Mentre il Concilio di Nicea, con questa formula, riconosceva il Figlio “uguale” al Padre, implicitamente affermava che Dio non legittima alcun regime monarchico assoluto, sia nella Chiesa che nello Stato
di Rosanna Virgili
Per gli ariani – per “correggere” i quali fu convocato il Concilio di Nicea nel 325 – era impossibile accettare che il Figlio fosse della stessa sostanza del Padre. Un figlio, nato nella carne umana, non poteva che essere a Dio subordinato, poiché Dio Padre è unico, eterno e indivisibile. Ma ciò che non poteva essere accettato da Ario era, al contrario, considerato indispensabile da Atanasio di Alessandria.
Nella lettera nota come De decretis Nicaenae Synodi, Atanasio non fa che rispondere a un’unica domanda, che formula in questi termini: «Perché i [vescovi] riuniti a Nicea hanno usato le espressioni: ek tes ousias (“dalla sostanza”) e omoousios (“consostanziale”) che non appaiono nella Scrittura e nemmeno nel Prologo di Giovanni?». La risposta che Atanasio si dà, è chiara e articolata: ancorché i Padri conciliari non trovassero nel Vangelo queste parole, essi fecero una sorta di sintesi di tutto il pensiero delle Scritture per evitare che la verità dell’evento del Cristo cadesse in balìa di interpretazioni ambigue. Fu per proclamare senza possibile equivoco la verità dell’evento di Gesù Cristo che si decise di esprimerlo più chiaramente e di scrivere che il figlio è «eguale nella sostanza al Padre». In questo modo affermavano che il Figlio non è solo “simile”, ma identico (tautòn) al Padre.
Del resto, se la sostanza del Figlio non fosse quella divina, come potremmo dire che il “Logos” – nome che il Vangelo di Giovanni dà al Cristo – può salvarci? Solo Dio può salvare ed è in quanto Dio che il Figlio si è fatto strumento di salvezza. Proprio su ciò il Concilio di Nicea si concentra, per introdurre un concetto affatto cristiano: Dio è uno, ma Padre e Figlio non rompono l’unicità poiché quell’Uno è relazione.
Dio non è un “uno” assoluto: l’“unico” Dio è in tre Persone, come spiegherà il dogma trinitario. Tanto che si può pensare e dire che l’uno “sono” e non solo che l’uno “è” in senso assoluto, anche se suona come un paradosso l’uso di un verbo alla terza persona plurale che ha come soggetto una prima persona singolare. Non c’è un unico Dio, se non come una relazione di persone – Padre e Figlio – unite nell’Amore. Quell’Amore è celebrato in una terza Persona: lo Spirito. Egli permette a Dio di essere relatio non adventitia (relazione non accidentale) ma necessaria ed eterna. Lo Spirito è suprema fratellanza, i tre sono una sola fiamma e originano un’unica luce: nell’unità dev’essere contenuta l’alterità.
Se, dunque, en archè en o Logos (In principio era il Verbo, Gv 1, 1)
Padre e Figlio condividono l’archè (l’origine), sono entrambi coeterni e dunque – aspetto da non trascurare – insieme, da sempre anche governano, comandano, secondo la semantica del termine archè che vuol dire “principio, origine, inizio” ma anche “governo”, fondamento e principio della vita e delle cose. Sono due e non uno solo!
Storicamente non era facile accettare l’idea che Dio fossero due in relazione, poiché l’immagine divina fondava quella dell’imperatore. Il monarca deve essere uno solo e avere un potere assoluto. Ma se il Dio cristiano è quella relazione che c’è tra Padre e Figlio, allora anche chi siede sullo scranno più alto della sua città non può essere solo, ma deve condividere con un’alterità il comando e prendere decisioni nell’esercizio di una relazione. Per questo i monarchi del tempo di Nicea cercavano compromessi con l’arianesimo, perché volevano restare saldamente legati al solo, all’unico “Dio”. Mentre nel Padre e nel Figlio il comando è nella loro relazione, nel rapporto tra i due, en filoteti: “in amore”! Una vera rivoluzione che cambia non solo l’ordine divino, ma anche quello umano e politico.
Quella che esce da Nicea è una teologia politica completamente diversa da quella ariana: quest’ultima si regge su un unico Dio vero mentre la prima – basata sull’immagine trinitaria – rende impossibile un assetto monarchico, basato cioè su una sola archè, su un uomo solo al comando. E i cristiani delle origini rifiuteranno proprio questo assetto ereticale all’interno della Chiesa nascente. Diventata numerosa e plurale, la Chiesa ha avuto presto bisogno di una archè, di un modo di dare unità e governo alle tante comunità sparse in diverse città e regioni dell’Impero. La Chiesa ha avuto bisogno di una teologia politica da applicare alla guida delle sue componenti. Ma nel libro degli Atti degli Apostoli vediamo un criterio non monarchico di guidare e governare la comunità cristiana. A Gerusalemme – dove Paolo e Barnaba di recano per risolvere un disaccordo con i giudaizzanti – non c’è un capo-monarca, un “sovrano assoluto” a prendere decisioni, ma ci sono Pietro e Giacomo che insieme dialogano con tutta la comunità. E le decisioni saranno prese davvero en filoteti “in amore”! (cfr. At 15).
A Nicea agisce, dunque, una rivoluzione che investe il piano teologico, politico, culturale, etico. Tutto deriva dalla novità che vi è un “nato da donna”, partorito nel sangue, venuto alla luce in carne e ossa, e questo bambino è Dio! Questa è la novità “copernicana” «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani»
(1Cor 1, 23). Stoltezza, follia, assurdità per il pensiero filosofico, per la sofia greca, e bestemmia fatale per i Giudei irrigiditi sulla Legge, per cui farsi Figlio di Dio, uguale a Dio, è un delitto degno della pena di morte: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5, 18).
Il Figlio di Dio, della sua stessa sostanza, non può riconoscere il Padre come suo monarca, non può vederlo, considerarlo, come sopra di sé! Allo stesso modo, poiché il Figlio è Dio, condivide l’archè, non può avere sopra di sé alcun monarca umano, tanto meno può ammettere autorità terrena sopra di sé! Il mondo è nelle sue mani. Infine questo Figlio di Dio è tale nella misura della sua assoluta libertà: un unico Dio, ma ognuno con la differenza della sua Persona.