Nel Vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo brilla la giustizia di san Giuseppe, custode della verginità di Maria

di Rosanna Virgili

Il Vangelo dello Pseudo Matteo cerca di “sceneggiare” le conseguenze esistenziali e sociali che la gravidanza divina di Maria ha sulla vita sua e su quella del suo sposo Giuseppe. Il racconto, un po’ romanzato com’è tipico degli apocrifi, è così reale e spoglio di infiorettature spiritualistiche che ci fa impattare il disagio, facile da comprendere e pure da condividere se ci mettiamo nei panni di Giuseppe.

 Il Vangelo racconta anzitutto l’annuncio a Maria in questi termini: «Mentre Maria era alla fontana a riempire la brocca, le apparve un angelo del Signore, che le disse: “Sei beata, o Maria, poiché nel tuo utero hai preparato una abitazione per il Signore. Ecco che dal cielo verrà la luce e abiterà in te e, per mezzo tuo, risplenderà in tutto il mondo”. Di nuovo, il terzo giorno, mentre con le sue dita lavorava la porpora, entrò da lei un giovane di inesprimibile bellezza. Vedendolo, Maria ebbe paura e tremò. Ma egli le disse: “Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”. All'udire ciò, tremò ed ebbe paura. Allora l'angelo del Signore proseguì: “Non temere, o Maria. Hai trovato grazia presso Dio: ecco che concepirai nell'utero e genererai un re che riempie non soltanto la terra, ma anche il cielo, e regna nei secoli dei secoli”» (Pseudo Matteo 9, 1-2).

A differenza del Vangelo canonico di Luca, qui la visita dell’angelo del Signore si ripete due volte: la prima avviene alla fontana, fuori dalla casa di Maria, mentre la seconda avviene mentre lei era seduta in casa lavorando a un tessuto di porpora. La prima apparizione ricorda alcune note scene del Primo Testamento (cfr. Es 2, 16ss.; Gen 24, 15ss.; Gen 29, 9). Nella seconda l’angelo appare invece come un giovane bellissimo e pronuncia le parole che vengono fissate nella preghiera a Maria, la più cara a noi cristiani, l’Ave Maria. In verità questo apocrifo fa un collage tra testi che Luca pone sulla bocca dell’angelo Gabriele e qualche espressione della cugina di Maria, Elisabetta, secondo il testo della Visitazione (Lc 1, 42: “benedetta tu fra le donne”). Il fatto che nello Pseudo Matteo le prime frasi siano poste nella stessa sequenza della nostra preghiera mariana potrebbe significare che questo Vangelo, ancorché apocrifo, sia stato conosciuto bene nella Chiesa.

Ed ecco che subito la scena si volge su Giuseppe, il quale – come sappiamo anche dal Vangelo canonico di Matteo – di questa doppia visita dell’angelo venuto dal cielo a Maria non ne sapeva nulla: «Mentre accadevano queste cose, Giuseppe era intento alla edificazione di padiglioni nelle regioni vicino al mare; era infatti falegname. Dopo nove mesi ritornò a casa sua e trovò Maria incinta. Profondamente angustiato tremò e esclamò dicendo: “Signore Dio, prendi il mio spirito. Per me, infatti, è meglio morire che vivere”. Le vergini che erano con Maria gli dissero: “Che dici, signor Giuseppe? Noi sappiamo che nessun uomo l'ha toccata, noi siamo testimoni che in lei restano purezza e integrità. Noi abbiamo vigilato su di lei: rimase sempre con noi nella preghiera; angeli di Dio parlano quotidianamente con lei; ogni giorno ha ricevuto il cibo dalla mano del Signore. Non sappiamo come in lei ci possa essere un qualche peccato. Se vuoi che ti confessiamo il nostro sospetto, non altri la rese incinta se non l'angelo del Signore”» (Pseudo Matteo 10, 1).

La lontananza di Giuseppe da Maria, durata nove mesi giusti, lo portò di primo acchito a non avere dubbi almeno su una cosa: che il bambino che lei portava in grembo non fosse opera sua. Quanto bastò, però, a farlo disperare pensando che fosse di un altro uomo. Nel Vangelo canonico di Matteo viene detto semplicemente che, saputo che la sua sposa era incinta, «essendo un uomo giusto pensò di rimandarla in segreto» (Mt 1, 19). E poi tutto si risolse con le parole dell’angelo che apparve nel sogno a Giuseppe.  Qui vi sono altri dettagli: le vergini, compagne di Maria cercano di rassicurare Giuseppe volendo persuaderlo che nessun uomo aveva toccato Maria durante la sua assenza, poiché loro erano rimaste costantemente vigili sulla sua persona. Solo un angelo poteva essere stato a fare quel prodigio! Ma lui replicava: «“Perché mi lusingate? Può essere che qualcuno l'abbia ingannata fingendosi angelo del Signore”». Così dicendo «piangeva, e aggiunse: “Con qual fronte oserò guardare il tempio del Signore, e con quale faccia vedrò i sacerdoti di Dio? Che farò io?”. Così dicendo pensava di fuggire o allontanarla» (Pseudo Matteo 10, 2; 11, 1). E nonostante che arrivasse anche a lui l’angelo del Signore, in sogno, a confermare la parola delle vergini compagne di Maria, Giuseppe dovette subire l’ordalia, a cui venivano sottoposti coloro che erano accusati di adulterio: «Giuseppe allora fu preso dagli inservienti del tempio e con Maria fu condotto al pontefice che, insieme con i sacerdoti, prese a rimproverarlo, dicendo: “Perché hai ingannato una vergine così eccelsa, che fu nutrita dagli angeli di Dio nel tempio, che mai volle vedere o avere un uomo, che aveva un'istruzione ottima nella Legge di Dio? Se tu non le avessi usato violenza, ella sarebbe rimasta nella sua verginità”. Giuseppe assicurò, con giuramento, che non l'aveva mai neppure toccata. Il pontefice Abiatar gli rispose: “Quant'è vero Dio, ti farò portare ora l'acqua della bevanda del Signore, e subito si svelerà il tuo peccato” […]. Giuseppe fu chiamato all'altare e gli fu data l'acqua della bevanda del Signore: se un bugiardo l'avesse gustata, dopo avere compiuto sette giri attorno all'altare, avrebbe ricevuto da Dio un qualche segno sulla faccia. Giuseppe dunque bevette sicuro, compì i sette giri attorno all'altare, e in lui non apparve alcun segno di peccato. Allora tutti i sacerdoti, gli inservienti e la folla lo dichiararono giusto, esclamando: “Sei stato beatificato perché in te non fu trovata colpa alcuna”» (Pseudo Matteo 12, 1-2).

Quantunque sia difficile provarne la storicità, il racconto conferma tuttavia la vocazione di Giuseppe e la fede grande di quest’uomo, cui Dio fece un dono inestimabile – essere sposo di Maria e padre adottivo del Figlio di Dio – ma non risparmiò nessuna prova umanamente dura.