destra. Al di sotto della finestra principale in una nicchia probabilmente era raffigurata santa Domitilla. In alto, nel timpano, campeggia l’immagine della Madonna della Vallicella, caratterizzata dalla mezzaluna e i raggi luminosi a lingua di fuoco, caratteristiche iconografiche che hanno permesso l’identificazione dell’immagine della Vergine.

I difficili lavori di restauro, a causa del degrado della facciata del monumento, sono stati preceduti da una attenta ricerca delle fonti di archivio, che è servita ai tecnici come indispensabile guida preziosa e continuo confronto per l’intera durata della compagna di restauro. Come è stato bene spiegato dal funzionario restauratore della Soprintendenza Speciale di Roma, il restauro «ha ritrovato la leggerezza di una decorazione suggerita: osservando gli ordini sovrapposti e la superficie leggermente scandita, si completano mentalmente le campiture geometriche e tutto il contesto urbano recupera armonia».