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La vetrata di san Giuseppe artigiano

di don Lorenzo Cappelletti

Riprendiamo il commento alle vetrate che scandiscono le navate laterali della Basilica di san Giuseppe al Trionfale con la vetrata che illustra san Giuseppe artigiano, o falegname che dir si voglia: dal XVII secolo uno dei principali tratti iconografici di san Giuseppe, anche se, come si sa, la festa dedicata a san Giuseppe artigiano (1 maggio) fu istituita da Pio XII soltanto nel 1955. 

Questa vetrata fa parte della serie realizzata per la Basilica negli anni Trenta dalla ditta Franz Mayer & Co. di Monaco di Baviera (in basso a destra si può leggere: FMAYER MONACO), nel cui Skizzenbuch compare col numero d’ordine 793; e fu offerta dalle MADRI CRISTIANE E DONNE DI A.C. DELLA PARROCCHIA nell’Anno santo della redenzione 1933.

A dire il vero, questa vetrata, che come sempre sviluppa il tema in senso verticale, mostra al lavoro tutta la Sacra Famiglia. Al centro, ovviamente, nella nostra Basilica a lui dedicata, sta san Giuseppe, con un’accetta nella sinistra e nella destra un compasso con il quale disegna un progetto su un foglio che Gesù bambino srotola sotto di lui. Ma anche Maria, seduta più in alto e meditabonda, è mostrata al lavoro. Accanto a lei e nel suo grembo, infatti, è rappresentato con notevole rilievo un fuso per filare, lo strumento di quella che, secondo i Vangeli apocrifi (lo PseudoMatteo e il Protovangelo di Giacomo), era stata fin dall’adolescenza la sua occupazione. 

Non c’è dubbio che la trilogia di Gesù, Giuseppe e Maria al lavoro abbia uno scopo apologetico, perché, associando Gesù non solo a Giuseppe, ma pure a Maria, mira a impedire una lettura fuorviante, cioè la riduzione di Gesù alla sua sola natura umana, con la conseguente forzatura ideologica tendente a concepirlo principalmente se non esclusivamente come lavoratore. Si tratta di un’espressione della cosiddetta “trinità gesuitica”, cioè di quell’assimilazione nella devozione, in analogia alla Santissima Trinità, di Gesù, Giuseppe e Maria, che si diffuse a partire dal secolo XVII grazie in primis ai gesuiti. I tre angioletti nella parte alta della vetrata si direbbe che intendano sottolinearla. A guardar bene, quest’assimilazione non è posticcia, cioè non falsifica, ma anzi sintetizza assai bene il dato scritturistico canonico. Infatti, nel passo parallelo dei tre Vangeli sinottici, si legge di volta in volta di Gesù: «Non è costui il figlio del falegname?» (Mt 13, 55); «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6, 3); «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4, 22). Le tre definizioni, se assommate, presentano Gesù esattamente come nella nostra vetrata, cioè al contempo come figlio di Maria, come figlio di Giuseppe il falegname, e lui stesso come falegname. Una presentazione che ha il pregio non solo di essere autentica, ma anche vicina alla sensibilità di tutti quelli – la stragrande maggioranza delle persone… almeno fino alla nostra generazione, spesso deprivata del lavoro – che sanno bene cosa sia la fatica del lavoro manuale.

Peraltro, se l’abbigliamento di Giuseppe è un vero e proprio abito da lavoro, quello di Gesù, una tunichetta purpurea con bordi dorati, in analogia col mantello sempre di color rosso che lo rivestiva nella scena del “Ritrovamento tra i Dottori”, lo mostra nella veste solenne del Signore, del Figlio di Dio destinato fin dall’infanzia a regnare a prezzo del suo sangue. Dello stesso color rosso con inserti dorati è anche – non a caso, crediamo – il tendaggio che appare sulla porta della casa di Nazareth, a evocarla quasi come sua dimora regale. 

Allo sguardo di chi osserva non sfugge il particolare, sempre sulla facciata della casa della Sacra Famiglia, della coppia di tortore appollaiate in alto su una trave di legno. Non facendo riferimento ad alcun dato né canonico né apocrifo, si può ipotizzare che possano avere valore simbolico, o ancor meglio elegiaco, a dire la dolce armonia, la comunione di amore della casa di Nazareth. Cosa che ci fa riandare con la memoria alle parole conclusive del discorso, pronunciato a Nazareth il 5 gennaio del 1964 da san Paolo VI nella sua memorabile visita in Terra Santa, che non a caso ha meritato di entrare a far parte del Breviario: «Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce e insostituibile l’educazione in famiglia, c’insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh, dimora di Nazareth, casa del figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo
comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice, della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro, in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a sé stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui, infine, vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore».

 

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