Ci sono momenti in cui “Giuseppe”  è necessario. È necessario cioè un padre, una guida spirituale, un insegnante, un educatore, che intuisca la preziosità del figlio e “garantisca la sua bellezza”

di don Gabriele Vecchione

«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo» (Mt 2, 13).

Erode cerca i bambini. Erode non è solo il re che regnò dal 37 al 4 a.C. sulla Giudea, sull’Idumea, sulla Samaria, sulla Galilea e sulla Perea. C’è un Erode perenne, che cerca l’infanzia per distruggerla, per riempire il mondo di santi mancati, per fare degli esseri umani eterni incompiuti. La tecnocrazia in pochi anni ha eliminato il gioco spontaneo nei cortili, ha chiuso in casa i bambini, li ha riempiti di ansie tipiche degli adulti: questo è Erode. I device hanno prodotto modificazioni neurologiche e concorso a determinare un aumento esponenziale dei disturbi psichiatrici: anche questo è Erode.

C’è un momento, un solo momento, in cui il padre posa il capo – non a caso l’angelo Gabriele intima a Giuseppe di alzarsi – un solo momento in cui colui che ti deve proteggere abbassa la guardia, ma non lo fa colpevolmente, lo fa perché è un essere umano, e in quel momento arriva Erode, il quale è segno, come già lo fu il Faraone d’Egitto, del male che artiglia i più indifesi, che li schiavizza.

È il momento in cui un bambino ha sentito una conversazione tra adulti che non avrebbe dovuto sentire, o in cui gli è stata detta una cosa che non doveva essere detta (Non ti volevamo, ma sei arrivato). Quel momento in cui il bambino ha ipotizzato di non far parte della famiglia o in cui è stato effettivamente abbandonato. Quel momento che si perde nella notte dei tempi, trauma che si cela dietro ogni gesto, ogni pensiero, ogni parola. Quel momento in cui il bambino ha compreso che, per risultare gradito al gruppo, doveva abbassare il livello, essere come tutti, svendersi un pochino, fare l’esordio con la visione della pornografia, pronunciare la prima bestemmia, e poi, magari più avanti, aspirare da uno spinello che passava di bocca in bocca nel gruppo.

Quanti ragazzi e ragazze, convinti di combaciare con ciò che di erroneo hanno fatto o di sciocco hanno detto! Erode «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1Pt 5, 8), si insinua in pensieri ossessivi di auto-svalutazione, di sfiducia, di scoraggiamento. Ragazzi e ragazze che non studiano ciò che dà loro gusto, perché il loro unico sogno è diventato, negli anni, quello di ricevere una corposa parcella. Che non vogliono diventare genitori, come se avessero una malattia infettiva che attaccherebbero senza tema al figlio. Giovani che vanno fomentati anziché contenuti. Giovani che hanno paura panica di sbagliare, convinti che un errore possa identificarli e marchiarli per sempre. Ragazzi che si de-responsabilizzano all’arrivo di una gravidanza della ragazza. Ragazze che abortiscono e poi passano la vita ad abortire sé stesse.

C’è stato un momento in cui, nel passaggio dall’infanzia alla pre-adolescenza, tutto s’è rovinato. Un solo momento in cui la promessa di felicità, fatta nell’infanzia, si è rivelata irrealizzabile e allora si è cominciato a derogare sui propri sogni e si è accettato pacificamente che la propria vita fosse solo un trascorrere di giorni, senza niente di frizzante.

In questi momenti serve "Giuseppe". Serve un padre, un padre spirituale, un insegnante, un educatore che intuisca la preziosità delle persone di cui ha la responsabilità – diciamolo: dei figli, perché i figli sono di chi li cresce – e continui a “garantire sulla loro bellezza”.

Con le parole, ovviamente. Tanti padri e madri piangono copiose lacrime di nascosto l’uno dall’altro o insieme, nei loro talami, perché i figli si auto-distruggono, convinti di non valere niente, perché non rie-
scono a uscire da una dinamica autolesionista, da frequentazioni che li annientano, da università che odiano.

Occorre camminare. Occorre cambiare Paese, cioè cambiare lin-
gua, cambiare frequentazioni, cam-
biare lavoro. Per un figlio vale la pena mettersi in discussione, non rimanere impalati nel proprio narcisismo, consumare sé stessi per il suo bene, chiedere collaborazioni.

Ho conosciuto diversi genitori di giovani che erano in una comunità di recupero per tossicodipendenti, o di giovani che erano in carcere. Molte volte mi hanno detto: «Mio figlio è bellissimo, è buono, e non sa di esserlo». Non ho mai pensato che mentissero o che fossero illusi. Al contrario ho creduto che sapessero la verità come nessun altro. Solo loro erano ancora memori della bellezza dei loro figli, solo loro ancora ci credevano.

Molti, troppi, dei nostri giovani non credono nella loro bellezza perché non hanno mai avuto un "Giuseppe" che desse loro prova della loro bellezza effondendo il suo tempo, le sue migliori energie per loro. Giuseppe è il “ne vale la pena” di ogni educatore, che dà il suo tempo perché ha compreso che la cosa più bella del mondo è attivare un passaggio invisibile del bene da cuore a cuore.

Esiste forse gioia più grande di quella di aver messo e continuare imperterritamente a mettere cose buone nel cuore di un figlio?