Un aiuto a “leggere” un’icona del santo Patriarca. Attraverso il “linguaggio” profondo di quell’antica arte cristiana, appare la recondita figura  di Giuseppe e il suo messaggio

di Anna Rita Farolfi

A Forlì, presso la chiesa di san Martino in Villafranca, il parroco don Stefano Vasumini ha benedetto ed esposto ai fedeli l’icona del Redemptoris Custos, che i fedeli amano chiamare “San Giuseppe educatore”. Essa riproduce un’antica miniatura, tratta da un salterio francese del XIII secolo, interpretata dall’iconografa Mara Zanette e riproposta dalla forlivese Anna Rita Farolfi.

Questa icona mostra san Giuseppe mentre recita al piccolo Gesù la preghiera chiamata Shemà Israel, dalle parole di inizio: «Ascolta, Israele», così come si legge nel cartiglio a fianco di san Giuseppe. La nota preghiera è composta di due testi, rispettivamente dal libro del Deuteronomio (6, 4-9; 11,13-21) e dal libro dei Numeri (15, 37-41. Si tratta di una delle preghiere più care alla pietà giudaica, recitata nelle sinagoghe al mattino e alla sera.

Nell’icona san Giuseppe è raffigurato come uomo giusto, perché disponibile a obbedire fedelmente alla Parola di Dio. Nel suo atteggiamento protettivo si manifesta custode delle origini esistenziali di Cristo, perché solo una persona veramente umile e giusta come Giuseppe («Giuseppe, sposo di Maria, che era giusto», cfr. Mt 1, 19) poteva sostenere la missione di educare lo stesso Figlio di Dio fatto uomo, senza cadere nello scoraggiamento per la propria piccolezza.

Nell’Esortazione apostolica Redemptoris Custos del 15 agosto 1989, il papa san Giovanni Paolo II scrive che
i Padri della Chiesa, ispirandosi al Van-
gelo, fin dai primi secoli hanno sottolineato che san Giuseppe si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo (cfr. Ireneo, Adversus haereses, IV, 23,1) e che la crescita di Gesù «in sapienza, età e grazia» (Lc 2, 52) avvenne nell’ambito della Santa Famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di nutrire, vestire e istruire Gesù nella Legge mosaica e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati a ogni padre ebreo.

Gesù da parte sua «era loro sottomesso» (Lc 2, 51), ricambiando col rispetto le attenzioni dei suoi genitori. Nella sottomissione di Gesù a sua madre e al suo padre legale si realizza l’osservanza perfetta del quarto Comandamento, ma in tale sottomissione il Figlio incarnato offre l’immagine nel tempo della sua obbedienza filiale al Padre celeste; allo stesso tempo il permanente rispetto di Gesù verso Giuseppe e a Maria annunzia e anticipa la sottomissione dell’Orto degli Ulivi: «Non la mia volontà...» (cfr. Lc 22, 42).

Per questo la Chiesa, se «venera anzitutto la memoria della gloriosa sempre Vergine Maria», come proclama la I Preghiera eucaristica, ugualmente  onora quella di san Giuseppe, perché «nutrì colui che i fedeli dovevano mangiare come pane di vita eterna», come si legge nel decreto Quemadmodum Deus, dell’8 decembre 1870, con il quale il beato Pio IX volle proclamare san Giuseppe patrono universale della Chiesa.

Osservando l’icona, notiamo che in alto a sinistra si vede la mano benedicente che indica la presenza e l’intervento di Dio Padre. Questa è inserita in un frammento di mandorla, simbolo di eternità, che indica il luogo dove si trova la divinità. La mandorla presenta una colorazione che va dal bianco al blu intenso, per esprimere il mondo celeste, tramite raggi d’oro che indicano l’irradiazione della luce divina: i cieli dei cieli (cfr. 2 Cor 5, 1; Fil 3, 20).

In iconografia l’anatomia delle figure rappresentate non appare in modo fotografico, ma in una visione cosiddetta bidimensionale, per mostrare una fisicità conforme alla natura creata da Dio. Così l’immagine di Giuseppe appare con il corpo allungato, con un aspetto spirituale, ma sempre concreto, dal portamento nobile, ieratico, elegante, fine, intendendo sempre questi termini in senso religioso. La figura di Giuseppe è caratterizzata dai colori delle vesti. il verde dell’abito e il giallo del mantello. La testa è inclinata e rivolta verso Gesù, la mano sinistra regge il testo dello “Shemà” e la mano destra alzata sembra invitare il piccolo Gesù, l’Emmanuele, ad alzare lo sguardo e il pensiero a Dio Padre, che si fa presente con la mano benedicente.

Con il termine “Emmanuele”, che in lingua ebraica significa “Dio con noi” (cfr. Mt 1, 23 e Ap 21, 3), si fa riferimento al Cristo adolescente, così come raffigurato in un mosaico della Basilica di san Marco a Venezia. Il Cristo Emmanuele è rappresentato con i tratti somatici di un adolescente, rifulgente di giovinezza. Veste gli abiti dell’adulto: il chitone o tunica e l’imation o mantello, molto ampio, che lascia nudo il collo, copre le spalle e avvolge quasi tutto il corpo in ampi drappeggi, lasciando nudi i piedi coperti di sandali. Le vesti dell’Emmanuele sono color arancio, ricoperte dalle luci dorate dell’asist, una specie di ragnatela di fili d’oro che ne sottolinea la divinità. Egli è portatore di luce (Gv 3, 19-20; Gv 8, 12), a significare che Cristo, nuovo Adamo, si è rivestito del vecchio Adamo per ricostituire l’immagine deturpata dal peccato e renderla splendente nella sua santa luce. L’aureola è crucifera, a ricordo dello strumento della nostra salvezza, e nei bracci della croce è iscritta l’espressione di Ap 1, 8: «Colui che è». A fianco dell’aureola sono le abbreviazioni di Gesù Cristo, sempre obbligatorie e scritte in greco. L’Emmanuele è seduto in posizione di ascolto e con lo sguardo rivolto verso Dio Padre, mentre i suoi piedi poggiano su una predella, quale segno di regalità.

La “scrittrice” della presente icona di san Giuseppe è Anna Rita Farolfi, di Forlì, insegnante di matematica negli istituti superiori, che ha frequentato corsi d’iconografia, diretti da maestri nazionali e internazionali, e ha “scritto” alcune icone, che si possono ammirare e pregare nelle chiese parrocchiali della sua città.