di don Bruno Capparoni, direttore della Pia Unione
Lo scorso 2 settembre, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge sul fine vita, con la possibilità del suicidio assistito quando si verificano situazioni definite di “sofferenza insopportabile”. Di fronte a questa iniziativa legislativa, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha diramato una dichiarazione, seguita poco dopo da un’altra sottoscritta da tutti i vescovi del Veneto. La voce dei Pastori della Chiesa si è levata a indicare a tutti, in particolare ai cattolici, un criterio per giudicare. Abbiamo letto le due dichiarazioni e trascriviamo qui alcune nostre considerazioni.
Prima di tutto le parole dei vescovi contengono una valutazione sulla nostra società. Essi mettono in rilievo il particolare «modello culturale», diffuso tra la gente (da cui nasce anche un «modello di sanità»), cioè, in parole più semplici, segnalano che la mentalità, diffusa ormai largamente nel popolo (nel Veneto e non solo) ritiene che la vita ha valore solo quando offre vantaggi e guadagni; quando invece la malattia toglie questi vantaggi, non vale più la pena. E i vescovi puntualizzano che in questa legge i legislatori hanno avuto come principale riferimento questa mentalità. Stando così le cose, rimane una sola strada, lunga da percorrere, che consiste nel preservare e possibilmente incrementare nella gente una mentalità informata al cristianesimo
Data tale situazione, i Pastori si rivolgono ai cattolici, ma allo stesso tempo interpellano gli uomini di buona volontà che traggono dalla propria retta coscienza la stessa visione della vita, donando due indicazioni concrete.
La prima è proposta particolarmente al personale sanitario (medici e infermieri). A essi è raccomandato di incrementare «la medicina della terapia del dolore e delle cure palliative, insieme a varie modalità di assistenza domiciliare, sostegno ed accompagnamento», perché se i mezzi sanitari riescono ad attutire il dolore, gli ammalati accettano più facilmente di continuare a vivere. Inoltre ai sanitari i vescovi chiedono di praticare l’obiezione di coscienza di fronte alle pratiche di suicidio assistito.
La seconda indicazione è offerta a tutti. I vescovi raccomandano di circondare i sofferenti con «un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo» e di rifuggire da «atteggiamenti che convincano l’ammalato a chiedere di congedarsi». Quante volte si trovano sofferenti che si tormentano ancor di più perché non vogliono essere di peso! Ma quando l’ammalato è circondato dall’ affetto di persone care e buone, desiderose di aiutare e sollevare, gli sarà più facile accettare con pazienza la sua situazione. Non si desidera morire, quando si è circondati da persone che ti amano!
Da ultimo una nostra considerazione. L’inedita situazione del suicidio “assistito” viene a interpellare in modo inatteso la Pia Unione del Transito di San Giuseppe. Finora abbiamo pregato per coloro che giungono a valicare la soglia della morte, chiamati dalla volontà divina. Ora dobbiamo pregare per coloro che ci giungono per propria volontà, che ci giungono forse per la disperazione provocata da dolore e abbandono. Dobbiamo essere ancor più convinti del valore umile e grande della preghiera per i morenti, scopo affidato alla Pia Unione da san Luigi Guanella.