Nell’Anno Santo, i cristiani vanno a Roma per ottenere l’Indulgenza plenaria per i loro peccati e i Successori dell’apostolo Pietro liberano i credenti dal peso che il “debito” del peccato impone, in nome della Chiesa, mediatrice del perdono

di Rosanna Virgili

Un giorno i discepoli chiesero al loro Maestro: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11, 1) e Gesù rispose: «Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno […]  rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male» (Mt 6, 9-13). Questa richiesta della remissione dei debiti riecheggia le parole del Levitico, dove – come è noto – essa è inquadrata dentro la legge del Giubileo.

La remissione consisteva nel condono dei debiti e nella liberazione degli schiavi. Ma nella preghiera del Padre nostro il senso della parola “debito” si estende da quello economico e sociale a quello morale e spirituale, sino ad indicare il perdono dei peccati.

I peccati, in effetti, sono come debiti che un cristiano matura verso Dio e il prossimo. Peccare vuol dire porre gesti e parole con cui si toglie il dovuto all’altro: dalle cose più piccole a quelle più grandi; dai beni materiali agli spazi esistenziali. Nella Chiesa dei primi secoli i peccati, di cui occorreva pentirsi, erano sempre anche sociali, in particolare: rubare, commettere adulterio ed uccidere. Come è evidente, si trattava di azioni con cui si toglieva al prossimo ciò che gli apparteneva per volere e diritto divino: la terra, la casa, il cibo, la moglie, la famiglia, il corpo e la vita. Il pentimento rispetto a questi “furti” portava, pertanto, oltre al riconoscimento del male commesso, anche alla volontà di restituzione del maltolto.

Restituire è l’atto di conversione indispensabile per comprendere e fruire del perdono di Dio, come viene ben spiegato nella parabola del servo spietato: «Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: Restituisci quello che devi»
(Mt 18, 23-28).

Costruire la fratellanza, riconciliare un mondo ferito dall’esproprio che i prepotenti praticano indebitamente sui più deboli è dunque lo scopo della “perdonanza” che per primo Celestino V volle celebrare a Collemaggio nei dintorni de L’Aquila. Da allora, nell’Anno Santo, ai cristiani, che vanno a Roma per ottenere l’indulgenza plenaria per i loro peccati, i successori dell’apostolo Pietro rimettono i peccati e liberano i credenti dal peso che quel “debito” impone, in nome della Chiesa, mediatrice del perdono che viene dall’amore del Signore e che si irradia dall’abbraccio della Croce.

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34); è l’ultimo desiderio di Gesù rivolto al Padre per la salvezza dei suoi carnefici. Il perdono di Gesù risponde a un’esigenza d’amore, per cui senza le creature, senza l’altro – giusto o peccatore – nemmeno Dio vuole “salvarsi”. Il terzo giorno, quando risorgerà, nel corpo del Signore ci sarà vita per tutti i peccatori, liberati da quella morte che proprio il peccato ha procurato. Resurrezione è riconciliazione, perdono è fraternità e sororità realizzate, è amore che fa di due un corpo solo, è l’opera della pace (cfr. Ef 2, 14-15).

Questo è celebrare il Giubileo. Non una privata contabilità dei propri peccati, per cui si paga un prezzo e si ritorna in pari a casa propria; si varca invece la Porta di una sconfinata famiglia, dove con gioia si è accolti a prescindere dalla carta di identità – o dalla mancanza di documenti – di ciascuno, e tutto si riceve per sola Grazia, per un mistico sacramento d’amore. Per quella Porta santa si entra da soli e si esce in molti; si entra tristi e si esce felici, gli uni tenendo la mano degli altri; si entra vuoti e si esce colmi di una pienezza di vita che chiede, esige, preme per esser condivisa. Si entra pieni di paure e si esce liberi di giubilo e di canto, fertili e fecondi di opere di misericordia e carità.

Specialmente negli ultimi Giubilei, i pontefici hanno richiamato fortemente anche al dovere di condonare i debiti materiali alle persone ed ai popoli. Papa Francesco ha gridato più volte al dovere morale che le nazioni ricche hanno nei confronti di quelle povere, e a praticare, pertanto, una remissione concreta del debito. È una decisione indispensabile in molti casi, perché il debito pubblico equivale al valore economico della stessa nazione per cui, se non si condonasse quel debito, il popolo di quel territorio verrebbe a perdere il diritto di abitarlo.

E allora il Giubileo riconduce alla visione cristiana per cui la terra appartiene a Dio; quindi è madre e nutrice di tutti i suoi figli, di tutti i popoli, prima ed oltre il costituirsi delle nazioni che segnano confini per lo più divisivi ed escludenti, e dove le popolazioni vengono spesso oppresse più che servite.

E se la remissione dei peccati procura la libertà da ogni oppressione e porta i credenti a vivere insieme e nella libertà dei figli di Dio, forte è stato il richiamo, fatto da papa Francesco nella sua ultima Pasqua, al dovere giubilare di visitare e promuovere anche la liberazione dei carcerati. L’ha fatto non solo a parole ma con l’esempio, con la sua ultima uscita fuori dalle mura vaticane verso il carcere di Regina Coeli. «Ogni volta che visito il carcere mi chiedo: perché loro e non io?», per far capire che non c’è nessuno che non sia stato perdonato. Pietro per primo.