di don Bruno Capparoni, Direttore della Pia Unione
Nel secondo giorno dell’anno la Chiesa festeggia, con unica memoria, due santi molto antichi, e quindi poco noti, e li festeggia insieme perché furono grandi amici. Il primo di essi è san Basilio, vescovo di Cesarea in Cappadocia, e il secondo è san Gregorio di Nazianzo, anch’egli vescovo ma a Costantinopoli, ben presto obbligato alle dimissioni per le lotte religiose che divampavano nella capitale dell’Impero. La vita li condusse ciascuno per una strada diversa, eppure conservarono per tutta la vita un solido legame e, quando il 1 gennaio 379 Basilio morì, l’amico Gregorio scrisse un discorso per ricordarlo.
Un brano di questo discorso è presente nel Breviario romano il 2 gennaio. Gregorio vi descrive il soggiorno suo e di Basilio ad Atene, da giovani studenti. La città era il più importante centro culturale in quell’epoca e vi fiorivano varie scuole di pensiero, influenzate prevalentemente dal paganesimo che ancora perdurava. In tale ambiente questi due giovani cristiani, studenti brillanti, si aiutarono a comprendere e vivere la loro fede, con una coscienza così chiara che fa scrivere a Gregorio: «Per noi invece era gran cosa e grande onore essere e chiamarci cristiani».
Questa frasetta mi ha colpito e mi ha accompagnato per un po’ di tempo. Questi due ragazzi, lontani da noi nel tempo ma inseriti in un mondo per tanti aspetti simile al nostro, non solo si aiutavano a conservare la fede, ma anzi ne erano “orgogliosi”. Un “orgoglio buono” che altro non è se non sana consapevolezza, non un atteggiamento contradditorio con la fede.
Il nostro mondo, con i suoi successi scientifici e tecnici, in modo prepotente pone domande e sfide alla fede, ma il cristiano dovrebbe mantenere la testa alta nelle competizioni in cui viene coinvolto. Anzi, la fede lo stimolerà a raccogliere le provocazioni, a capirle con quieta sicurezza e a cercare le risposte adeguate. Il clima culturale odierno, non molto diverso da quello dell’Atene nel IV secolo, vaglia il cristianesimo e la sua storia con severità (a volte eccessiva), ma chi ha fede può guardare alla storia cristiana senza deprimersi di fronte alle cose cattive, ma anche con la capacità di riconoscere le moltissime cose buone fiorite nel cristianesimo.
Pensando ai due antichi studenti di Atene, Basilio e Gregorio, sorprendentemente moderni, mi vengono in mente i giovani che affollano le nostre università, vivono le loro medesime sfide e probabilmente gli stessi loro dubbi. Come sarebbe bello se, come Basilio e Gregorio, coltivassero una coscienza viva della propria fede e pensassero che è gran cosa l’essere cristiani.
Forse qualcuno mi rimprovererà di seminare presunzione. Io penso che il rimedio alla presunzione non sia la negligenza, magari mascherata di umiltà, ma piuttosto la gratitudine, perché quello di cui dobbiamo essere “orgogliosi” lo abbiamo ricevuto. È da desiderare piuttosto (e da pregare) che i giovani cristiani, nelle battaglie odierne tanto simili a quelle antiche, si aiutino, come i due antichi colleghi, a prendere coscienza di quale gran cosa, di quale grande onore sia «essere e chiamarci cristiani».