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Obbediente ma non prigioniero della Legge, san Giuseppe si incamminò verso il Verbo, verso Gesù. Omelia inedita di papa Benedetto XVI nel monastero Mater Ecclesiae, dopo le sue dimissioni

di papa Benedetto XVI

Cari amici, accanto a Maria, Madre del Signore, e a san Giovanni Battista, oggi la liturgia ci presenta una terza figura, in cui l’Avvento resta quasi impersonato, una figura che simboleggia l’Avvento: san Giuseppe. Meditando il testo del Vangelo (Mt 1, 18-24) possiamo vedere, mi sembra, tre elementi costitutivi di questa visione.

Il primo e decisivo è che san Giuseppe viene chiamato “giusto”. Questa è per l’Antico Testamento la massima caratterizzazione di uno che vive realmente secondo la Parola di Dio, che vive l’alleanza con Dio. Per capirlo bene dobbiamo pensare alla differenza tra Antico e Nuovo Testamento. L’atto fondamentale di un cristiano è l’incontro con Gesù, e in Gesù con la Parola di Dio che è Persona. Incontrandoci con Gesù, incontriamo la verità, l’amore di Dio; e così la relazione di amicizia diventa amore, la nostra comunione con Dio cresce, siamo realmente credenti e diventiamo santi.

L’atto fondamentale nell’Antico Testamento è diverso, perché Cristo era ancora una realtà futura e quindi al massimo si trattava di andare incontro a Cristo, ma non c’era ancora un vero incontro come tale. La Parola di Dio nell’Antico Testamento ha sostanzialmente la forma della Legge, la Torah. È Dio che guida – questo è il senso – è Dio che ci mostra la strada. È un cammino di educazione che forma l’uomo secondo Dio e lo rende capace di incontrare Cristo. In tal senso questa giustizia, questo vivere secondo la Legge è un cammino verso Cristo, un estendersi verso di lui; ma l’atto fondamentale è l’osservanza della Torah, della Legge, e così si è un “giusto”. San Giuseppe è un giusto, un esemplare ancora dell’Antico Testamento.

Ma qui vi è un pericolo e insieme una promessa, una porta aperta. Il pericolo appare nelle discussioni di Gesù con i farisei e soprattutto nelle lettere di san Paolo. Il pericolo è che, se la Parola di Dio è sostanzialmente Legge, va considerata come una somma di prescrizioni e di divieti, un pacchetto di norme, e l’atteggiamento dovrebbe quindi essere di osservare le norme e così esserne corretti. Ma se la religione è così, se è solo questo, non nasce nessuna relazione personale con Dio, e l’uomo rimane in se stesso, soltanto cerca di perfezionarsi, di essere un perfetto. Ma così nasce un’amarezza, come la vediamo nel figlio maggiore della parabola del figlio prodigo. Questi, avendo osservato tutto, alla fine è amaro e anche un po’ invidioso del fratello che, come lui pensa, ha avuto la vita in abbondanza. Questo è il pericolo: la sola osservanza della Legge diventa impersonale, si limita solo a un fare, tanto che l’uomo diventa duro e anche amaro. Alla fine non si può amare questo Dio, che si presenta solo con norme e talvolta anche con minacce. Questo è il pericolo!

La promessa invece sta in questo: possiamo anche considerare le prescrizioni non solo come un codice, un pacchetto di norme, ma come espressione della volontà di Dio, nella quale Dio parla con me e io parlo con lui. Entrando nella Legge, entro in dialogo con Dio, imparo il volto di Dio, comincio a vedere Dio e così sono in cammino verso la Parola di Dio fatta persona, verso Cristo. Un vero “giusto”, come san Giuseppe, è così; per lui la Legge non è semplice osservanza di norme, ma si presenta come una parola di amore, un invito al dialogo, e la vita secondo la Parola consiste nell’entrare in questo dialogo e trovare, dietro alle norme e nelle norme, l’amore di Dio. Si può così capire che tutte queste norme non valgono per se stesse, ma sono regole dell’amore, servono perché l’amore cresca in me. Così si capisce che alla fine tutta la Legge è solo amore di Dio e del prossimo. Trovato questo, si è osservata tutta la Legge. Se uno vive in questo dialogo con Dio, un dialogo di amore nel quale egli cerca il volto di Dio, nel quale egli cerca l’amore e capisce che tutto è dettato dall’amore, è in cammino verso Cristo, è un vero “giusto”. San Giuseppe è un vero giusto; così in lui l’Antico Testamento diventa Nuovo, perché nelle parole cerca Dio-persona, cerca il suo amore, e tutta l’osservanza è vita nell’amore.

Lo vediamo nell’esempio che ci offre questo Vangelo. San Giuseppe, fidanzato con Maria, scopre che lei aspetta un bambino. Possiamo immaginare la sua delusione; conosceva questa ragazza e la profondità della sua relazione con Dio, la sua bellezza interiore, la straordinaria purezza del suo cuore; ha visto trasparire in tutta questa ragazza l’amore di Dio e l’amore della sua Parola, della sua verità e adesso si trova gravemente deluso. Che cosa fare? Ecco, la Legge offre due possibilità, nelle quali appaiono due vie: quella pericolosa, fatale, e quella della promessa. Può fare causa davanti al tribunale e così esporre Maria alla vergogna, distruggerla come persona. Può farlo in modo privato con una lettera di separazione. E san Giuseppe, vero giusto, anche se molto sofferente, arriva alla decisione di prendere questa strada, che è una strada dell’amore nella giustizia, della giustizia nell’amore, e san Matteo ci dice che ha lottato con se stesso, in sé con la Parola. In questa lotta, in questo cammino per arrivare a capire la vera volontà di Dio, ha trovato l’unità tra amore e norma, tra giustizia e amore, e così, in cammino verso Gesù, è disponibile per l’apparizione dell’angelo, nella quale Dio gli fa conoscere che si tratta di un’opera dello Spirito Santo. 

Sant’Ilario di Poitiers, nel IV secolo, trattando del timore di Dio, ha detto alla fine: «Tutto il nostro timore è collocato nell’amore», cioè è solo un aspetto, una sfumatura dell’amore. Così lo possiamo ripetere qui per noi: tutta la Legge è collocata nell’amore, è espressione dell’amore e va adempiuta entrando nella logica dell’amore. Qui dobbiamo tener presente che, anche per noi cristiani, esiste la stessa tentazione, lo stesso pericolo che esisteva nell’Antico Testamento. Anche un cristiano può arrivare a un atteggiamento, nel quale la religione cristiana è considerata come un pacchetto di norme negative, di divieti e di norme positive, di prescrizioni. Si può arrivare all’idea che si tratta solo di eseguire prescrizioni impersonali e così perfezionarsi, ma così si svuota il fondo personale della Parola di Dio e si arriva a una certa amarezza e durezza del cuore. Nella storia della Chiesa lo vediamo nel Giansenismo. Noi tutti corriamo questo pericolo; personalmente sappiamo che dobbiamo superare sempre di nuovo questo pericolo e trovare la Persona e, nell’amore della Persona, la strada della vita e la gioia della fede. Essere giusti vuol dire trovare questa strada e così anche noi in realtà siamo sempre di nuovo in cammino dall’Antico al Nuovo Testamento, nella ricerca della Persona, del volto di Dio in Cristo. Proprio questo è l’Avvento: uscire dalla pura norma verso l’incontro dell’amore, uscire dall’Antico Testamento, che diventa Nuovo. 

Questo quindi è il primo e fondamentale elemento della figura di san Giuseppe come appare nel Vangelo di oggi. Ora due brevissime parole sul secondo e sul terzo elemento. 

Secondo: egli vede in sogno l’angelo e ne ascolta il messaggio. Questo suppone una sensibilità interiore per Dio, una capacità di percepire la voce di Dio, un dono di discernimento, che sa distinguere tra sogni che sono soltanto sogni e un vero incontro con Dio. Solo perché san Giuseppe era già in cammino verso la Parola, verso il Signore, verso il Salvatore, poteva discernere; Dio poteva parlare con lui e lui capiva: «Questo non è solo un sogno, è verità, è l’apparizione del suo angelo». E in tal modo poteva discernere e decidere.

Anche per noi è importante questa sensibilità aperta a Dio, questa capacità di percepire che Dio parla con me, questa capacità di discernimento. Certo, Dio non parla normalmente con noi come ha parlato attraverso l’angelo con Giuseppe, ma ha i suoi modi di parlare anche con noi. Sono gesti di tenerezza di Dio, che dobbiamo percepire per trovare gioia e consolazione. Sono parole di invito, di amore, anche di richiesta, quando incontriamo persone che soffrono, che hanno bisogno di una mia parola o di un mio gesto concreto. Qui occorre essere sensibili: riconoscere la voce di Dio, capire che adesso Dio mi parla, e rispondere.

E così siamo arrivati al terzo punto. La risposta di san Giuseppe alla parola dell’angelo è fede e poi obbedienza, fatto. Fede: ha capito che questa è realmente la voce di Dio, non è un sogno. La fede diventa fondamento sul quale agire, sul quale vivere; essa è riconoscere che questa è la voce di Dio, un imperativo dell’amore che mi guida sulla strada della vita, per poi fare la volontà di Dio. San Giuseppe non era un sognatore, anche se il sogno è stata la porta con cui Dio è entrato nella sua vita. Era un uomo pratico e sobrio, un uomo di decisione, capace di organizzare. Non era facile – penso – trovare a Betlemme, poiché non c’era posto nelle case, una stalla come luogo discreto e protetto e, nonostante la povertà, degno per la nascita del Salvatore. Poi organizzare la fuga in Egitto, trovare ogni giorno da dormire, da vivere per lungo tempo: questo esigeva un uomo pratico con capacità di azione, con capacità di rispondere alle sfide, di trovare le possibilità di sopravvivere. E poi al ritorno, la decisione di ritornare a Nazareth, di fissare qui la patria del Figlio di Dio, anche questo mostra che era un uomo pratico, che da falegname ha vissuto e reso possibile agli altri la vita di ogni giorno. 

Così san Giuseppe ci invita da una parte a questo cammino interiore nella Parola di Dio, per essere sempre più vicini alla persona al Signore, ma nello stesso tempo ci invita a una vita sobria, di lavoro, di servizio in ogni giorno per fare il nostro dovere nel grande mosaico della storia. 

Ringraziamo Dio per la bella figura di san Giuseppe. Preghiamo: «Signore aiutaci a essere aperti a te, a ritrovare sempre più il tuo volto, ad amarti, a trovare l’amore nella norma, a essere radicati, realizzati nell’amore. Aprici al dono del discernimento, alla capacità di ascoltare te e alla sobrietà di vivere secondo la tua volontà e nella nostra vocazione». Amen!

(Omelia pronunciata da papa Benedetto XVI il 22 dicembre 2013,
IV domenica di Avvento A, nella cappella privata del Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano – Proprietà Welt am Sonntag). 

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