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Il Venerabile Aurelio Bacciarini Vescovo da Cento Anni

di Gabriele Cantaluppi

Il calendario liturgico della Chiesa cattolica il 21 gennaio di cent’anni fa celebrava la “terza domenica dopo l’Epifania”: curiosamente anche quest’anno questa data è concomitante con il sabato di vigilia della medesima domenica, anche se adesso con la riforma del Vaticano II si celebra con diverso nome.

Proprio in tale data il salone teatro annesso alle opere della nostra basilica di San Giuseppe al Trionfale ha visto la partecipazione attenta di un folto gruppo di confratelli e consorelle guanelliane della Case di Roma e di alcuni laici per la commemorazione del Centenario della consacrazione episcopale di monsignor Aurelio Bacciarini, primo parroco della parrocchia, successore di don Guanella nel governo della sua Congregazione religiosa e successivamente nominato da papa Benedetto XV vescovo di Lugano.

E’ toccato a don Mario Carrera, postulatore generale della causa di beatificazione del santo vescovo e direttore della Pia Unione dl Transito di San Giuseppe, accogliere con un cordiale saluto  i partecipanti, tra cui Madre Serena Ciserani, da poco rieletta Superiora Generale della Suore guanelliane e don Alfonso Crippa, alla guida della congregazione maschile. Ma ha sottolineato con piacere anche la presenza della superiora delle sorelle della Compagnia di Santa Teresa del Bambin Gesù, venute appositamente da Lugano, dove  il vescovo Aurelio le aveva fondate il 21 gennaio 1926.

La proiezione di un breve DVD ha illustrato la vita e la spiritualità del vescovo, dichiarato Venerabile da Benedetto XVI il 15 marzo 2008. Il Superiore generale emerito Don Nino Minetti, attuale collaboratore al Centro Studi Guanelliani, dopo esserne stato a lungo direttore, ha affondato le mani nel materiale storico e archivistico, traendole con la passione e l’entusiasmo che lo caratterizza un ritratto icastico del Bacciarini nei suoi quasi tra anni in cui resse come primo parroco la parrocchia.

Di lui ha sottolineato che il segreto della sua vita è stato costantemente quello di conformarsi a Cristo, rendendo concreto  il monito di san Paolo: “Per me infatti il vivere è Cristo” (Filippesi 1,21). Era guidato in questo da una grande fede, che lo spingeva ad essere “Chiesa in uscita”, sempre presente come buon pastore nelle strade della parrocchia e nelle case dove si imbeveva dell’odore delle pecore, per usare un’immagine cara a papa Francesco. Ma, ha ancora sottolineato il relatore, i frutti del suo apostolato erano maturati e resi fecondi dalla sofferenza, che fui sempre sua compagna nella vita. 

La celebrazione eucaristica

Non poteva mancare la celebrazione eucaristica nella stessa basilica che ha visto i solenni riti della consacrazione episcopale la mattina di quella lontana domenica.

Per l’occasione è giunto appositamente da Lugano il vescovo diocesano monsignor Valerio Lazzeri, settimo successore di monsignor Bacciarini. Egli ha presieduto la solenne concelebrazione, alla quale hanno partecipato trenta concelebranti: trattandosi anche della messa vigilare della domenica, si sono uniti anche numerosi fedeli della parrocchia.

Il presule ha saputo sapientemente armonizzare i testi delle letture proposti dalla liturgia del giorno  con la figura del vescovo Aurelio.

Gesù ritorna a Nazareth per poi andare a Cafarnao, sconvolgendo le prospettive di chi lo conosceva: ma saranno i fatti successivi della sua vita a manifestare il senso di questa scelta, perché “il rilievo che prende una data… dipende unicamente da quello che è venuto dopo”. La stessa cosa è avvenuta per il vescovo Bacciarini che “ha sempre guardato alla facilità, al tritum iter, al percorso solito, come qualcosa di poco affidabile o comunque di meno sicuro per una vita cristiana tutta da scoprire”.

Da Cafarnao Gesù prende il via per l’annuncio del Regno nei suoi tre anni di apostolato itinerante, segnati da prove e sofferenze. Come per Bacciarini al quale “con l’episcopato veniva chiesto un gesto di generosità decisamente eroico “ sia perché rompeva il suo sogno di un’esistenza dedicata totalmente al Signore nel servizio ai poveri  presso la congregazione di don Guanella, ma più ancora perché lo aspettava la riorganizzazione di una diocesi fortemente scossa da eventi politici e nel suo stesso interno.

Monsignor Lazzeri ha concluso la sua omelia facendo giustamente notare che “sicuramente, come nel chiaroscuro di ogni esistenza umana… non sono mancate anche in quella del Vescovo Aurelio delle ombre… La testimonianza di un popolo di fedeli però non può errare: era nelle tenebre e ha visto in lui una grande luce!”.

E ha concluso con un augurio che facciamo nostro: che la conoscenza della vita del santo vescovo “ci induca con più gioia e più letizia a imitarne la fede”.

Il triduo

Nei tre giorni immediatamente precedenti la ricorrenza, l’omelia della messa vespertina in basilica ha offerto a don Minetti l’occasione per un triduo di riflessioni sulla figura di monsignor Bacciarini, traendone spunti per la vita cristiana di ciascuno.

Cioè che lo sosteneva  nel “frequentare i piani alti della spiritualità cristiana” era la sua profonda fede, ricevuta da bambino ma sempre alimentata e coltivata alla scuola della Parola di Dio, della  liturgia e del culto dei Santi. Quanto egli ci tenesse all’istruzione religiosa del suo popolo, alimento quotidiano per la propria fede cristiana, lo mostra l’ abbondanza della sua predicazione, che da parroco un giorno arrivò a diciassette volte.

E siccome la verità della fede  è provata dal crogiolo della sofferenza, quindici lunghi anni dei diciotto del suo episcopato furono segnati dal dolore. Il Signore aveva preso sul serio le parole da lui pronunciate al suo primo ingresso nel palazzo vescovile: “Io vi offro me stesso, come Gesù, nostro Signore. Depongo la mia povera vita sulle vostre teste ed intendo consumarla per la salvezza di tutti”.

“Di fronte a un Dio che chiede testimonianza e attaccamento a sé con la malattia e il dolore – ha ricordato il predicatore – si rimane sconcertati”. Anche  Bacciarini dovette faticare a confrontarsi con questa situazione enigmatica della vita, e capì che non poteva essere compresa con l’intelligenza, né tantomeno affidandosi a una falsa mistica del patire per se stesso. “Si affidò a una guida speciale: quella del cuore, un cuore innamorato di Cristo” concludeva il celebrante.

Un mese prima della morte monsignor Bacciarini ottenne da papa Pio XI la grazia di essere sollevato dagli oneri della gestione della diocesi, che furono affidati al Vicario generale monsignor Noseda. Ma, consapevole che, per la venerazione che aveva di lui il suo popolo, avrebbe sofferto vederlo morire lontano, lo lasciò vescovo titolare.

Col titolo di Venerabile, monsignor Aurelio Bacciarini ha ormai le carte in regola per essere proposto alla venerazione dl popolo cristiano come Beato: manca solo il miracolo richiesto dalla legislazione canonica. Alimentando la conoscenza della sua figura e sollecitando con la preghiera la sua intercessione possiamo affrettare questa alba luminosa della sua iscrizione nel catalogo dei santi della Chiesa cattolica.

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