Pietro Cavallini, La nascita di Gesù, fine sec. XIII, mosaico, Basilica di Santa Maria in Trastevere;  sotto la figura di Maria è raffigurata  la Taberna Meritoria dove scaturì la Fonte dell’olio

Il titulus più antico di Trastevere è costruito sul luogo della Fonte dell’olio, a ricordo di un misterioso evento che manifestò la nascita di Cristo

di Talia Casu

La Regio XIV trans Tiberim era quella parte di Roma che si estendeva lungo la riva destra del Tevere e comprendeva l’Isola Tiberina e l’area dell’odierno Vaticano, il colle Gianicolo e il quartiere di Trastevere. Qui, nell’anno 38 a.C., presso la Taberna Meritoria, luogo di ritrovo dei legionari a riposo, improvvisamente, dal terreno uscì dell’olio che inondò il pavimento. Il fatto accadde realmente ed è attribuito a un fenomeno di origine vulcanica, che generò l’uscita di petrolio da una polla di idrocarburi. Ma l’evento assunse immediatamente un significato religioso: i numerosi ebrei, abitanti in Trastevere, interpretarono l’accaduto come un segno della venuta imminente del Messia (nome che che equivale a: l’Unto).

Anni dopo, i cristiani contribuirono a rafforzare questa certezza, così come è riportato nella Cronaca Eusebiana riscritta da san Girolamo: «Alla Taberna Meritoria del Trastevere scaturì l’olio dalla terra e continuò a scorrere per tutto il giorno senza interruzione, significando la grazia di Cristo che sarebbe venuta alle genti». Tale convinzione attribuì alla taberna un carattere di sacralità e, di conseguenza, si impose la necessità di farne un luogo di culto. Al tempo di papa Callisto I (218-222) nacque una disputa tra i gestori della Taberna e la comunità cristiana, in merito al possesso del locale. Arbitro della controversia fu l’imperatore Alessandro Severo, che decise di concederla ai cristiani perché «era preferibile un luogo di culto, piuttosto che una bettola in mano ai locandieri».

Émile Zola scrive nel suo volume Roma, pubblicato nel 1896, che il luogo della Fons olei era indicato da un’iscrizione «nella cappella del fonte battesimale, sul pavimento di porfido, con un’apertura circolare, il cui orifizio rivestito di marmo bianco può misurare due piedi di diametro». Ma in seguito a un restauro, l’iscrizione venne trasferita ai piedi dell’altare maggiore, accanto a un’altra che ricorda: «Qui l’olio colò quando Cristo nacque della Vergine. Qui l’olio zampillò, come Dio dalla Vergine. Per questa duplice unzione Roma divenne la sovrana del mondo».

Per quanto riguarda questo antico luogo di culto eretto da papa Callisto, nel quale si radunavano i fedeli del Trastevere, oggi si ammette che si tratti del Titulus Callixti. Ancora oggi il papa martire Callisto è considerato il fondatore del Titolo di santa Maria in Trastevere e celebrato con solennità nel giorno della memoria del suo martirio, il 14 ottobre.

Accanto a esso, il papa Giulio I (337-352) ne costruì un secondo, corrispondente al Titulus Iulii, in ricordo della Fons olei.  Ma è probabile che, nel tempo, tale prossimità, abbia portato le due opere a essere associate in un unico centro di culto, fino alla denominazione di Titulus Iulii et Callixti, come compare in alcuni documenti. Ci vengono in aiuto gli atti di due sinodi romani: nel sinodo indetto da papa Simmaco nel 499 firmano tre presbiteri appartenenti al Titulus Iulii; nel sinodo del 595 a firmare sarà un presbitero Tituli sancti Iulii et Callixti.

Ma già precedentemente, per la precisione nel 587, compare anche un’altra denominazione per la basilica trasteverina: Titulus Sanctae Mariae, che poi prevarrà e nel sinodo del 731 sarà precisato come titulus sanctae Dei Genetricis qui appellatur Callixti trans Tiberim (Titolo della santa Madre di Dio detto di Callisto oltre il Tevere). In seguito, nel periodo tra VII e IX secolo, il nome di Giulio tende a scomparire, mentre riaffiora quello di Callisto, ma ormai la basilica e il Titulus sono conosciuti comunemente col solo nome di Titulus sanctae Mariae in Transtiberim, che manterrà fino a oggi.

Papa Adriano I (772-795), noto per i numerosi restauri delle chiese di Roma, provvide a rinnovare radicalmente l’edificio ormai quasi fatiscente, dedicando definitivamente la basilica alla Vergine Maria. Essa è, dopo Santa Maria Maggiore, una delle prime dedicate a Roma al culto della Madre di Dio, ma le varie trasformazioni a cui è stata sottoposta nei secoli VIII e IX rendono difficile individuare la sua forma antica.

A papa Gregorio IV (827-844), si devono i lavori per adeguare l’edificio di culto alle nuove esigenze liturgiche: sopraelevò il presbiterio realizzando, al di sotto, una cripta per custodire le reliquie dei martiri Callisto, Cornelio e Calepodio.

Nel Medioevo papa Innocenzo II (1130-1143) ordinò la totale ricostruzione della basilica, cadente a causa di un lungo periodo di incuria, realizzandone una nuova dalle forme maestose che, sostanzialmente, sono giunte fino ai nostri giorni. La basilica medievale segue il modello di quelle paleo-cristiane nelle sue grandi dimensioni, con colonnati architravati e preziosi capitelli provenienti dalle terme di Caracalla. Tra il 1290 e il 1310 l’abside fu arricchita dai mosaici di Pietro Cavallini, nei quali sono presentati episodi legati alla vita della Vergine.

Durante i lavori di Innocenzo II, l’altare venne anche sormontato da un ciborio, per cui si rese necessario spostare la venerata icona della Madonna della Clemenza. Si tratta di un’immagine databile tra VI e VIII secolo, la più monumentale tra le antiche icone mariane sopravvissute a Roma. Fino a metà del Cinquecento risultava nella cappella di santo Stefano, ma in epoca post tridentina, il 17 maggio del 1593, l’icona venne traslata solennemente nella cappella Altemps.