Così san Giuseppe è invocato dai cristiani, con la benedizione degli ultimi pontefici.
E' un salutare richiamo alla meta ultima della vita
di don Bruno Borrelli
Svolgiamo un breve pensiero su san Giuseppe, che è invocato dai fedeli cristiani come patrono dei moribondi, dei morenti. Oggi si cerca di evitare la parola “morte” perché fa sempre un po’ di paura, ma il Catechismo ci insegna che un cristiano non deve aver paura della morte, deve invece prepararsi all’ora della morte.
La stessa “Ave Maria” ci fa confidare nella Madonna non solo per “adesso”, cioè nella vita del tempo, ma anche “nell'ora della nostra morte”. Forse ci sfugge questo particolare. Invece noi, che diciamo spesso il Rosario e recitiamo sempre l'Ave Maria, dobbiamo tenere presente che abbiamo bisogno della
Madonna nell'ora della nostra morte, perché è l'ora più importante della vita, quella che decide la nostra salvezza.
Ma, oltre alla Madonna, noi dobbiamo pregare san Giuseppe, che è il patrono della buona morte. Un Vangelo apocrifo, cioè non riconosciuto dalla Chiesa come ispirato, ma che ha un fondo di verità, racconta che san Giuseppe sul letto di morte è stato assistito e confortato da Gesù e da Maria ed è spirato serenamente e santamente tra le loro braccia. Tante preghiere e tanti dipinti parlano della santa morte di Giuseppe, lo raffigurano sul letto con accanto Maria e Gesù. Questa morte la si chiama il “pio transito” o il “beato transito al cielo” di san Giuseppe.
Nella storia della Chiesa sono sorte confraternite, associazioni caritative, pie unioni e sono state edificate chiese dedicate a san Giuseppe patrono dei moribondi. Questi pii sodalizi sono destinati a pregare e ad assistere gli agonizzanti. I papi hanno sempre approvato questa devozione dei fedeli, soprattutto Benedetto XV (papa dal 1914 al 1922), che qualifica san Giuseppe come “il più efficace protettore dei moribondi”. Anche santa Teresa constatava che quelle sue consorelle, che avevano una particolare devozione a san Giuseppe, erano quelle che morivano più serenamente delle altre, tranquille come se si addormentassero, come se si spegnessero come candele, tranquillamente, con serenità.
Anche noi allora dobbiamo pregare san Giuseppe perché ci assista nell'ultima agonia, non perché abbiamo paura della morte, ma perché egli ci ottenga di «piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo» (come diciamo nella preghiera “A te, o beato Giuseppe” di Leone XIII) pieni di giorni e soprattutto di opere buone, se il Signore vuole e se san Giuseppe intercede per noi a questo fine.
A san Giuseppe dobbiamo chiedere la grazia della buona morte, che non è certamente l'eutanasia. Per esempio, una buona morte può essere quella nel proprio letto, consapevoli e coscienti in questo momento importante della vita, evitando possibilmente le morti improvvise, le morti violente, le morti da impreparati.
La morte è insidiata dal demonio, che farà di tutto in quel momento per allontanarci dal paradiso. Per esempio, la buona morte è quella che avviene con serenità, senza grandi sofferenze fisiche o psicologiche. La buona morte è una morte serena, una morte dolce, possibilmente con il conforto dei Sacramenti: sarebbe una grande grazia poter morire dopo essersi confessati, aver ricevuto l'Eucarestia (il Santo Viatico), l’Unzione dei malati (che in quel momento è l'Estrema Unzione), le indulgenze plenarie che ci tolgono le pene del purgatorio. Poter morire salutando e dando l'addio ai nostri cari attorno a noi, vicini a noi con il loro affetto e la loro preghiera.
Ma la buona morte è soprattutto la morte in grazia di Dio. Questa è la vera “buona morte”: essere in grazia di Dio, senza peccati gravi sulla coscienza. Santa Teresa esclamava: “Come muoiono bene i devoti di san Giuseppe!”, come muoiono con pace, con serenità, come in dolce riposo, in un dolce sonno. Ma il pensiero della morte ci ricorda anche i “novissimi”, cioè le verità ultime: morte, giudizio, inferno e paradiso. Sono verità a cui dobbiamo sempre pensare e a cui dobbiamo essere sempre preparati. Il pensiero della morte ci fa più buoni e più pazienti. Quante stupidaggini ci mettono l'uno contro l'altro! Se pensassimo che siamo in questa vita per pochi giorni e che dovremo morire, perché litigare, perché mettere il muso, andare in disaccordo, fare la guerra? Non è proprio il caso.
Il pensiero della morte ci induce a prepararci a morire in pace con tutti, dopo aver fatto il nostro dovere, magari anche dopo aver fatto testamento con spirito di giustizia verso tutti, in modo da lasciare qualcosa, che nella vita abbiamo riservato solo a noi e ai nostri cari, per qualche opera buona, in modo da sostenere qualche opera di bene a nostro nome. Preparando anche il nostro successivo suffragio con offerte, lasciate ai sacerdoti nel momento della nostra morte, per la celebrazione delle Messe gregoriane o altre Messe di suffragio. Quando uno riesce a fare tutte queste cose, fa una buona morte, fa una morte che è più bella della vita. A questo scopo diciamo spesso la giaculatoria che ormai più nessuno dice, ma che una volta era molto ripetuta: «Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima mia agonia».