È necessario prestare grande attenzione alle emozioni di colui che sta vivendo i suoi ultimi giorni. Non gli si deve negare la verità, ma bisogna suggerirgli pensieri positivi. Per chi è credente è questo il momento di cercare il conforto definitivo della fede

di Vito Viganò e Cecilia Bisi

Avolte viene spontaneo il chiedersi: cosa passa nella testa e nel cuore di chi sa di trovarsi alla fine del suo vivere? E ci si immagina che siano esperienze intense. Accompagnare chi muore vuol dire, oltre che prestare cure concrete, offrire anche un sostegno per vivere in modo dignitoso gli stati d’animo che tale situazione suscita. Certamente non esistono protocolli o ricette per questo buon sostegno, e ciò per la modalità irrepetibile con cui ogni morente vive l’ultima fase della sua esistenza.

Atteggiamenti di sostegno. Una presenza attenta è il modo più immediato per far capire: sono qui per te, puoi contare su di me. E non è solo l’affaccendarsi attorno alle cose concrete o il trovare per forza qualcosa di cui parlare. Il sostegno di una presenza premurosa passa anche attraverso tempi di silenzio, sguardi che s’incontrano, qualche discreta domanda per mostrare interesse, se si ha l’impressione che il silenzio pesi. Quando poi il malato si esprime, ci vuole un ascolto partecipe, con empatia, per capire come è vissuto dentro ciò che viene detto. E occorre lasciar dire, senza sviare o interrompere, anche se i contenuti non sono appropriati, perché l’esprimersi fa già bene. Si potrà eventualmente in seguito riprendere ciò che conviene ridiscutere.

I pensieri di chi muore. Le lunghe notti e le giornate non più impegnate nelle faccende abituali: chi muore ha tanto tempo per riflessioni inquietanti, a motivo della gravità di quel che vive. È bene per lui se trova momenti in cui ha accanto qualcuno che lo ascolta, per condividere ciò che sta vivendo dentro. Chi assiste, oltre ad accogliere con rispetto, ha l’occasione di influenzare un giro di pensieri che potrebbero diventare pesanti. E non occorre suggerire la rimozione – «Non pensarci, non devi prenderla così, cerca di distrarti» – quanto piuttosto conta un delicato invito a riflessioni diverse: suggerire un punto di vista alternativo, evidenziare altri aspetti per variare il modo di vivere la stessa cosa. Ad esempio, la realtà dei dolori è meno angosciante pensando alle cure efficaci su cui si può contare.

Nei reparti di cure palliative, una presenza attenta e l'ascolto sono una priorità per tutti i curanti. È vero che c’è sempre da litigare con il tempo limitato e a volte dispiace non poter stare un po’ di più con chi si cura. Per questo si fa in modo che altre figure passino in modo regolare a offrire presenza e sostegno al malato e ai suoi familiari. Sarà il consulente spirituale, per uno scambio di convinzioni e per i bisogni dello spirito. Saranno i volontari, disponibili a conversare o ad accompagnare a una camminata all’aperto. Saranno incontri e situazioni per confermare la sensazione che si esiste ancora, come la cena con ospiti graditi in occasione del compleanno di Mario, tre giorni prima di morire; oppure una mostra in reparto dei quadri di Giuliana, apprezzata da tutti; o infine il concerto di cinque arpiste nella camera di Daniele, non più in grado di muoversi. Semplici gesti concreti per suscitare emozioni intense ancora possibili. (Cecilia)

Le emozioni. Sono i pensieri a innescare le emozioni che si provano. Allora, variare il modo di pensare è il modo più immediato per provare stati emotivi diversi. Inquietudini e paure sono naturali per ciò che prospetta la fase terminale del vivere. Parlarne, discuterne ha l’effetto benefico di renderle più realistiche, di motivarsi a mettere in atto ciò che occorre per ridurre i disagi prevedibili. Per il credente è questo il momento di trovare sostegno nella fede, per vivere in modo più sereno i giorni che restano. Ma a volte sorgono spontanee reazioni di rabbia, di ribellione contro la realtà spiacevole della sofferenza e della perdita che si prevede. Se la rabbia e la protesta possono talora essere reazioni vitali e preziose per rimediare a quel che non va, esse però diventano inutilmente penose quando riguardano una realtà che è solo da accettare e integrare. Delicato è allora il compito, per chi assiste, di fare da specchio di una realtà che non si vorrebbe vedere, allo scopo di favorire la serenità che si ottiene quando la si assume. Chi muore può avere molte ragioni di tristezza e di rammarico, per la perdita della salute, per la mancanza di autonomia, per una vita che sta finendo. Fa bene parlarne, confidare il peso di questi pensieri tristi. E colui che ascolta può offrire uno stimolo discreto a spostare l’attenzione su quanto può ancora dare un po’ di conforto e di serenità.

Ricordo la signora Marta, arrivata in reparto covando dentro una rabbia intensa contro la malattia e i medici che non l’avevano diagnosticata prima, contro le cure lunghe e dolorose della sua ferita al seno. Per due settimane il contatto con lei è stato quasi impossibile; mandava via tutti dalla camera con parole dure. Poi un giorno, camminando in corridoio, da una porta aperta vede Giovanna che sta facendo lavoretti graziosi, delle fatine che vuole lasciare alle sue figlie di otto e dieci anni. Le racconta anche che sta scrivendo un libro con foto e commenti su cose belle vissute insieme. Da quel momento Marta e Giovanna si incontrano ogni giorno nella sala comune, raccontando, piangendo e ridendo. Marta si rimette a dipingere e fa uno splendido quadro per la figlia, con cui non si vedeva da tempo. Riesce a ritrovarsi con lei appena a tempo, prima della morte, sopravvenuta qualche giorno dopo quella dell’amica Giovanna (Cecilia)