La verità di fede circa la divinità del Verbo di Dio nel Vangelo di san Giovanni (in collegamento con il centenario del Concilio di Nicea)

di Rosanna Virgili

«Cari fratelli e sorelle! In un tempo per molti aspetti drammatico, nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità, il 1700esimo anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi […]. E se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina». Con queste parole papa Leone celebrava nel sito archeologico dell’antica Nicea l’anniversario del Concilio, in cui vennero definite le dottrine relative a Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo (İznik, 28 novembre 2025).

 Un umano, dunque, della stessa natura di Dio! «Della stessa sostanza del Padre», recita il nostro Credo. «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero», è la formula che apre la descrizione del Verbo fatto carne, irraggiato di luce divina, secondo la magnifica testimonianza di Giovanni
(cfr. Gv 1, 1-14).

«Nel Verbo era la vita e la vita era la luce degli uomini»: il Figlio viene a essere luce per il mondo che è ancora coperto di tenebra. Pienezza della prima creatura di Dio, secondo il racconto di Genesi: «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1, 3). In quel “giorno primo”, nella luce tutte le cose sono state create e: «Gesù è la luce vera, quella che illumina ogni uomo», quella che «splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1, 5.9).

Il tema della luce pervade tutta la rivelazione biblica: dall’atto del creare di Genesi a quello del risorgere di Gesù, la mattina di Pasqua, a quello della nuova creazione nel libro dell’Apocalisse: «E colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21, 5). La luce è in tutti i colori dell’arcobaleno che illumina il cielo dopo il diluvio: la promessa di un’alleanza eterna tra Dio e il mondo, stipulata per mezzo di quell’uomo “giusto” che era Noè: «L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra» (Gen 9, 16). Luce e tenebre, giorno e notte non si escludono a vicenda, al contrario: «I cieli narrano la gloria di Dio, l'opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia» (Sal 19, 2-3).

Rispetto alle tenebre, che fanno tremare il cuore e richiamano la vecchiezza e il morire, la luce è il sapore caldo della giovinezza, della pienezza della vita terrena, come recita l’Ecclesiaste: «Dolce è la luce e bello è per gli occhi vedere il sole. Anche se l'uomo vive molti anni, se li goda tutti, e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti […] Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi» (Qo 11, 7-9).

Carezza divina sulle nostre membra di terra, la luce è per gli occhi quello che la sapienza è per l’interno del cuore, intelligenza divina che penetra la mente e la coscienza: «Dio non ama se non chi vive con la sapienza. Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione, paragonata alla luce risulta più luminosa; a questa, infatti, succede la notte, ma la malvagità non prevale sulla sapienza» (Sap 7, 28-30). La luce della Sapienza regala all’uomo la felicità, la benedizione, i preziosi legami familiari, l’efficacia nel lavoro. è quanto canta e conferma anche il Salmo 128: «Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa, i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com'è benedetto l'uomo che teme il Signore»
(Sal 128, 1-4).      

Nel creato si irradia la luce del Figlio che è “luce da luce”: il cieco di Betsaida vedrà negli “alberi che camminano” il volto di Gesù, “Dio vero da Dio vero”
(cfr. Mc 8, 24). La luce del Verbo tesse tutta la materia: quanto ha individuato la fisica quantistica con i quanti, che sono le più piccole unità indivisibili di cui è tessuta la materia, e i fotoni di cui è tessuta la luce. Così dalla luce che è il Verbo viene l’energia, vengono la comunione e la bellezza: materia di cui brilla il cosmo in ogni suo “corpo” e nell’armonia di tutti i corpi tessuti di Spirito. È la luce dell’amore, che fa dire agli innamorati del Cantico dei Cantici: «Quanto sei bella amata mia, quanto sei bella!» (Ct 4, 1); «L’amato mio è bianco e vermiglio; il suo capo è oro, oro puro» (Ct 5, 10-11). La luce tesse ogni creatura di bellezza e anche lo sguardo amoroso è luce che illumina ogni cosa: Dio è quello sguardo! L’amore in cui l’umano e il creato continuamente fioriscono e si rinnovano.

Gesù incarna la luce dell’amore di Dio, ne diventa il sacramento: «Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre» (Sal 44, 3). Pietro, Giacomo e Giovanni furono avvolti da questa bellezza, furono inondanti dalla sua luce sul monte della Trasfigurazione, quando «fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche»
(Mc 9, 2-3). E come i primi tre discepoli, anche noi siamo chiamati a rompere le tenebre del mondo con l’aurora della sua luce. Siamo chiamati a essere – come ha detto papa Leone – «una generazione di aurora».