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I cento anni dalla nascita di un “contemporaneo”

di Francesco Maruncheddu

Nella vita tutto è dono, tutto è grazia, per questo il “bouquet” di regali offerto in occasione dei cento anni della nascita di Karol Wojtyla non poteva passare in sordina.

Il pontificato di Giovanni Paolo II è iniziato sulla scia della forte corrente spirituale mossa dallo Spirito Santo. In quegli anni era iniziato un cambiamento d’epoca e, su sollecitazione di Giovanni Paolo II, la Chiesa doveva uscire dalla acque quiete del porto e prendere il largo nella storia contemporanea.  Lo Spirito Santo ha messo al timone per il grande esodo un uomo di una travagliata esperienza umana, proveniente da una nazione di cultura slava, crocevia di popoli.

L’intuizione profetica di un Concilio ecumenico è nata da un uomo, Angelo Roncalli, che aveva vissuto i fermenti innovativi del dopo-guerra come nunzio pontificio in Bulgaria e poi a Parigi.

Giunto al soglio pontificio la bonomia, la santità di vita e la saggezza “contadina” di Giovanni XXIII, avevano intuito che il terreno del passato, insanguinato da guerre fratricide, violenze e spartizioni politiche, doveva essere arato e seminato di spirito evangelico. La preparazione del terreno e la nuova seminagione fu condotta con saggezza, pazienza e spirito di profezia da un altro santo: Paolo VI. 

Papa Montini portò a termine il Concilio, inaugurato e aperto - come si è visto - da san Giovanni XXIII e iniziò ad attuare le grandi riforme. Sulla scia del soffio dello Spirito il Concilio ecumenico ha preso il largo e, tolti gli ormeggi, la navicella della Chiesa ha scoperto nuovi terreni, aree culturali, sensibilità per un rinnovato impegno di evangelizzazione.

In occasione del Centesimo compleanno di Karol Wojtyla il card. Angelo Comastri, arciprete della basilica di San Pietro e Vicario generale della Città del Vaticano, ha detto: «Ringraziamo il Signore per avercelo donato» e conoscendo la sua tenera devozione alla Madonna, le affidiamo il compito di presentargli in cielo il nostro augurio di buon compleanno e di esprimergli tutta la nostra riconoscenza per il bene che ci ha fatto con tutta la sua vita, e soprattutto con i 27 anni del suo pontificato. Dove ha dimostrato una capacità unica di agganciarsi in presa diretta con il popolo condividendo il respiro e il pulsare della vita.

Una delle prime iniziative di Giovanni Paolo II è stata la creazione del Pontificio Consiglio della Cultura: cultura come variegata qualità del vivere umano.  

Karol Wojtyla, operaio, studente, filosofo, poeta, teologo, vescovo e Papa sosteneva che è l’umanità la strada che ci permette di giungere a Dio.

In questa intervista il cardinal Poupard illumina la personalità di Giovanni Paolo e il ruolo della cultura degli uomini di oggi nel costruire una società equa e ospitale.

m.g.

Eminenza, lei è stato nominato Cardinale da san Giovanni Paolo II del quale è stato uno stretto collaboratore. Un suo ricordo?

Ho avuto modo di conoscerlo quando era un giovane vescovo ed io un giovane collaboratore di Paolo VI in Segreteria di Stato.

Da Ausiliare, l’ho ricevuto poi in visita a Parigi nel 1980 e l’ho accompagnato nella sua storica visita all’Unesco, e in quello stesso anno mi ha chiamato a Roma come pro-presidente del Segretariato per i Non Credenti, succedendo al Card. Franz König e poi due anni dopo mi ha voluto nel Pontificio Consiglio per la Cultura. Per Giovanni Paolo II, una fede che non diventa cultura non è interamente pensata e vissuta, lo ha ribadito durante tutto il suo pontificato.

Com’era stargli accanto?

È  stato un uomo eccezionale, di grande umanità, semplicità e profondità. Un vero “uomo di Chiesa”, un uomo di Dio per gli uomini. Un uomo “tutto-sincero”: lui era così come appariva. Ricordo il primo pranzo di lavoro insieme, notai subito la sua immediatezza nel fare domande e nell’informarsi con semplicità. Provenivo dall’esperienza con Paolo VI che era diverso nei modi di fare, sempre legati alla coscienza che aveva della sua carica che lo portava ad un atteggiamento comunque sempre molto ufficiale. Wojtyla è rimasto come era, continuava a rivolgersi ai professori chiamandoli “cari colleghi”.

Lei ha poi partecipato al Conclave che ha eletto Benedetto XVI.

Come lei ben sa sul conclave non si può dire nulla. Su Benedetto XVI sì invece! Con l’allora cardinale Ratzinger arrivammo a Roma praticamente insieme, per volontà di Giovanni Paolo II, io per la precisione tre mesi prima di lui. Quando Giovanni Paolo II aveva creato il Consiglio per la Cultura chiamandomi a occuparmene, gli dissi subito che volevo ne facesse parte anche il card. Ratzinger. Dissi: se c’è un cardinale della cultura, quello è lui! Posso definirlo un uomo sempre disponibile, già da quando era un professore universitario.

Lei è stato il “ministro della cultura” di due Papi. Quali i problemi più seri per la cultura cristianamente intesa oggi?

Direi tre. Il pluralismo delle culture, il vuoto ideologico, il crollo dei modelli che trasmettono i valori: di fronte a tutto questo è chiara l’esigenza dell’inculturazione del Vangelo, della radicalità del Vangelo, tenendo conto delle lezioni della storia. La cultura è l’anima di un popolo, è dove è in gioco il destino e del mondo e della Chiesa. Va radicato il Vangelo in famiglia, nella cultura, nella politica.

Presentando un nuovo umanesimo cristiano, dobbiamo portare un umanesimo che sia cultura della vita, dell’interiorità, del dialogo, che crei una speranza universale dell’amore.

Sono tanti i problemi che allontanano dal trascendente.

Alle problematiche complesse del nostro tempo possiamo dunque presentare, proporre, un umanesimo cristiano. La fede suscita la speranza che è frutto dell’amore, l’amore è più forte del male, la vita è più forte della morte. L’antropologia del Vaticano II nella Gaudium et Spes parla della cultura della persona nella sua integralità, nella sua interiorità, nella sua apertura a Dio.

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