Consigli a coloro che, per legame di affetto o per dovere di professione, accompagnano le persone nell’ultimo tratto della vita. Aiutandole ad accettare l’evento naturale e inevitabile del morire e favorendo la speranza di chi è credente

di Vito Viganò e Cecilia Bisi

Ci può essere una “buona” morte? La morte è la “vittoria” del male e la perdita di un valore assoluto come quello della vita. È provocata dal guasto irrimediabile dell’organismo, che si deteriora in modo rapido o prolungato, fino a perdere le condizioni minime che rendono possibile il vivere. Tutto questo è accompagnato da condizioni fisiche penose, insieme alla sofferenza morale per il distacco progressivo da ciò che si è tenuto sempre in gran conto: lo star bene e il vivere. Ma allora, si può parlare davvero di una “buona” morte?

La morte “buona”. C’è del “buono” nel morire in riferimento a come ci si arriva e come si vive il tempo prima della morte. Ciò è frutto di un travaglio interiore che il “protagonista” deve assumersi, un travaglio che richiede l’accettare quel che non si desidererebbe mai. Si tratta di assumere come realtà inevitabile la fine imminente, rispettando il corso naturale degli eventi. Rifiuto, ribellione, rabbia sono stati d’animo dannosi e sterili, che allontanano dalla serenità dignitosa con cui va vissuta la morte. Accettare vuol dire convivere (letteralmente vivere-con) con la realtà di una fine prossima, che non impedisce di trovare il modo di vivere con dignità anche l’ultima fase dell’esistenza. Operano in questo senso i “conforti religiosi”, i Sacramenti e le preghiere che la religione offre per rendere più accettabile e sereno il concludersi del vivere.

Favorire l’accettazione. È questo il compito delicato di chi accompagna e deve essere spettatore discreto e coinvolto nell’elaborazione intima di chi muore. Ogni morente ha un modo suo proprio di confrontarsi con la conclusione della propria vita. C’è chi elabora il lutto per la fine della propria vita nel suo intimo, mentre altri hanno bisogno di esternare e di condividere. C’è chi in qualche misura ci arriva preparato, e chi invece si trova sorpreso, sconvolto da questa eventualità fatale. Tra le pratiche di devozione di un tempo c’era l’“Esercizio della buona Morte”, un appello alla protezione divina immaginando in anticipo le condizioni penose del morire. A chi accompagna tocca l’impegno di una presenza attenta e discreta, in cui, più che il sollecitare confidenze, vale l’assecondare il bisogno di condividere i sentimenti, che favorisce il processo di elaborazione interiore. La discrezione impone però il rispetto di come il morente vive l’imminenza della sua fine e il mistero del “dopo”.

Parlare della morte? Arriva spesso un momento in cui il paziente terminale formula la domanda che crea imbarazzo all’intorno: «Allora, sto proprio per morire?». Cecilia Bisi racconta che qualche suo giovane collega scappava dalla camera, non sapendo come affrontare una domanda così spinosa. Invece per lei questo era il modo di affrontare l’argomento: «Ognuno percepisce dentro di sé come si sente; tu cosa ne pensi?». Ho chiesto a Cecilia se, dalla sua esperienza, ha colto se i morenti hanno veramente la percezione della morte imminente. A lei sembra che tale percezione ci sia, anche se non sempre il paziente vi allude, oppure, se lo fa, parla solo attraverso “immagini”. Ricordo ad esempio l’amico Roberto che, pochi giorni prima di morire, alla domanda su come si sentisse, rispose: «Mi trovo come in un buco». Se il paziente terminale prende l’iniziativa di affrontare l’argomento, si fa un buon servizio nell’accettare di parlarne, di condividere opinioni e impressioni, senza insistere nel voler influenzare le sue idee. Con delicatezza, se si sa che il morente è un fedele praticante, è buona cosa ricordargli l’utilità dei conforti religiosi. Se si è al corrente di questioni pratiche in sospeso o di relazioni disturbate, può essere utile invogliarlo a mettere le cose a posto, così da ritrovare una preziosa serenità.

Andarsene in pace. Fa parte della “buona” morte lo stato d’animo pacificato nell’accettare la realtà indiscutibile della fine, anche se fastidiosa e inquietante. Ci si rende conto che non resta più molto da chiedere alla vita e ci si adegua agli ultimi “scampoli buoni” che si possono godere, quali gli affetti, le tenerezze, le presenze amiche, il benessere delle cure fisiche. Si può rimanere lucidi fino alla fine, o forse più spesso arriva il momento di entrare in una coscienza assopita, incapace ormai di esprimersi e interagire. C’è il problema poi che i tempi della morte non tengono conto di attese e desideri. Le attese allora possono diventare sconfortanti, con vissuti agitati e reazioni inquiete che rendono ancor più pesante l’ultimo momento del vivere. Dà pace l’affidarsi dignitoso al poco o tanto, al piacevole o meno, che il vivere riserva ancora.

Venticinque anni di lavoro nel reparto delle cure palliative, di incontri con l’autenticità vissuta di tante persone accompagnate nella fase fragile e intensa del fine-vita, mi hanno lasciato uno splendido regalo. Apprezzo ogni giorno che mi è offerto, ne sono grata, ho capito che mi conviene viverlo come se fosse l’ultimo. Mi sono resa conto che l’essere coscienti della propria morte, invece di essere un fastidioso fardello, è una liberazione, un appello a curare meglio il proprio vivere. Mi porto dentro i volti di molti pazienti che mi hanno aiutata a restare orientata all’essenziale. Mi preparo alla mia morte così, con l’impegno rinnovato a un vivere pieno. (Cecilia)