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di Corinne Zaugg

Francesca ha trent’anni. Alcuni mesi fa il suo bel sorriso si era spento in una brutta depressione post-partum che improvvisamente le aveva fatto apparire la vita come un puzzle troppo difficile da ricomporre. Gli orari della bimba, le mansioni domestiche, la cura del marito le sembravano un compito superiore alle sue forze e quando alla mattina sentiva il marito che si alzava e la bimba che reclamava la sua attenzione, le veniva soltanto voglia di piangere e di voltarsi dall’altra parte per dormire ancora un po’.E più cercava di capire che cosa l’avesse trasformata da giovane donna volitiva nell’ombra di se stessa, meno riusciva a darsene spiegazione e più un forte sentimento di inadeguatezza la sommergeva. Anche Ines ha fatto fatica quando è nato il suo Michele. Educatrice all’asilo nido, felicissima di diventare madre, oggi dice di invidiare le madri che possono andare a lavorare. E Giada le fa eco dicendo che: “Sono davvero interminabili le giornate in casa con un bambino da accudire.” Non sono da sottovalutare questi pensieri di mamma. E anche se non si arriva alla depressione vera e propria (che a detta delle statistiche colpirebbe oggi in Italia una mamma su tre), devono dare da pensare, non tanto alle neo-mamme che di pensieri ne hanno già molti, ma a tutti noi. Che razza di società stiamo costruendo in cui un bimbo che nasce risulta compito troppo difficile da gestire per una famiglia? Che famiglie abbiamo cresciuto da essere così fragili da non sopportare la nascita di un bambino? Perché tutta questa fatica - reale, vera, sofferta - per un evento che dovrebbe essere principalmente gioioso e lieto?
Tanta parte queste situazioni ce l’ha è la solitudine, l’isolamento in cui vive oggi ogni singolo nucleo familiare a far sì che la maternità risulti un’esperienza a chiaro-scuro. In passato, nelle nostre civiltà rurali, la maternità si è sempre nutrita di condivisione tra simili. Nelle grandi famiglie dove diversi nuclei familiari convivevano fianco a fianco, le donne si sono sempre ritrovate con i loro piccoli a condividere tempi e luoghi comuni. Nonne, zie, cugine, cognate condividevano quotidianamente i piccoli e i grandi problemi che si presentavano un giorno dopo l’altro. Là dove non era l’aia ad accogliere confidenze e confessioni, era la piazza, o la via, o il parco. Oggi una giovane mamma dopo una prima ubriacatura di visite, viene lasciata sola. Ore ed ore da sola ad occuparsi e a preoccuparsi per il suo bambino, tra le mura di casa. Se invece il lavoro la porta fuori casa, il doppio lavoro che oggi incombe ancora in gran parte sulle spalle della sola donna, finisce col risultare veramente pesante e le giornate diventano percorsi ad ostacoli da percorrere col cronometro in mano dove basta solo una linea di febbre  per buttare sotto sopra il già difficilissimo equilibrio di una giornata programmata sin nei minimi dettagli tra babysitter e spesa, tra appuntamenti di lavoro e pediatra.
La situazione non si risolve con la crescita del bimbo. Impegni sempre nuovi si aggiungono alla lista già lunga delle cose da fare. La baby-sitter viene sostituita dall’allenatore di calcio, da quello di danza o dalla maestra di musica, mentre la scuola con i suoi compiti e i suoi obblighi, reclama spazi di tempo sempre maggiori.
E allora? Non se ne esce mai? Meglio davvero non avere figli o limitarsi ad averne uno solo? No. L’antidoto per cercare di non cadere in queste trappole, per non lasciare che la magnifica esperienza della maternità ci venga sottratta dai tempi in cui viviamo, è per così dire “omeopatico”. L’esperienza più bella per una coppia con un bimbo è attendere… il secondo, o magari anche il terzo… Perché vi chiederete mamme distrutte e padri a pezzi alle prese con il vostro bimbo? Perché nulla come un secondo bimbo ridimensiona le difficoltà e la fatica di un primo bimbo. Perché (crescendo) i bimbi tra di loro giocano e sgravano i genitori da questa incombenza. Perché per un bimbo il regalo più bello è avere un fratello con cui poter affrontare la vita. Sembra un controsenso ma i bambini aprono le famiglie. Le mettono in comunicazione tra di loro. Obbligano a trovare soluzioni. Ha bisogno che altri entrino a farne parte: anche solo per dare una mano. Una società che smette di mettere al mondo dei bambini deve farci paura. A dirvelo non è un politico, né un nostalgico dell’angelo del focolare, ma una mamma. Una mamma di quattro figli -oggi quasi adulti - e un figlio affidatario oggifelicemente rientrato nella sua famiglia originaria, che mai ha smesso di lavorare. Né in casa né fuori. Una mamma che ha sperimentato lunghissime giornate chiuse in casa con la sua prima bimba in un piccolissimo appartamento a Milano a pensare cosa fare per rendere le sue giornate più a misura di madre e figlia. Che ha sperimentato la difficoltà e la frustrazione di sentirsi esclusa dai luoghi dove sembrava che la vita contasse davvero. La chiave, alla fine, l’ho trovata nella mia parrocchia. Dove la messa della domenica era davvero una festa. Un momento di incontro con il Signore e tante altre famiglie. Lì ho sperimentato il gusto di essere famiglia e la voglia e la bellezza di diventarlo sempre più. Nei suoi cortili ho rivissuto l’aia, la piazza, il cortile e la mia bimba ha mosso i primi passi fuori casa.
Non bisogna avere paura della vita. E una nuova vita che si annuncia non rappresenta mai una limitazione, ma sempre una nuova possibilità che può far accadere e rendere possibile, quello che oggi ancora non lo è.

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