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di don Lorenzo Cappelletti

San Giuseppe è il protagonista
nelle vetrate della nostra Basilica.
Vi è raffigurato come custode della Chiesa in tutti i suoi membri.

Dopo aver presentato in successione le vetrate raffiguranti la “Fuga in Egitto”, il “Ritrovamento di Gesù nel Tempio” e la “Santa Famiglia nella bottega di Nazareth”, poste a metà della navata laterale destra della Basilica di San Giuseppe al Trionfale, facciamo retromarcia, risalendo alla seconda vetrata, a partire dall’ingresso, raffigurante Gesù e san Giovanni Battista bambini insieme a Maria, Giuseppe ed Elisabetta.

L’avevamo tralasciata (come, d’altronde, quella che la precede e a cui ci dedicheremo in altra occasione), perché attendevamo che fosse tolta dall’oscurità a cui da tempo era relegata e fosse di nuovo illuminata, cosa che è avvenuta all’inizio di questo nuovo anno 2023 grazie al fattivo interessamento dell’attuale parroco don Tommaso Gigliola. 

Delle vetrate presenti nelle navate laterali della Basilica di san Giuseppe al Trionfale, restano da commentare le ultime due a essere state realizzate in ordine di tempo. Si tratta della vetrata collocata in fondo alla navata sinistra e di quella in capo alla navata destra. Come si legge nella rispettiva targa di dedica, dovrebbero risalire, la prima al 1970, la seconda al 2000. 

La prima, realizzata in memoria di Gerardo e Doralice Lucarelli, non riporta scritto in calce da quale bottega provenga, ma, per vicinanza di data e di stile, si può presumere che sia stata realizzata, come la sua dirimpettaia raffigurante il Transito di san Giuseppe, dalle “Vetrate d’arte Giuliani” di Roma. Dedicata a san Giuseppe protettore della Chiesa, conclude logicamente la serie delle vetrate giuseppine.

Per certi versi sembrerebbe una duplicazione di quella situata sopra l’attuale cappellina di san  Giuseppe all’inizio della medesima navata di sinistra, che esplicitamente invoca Sancte Joseph Protector Sanctae Ecclesiae. E, in effetti, due elementi accomunano queste due vetrate, ovvero la figura di san Giuseppe in veste di protettore e la Basilica di san Pietro in Vaticano, sulla quale si estende la sua protezione, a simboleggiare la Chiesa tutta. Ma, mentre nella vetrata di più ridotte dimensioni la figura di san Giuseppe si estende solitaria e gigantesca sopra la cupola michelangiolesca, colorata di un algido e stridente azzurro metallico, nella vetrata conclusiva della serie, san Giuseppe, recante in braccio Gesù bambino che lo abbraccia dolcemente, estende con più semplicità e naturalezza la sinistra verso la fronte della Basilica petrina vista nella calda luce del tramonto. Quel che più distingue quest’ultima vetrata, peraltro, è che nella parte bassa di essa si addensano una serie di personaggi che ne costituiscono l’aspetto caratterizzante dal punto di vista iconografico. In primo piano sta un pontefice rivestito di piviale e pallio, che estende le mani e lo sguardo verso san Giuseppe a implorarne l’intercessione. Oltre che per la corrispondenza temporale – all’epoca, pontefice era Paolo VI – sembrerebbe trattarsi di lui anche per alcuni tratti fisionomici che, sebbene approssimativamente, ne delineano un riconoscibile ritratto. Dietro Paolo VI, compare il volto di un cardinale che, seguendo il medesimo criterio temporale e fisiognomico, induce a pensare a Egidio Vagnozzi, primo cardinale titolare di San Giuseppe al Trionfale dal 1967 al 1973, oggi sepolto nella Basilica davanti alla Cappella dell’Addolorata. A fianco di Paolo VI, inoltre, compare anche un vescovo, che indossa una mitra in tutto simile a quella del Papa e ne regge il pastorale. Non sapremmo dire chi voglia rappresentare. I tratti del volto farebbero pensare a Ildefonso Schuster, a cui Montini succedette nel 1954 come arcivescovo di Milano. Ma che senso avrebbe inserire qui il defunto Schuster come se fosse un vivente? D’altronde, è altrettanto strano che questo vescovo (e non eventualmente un accolito) sia deputato a reggere il pastorale. Si potrebbe pertanto ipotizzare, in mancanza purtroppo di fonti documentarie che illustrino la genesi di questa vetrata, possa trattarsi dell’allora cardinale vicario (1968-1972) Angelo Dell’Acqua.

Inginocchiati ai piedi di Paolo VI, stanno poi due personaggi che potremmo definire generici. Il primo è facilmente riconoscibile dalla tutta blu come un operaio e ancor più precisamente, visto che ha una sega in mano, come un carpentiere. Il secondo, barbuto e coi capelli lunghi, è di più difficile interpretazione. Si potrebbe trattare di un povero o, forse meglio, di un pellegrino. In ogni caso, san Giuseppe in questa vetrata si configura come specialissimo protettore degli umili. Non dimentichiamo, a questo proposito, il grande magistero sociale di papa Paolo VI, che, oltre a costituzioni, decreti e messaggi del Vaticano II, promulgò la Populorum progressio (26 marzo 1967) e la Octogesima adveniens (14 maggio1971). 

Passando alla vetrata che troviamo all’inizio della navata di destra, leggiamo nella targa in calce: in memoria di don Vincenzo e mons. Tiziano Scalzotto e poi, in un listello sovrapposto che lascia intravedere ancora qualche scritta sottostante, Anno Santo 2000. Già questa dizione non è così perspicua, ma conoscendo un po’ di storia guanelliana, si capisce che si siano voluti ricordare con essa il guanelliano Vincenzo Scalzotto (1919-1968), morto non ancora cinquantenne nel 1968 (cfr. L. Brazzoli, I Servi della Carità. Profili biografici 1880-1990, Roma 1993, 271-272), e il suo più anziano fratello, monsignor Tiziano Scalzotto (1915-1997), per quarant’anni sottosegretario di Propaganda Fide. Tale dedica, visto che monsignor Scalzotto morì all’inizio del primo dei tre anni di preparazione prossima al Grande Giubileo, proprio quando era in procinto di pubblicare un volume sugli Anni santi, potrebbe indurre a pensare a tutta prima a un suo lascito a ricordo del fratello e di sé medesimo. In realtà, una cronaca apparsa nella Santa Crociata dell’epoca c’informa che furono le sorelle dei due defunti sacerdoti a commissionare l’opera, inaugurata la notte di Natale 1999, la stessa dell’apertura della Porta santa e che fu trasmessa in diretta, prima della Messa di Mezzanotte, nella Basilica di san Giuseppe al Trionfale (cfr. La Santa Crociata in onore di San Giuseppe 2/2000, 6-7). Questo spiega anche perché la vetrata sia stata realizzata non come resoconto storico dell’apertura del Grande Giubileo da parte di papa Giovanni Paolo II, ma piuttosto come una sintesi iconografica del senso dell’Anno santo. Osserviamola.

Sopra la Porta Santa (viene precisamente riprodotta la porta d’accesso più a destra della Basilica vaticana, realizzata nel 1619 durante il pontificato di Paulus V Pont[ifex] Max[imus] Anno XIIII, come si legge), murata e fiancheggiata da due guardie svizzere, la vetrata mostra la colomba dello Spirito Santo a indicare la grazia spirituale offerta nell’Anno santo. In primo piano, inginocchiato davanti alla porta, sta un pellegrino — riconoscibile come tale per i due simboli iconografici che ne certificano la generica identità, ovvero la conchiglia sulla spalla destra e un bastone nella sinistra, il cosiddetto “bordone” — a dire chi siano innanzitutto i beneficiari di quella grazia spirituale. Gli è accanto un energico e slanciato Giovanni Paolo II, il quale sembra invitarlo a entrare, mentre con il martello nella destra sferra un colpo sui mattoni. 

Nella notte di Natale del 1999, peraltro, le cose non andarono in questo modo. Infatti la Porta Santa non era murata, non c’erano pellegrini accanto a Giovanni Paolo II e il Papa, ormai già molto affaticato all’epoca, si limitò ad aprire i battenti con le mani. La vetrata, insomma, non è il ricordo storico dell’avvenimento. Per essere svelata nella notte di Natale 1999, fu progettata e realizzata ben prima, probabilmente già all’indomani della morte di monsignor Scalzotto nel 1997. Cosicché la data Anno Santo 2000, che fu sovrapposta alla targa di dedica, come anche la dizione posticcia sotto le chiavi petrine, xxviii Anno Santo, intendono segnalare che ci si riferisce, benché in anticipo, al Grande Giubileo del 2000 e non all’Anno santo della Redenzione, celebrato da Giovanni Paolo II nel 1983-84. S’ingannerebbe chi credesse, in base alla semplice osservazione, che la vetrata sia la testimonianza visiva dell’apertura del Grande Giubileo. Ah, le fonti documentarie: croce e delizia della ricerca storica! 

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