Il tempio di san Giuseppe a Sassari, riferimento per personaggi importanti e umili devoti. E nell’isola la Pia Unione del Transito di san Giuseppe raccoglie moltissimi Associati
don Francesco Marruncheddu
La più grande tra le chiese sarde dedicate a san Giuseppe si trova a Sassari, seconda città dell’isola, ed è un’inaspettata sorpresa, quasi sospesa tra il centro storico medioevale e i nuovi quartieri umbertini nati a metà ottocento. La chiesa costituisce un simbolo non solo storico e architettonico, ma anche sociale e politico. “La chiesa dei presidenti”, viene infatti familiarmente chiamata dai sassaresi; dove per “presidenti” non si intendono quelli di una associazione o di un comitato, ma identificano la figura del “presidente” per eccellenza, ovvero quello della Repubblica italiana. Sì, perché questa parrocchia ha l’onore di essere stata quella della crescita, della formazione e della abituale frequentazione di due fedeli molto importanti: i capi di Stato Antonio Segni e Francesco Cossiga.
Edificata tra il 1884 e il 1888 su progetto dell’ingegnere comunale Francesco Agnesa, in un’area allora periferica di Sassari, ma che proprio in quegli anni diveniva il polo di importanti istituzioni e servizi, San Giuseppe diviene la prima parrocchia fuori dalle mura cittadine, dove nel centro erano presenti, sin dal XIII secolo, cinque storiche parrocchie, tra le quali la cattedrale primaziale di san Nicola.
Voluta dall’arcivescovo Diego Marongiu Del Rio (1871 – 1905), nella prospet-
tiva di dare un nuovo tempio parrocchiale a quel quartiere che andava espandendosi tra strutture pubbliche, viali alberati ed eleganti ville, la sesta parrocchia sassarese, dopo secoli, rimase isolata nei primi vent’anni della sua esistenza, dando le spalle al centro urbano e in attesa di un quartiere nuovo che era ancora solo sulla carta. A ragion veduta dunque il portale d’ingresso reca lo stemma dell’arcivescovo Marongiu Del Rio. In seguito il piano urbanistico cittadino, approvato nel 1907, portò alla definitiva crescita edilizia nella zona, con scuole, istituti e altri servizi.
Il progetto e l’edificazione della nuova chiesa furono da subito grandiosi: la facciata, che prospetta su corso Francesco Cossiga, si ispira al purismo dell'architetto Gaetano Cima, operante in quegli anni in Sardegna nell’edilizia pubblica e privata, e trae esplicito riferimento dalla basilica palladiana di San Giorgio Maggiore a Venezia, con richiami anche alla chiesa dei santi Fermo e Rustico a Verona.
Dietro l’edificio, svetta l’elegante campanile, alto 34 metri, a pianta quadrata, con cupola, sviluppato su tre livelli, chiaramente ispirato a quello della chiesa di santa Caterina nella vicina cittadina di Mores, progettato da Salvatore Calvia nel 1871.
L’interno del tempio ha pianta rettangolare, tre navate con volta a botte e un’abside semicircolare. Sui lati si aprono sei cappelle: nella prima a destra, dedicata a san Luigi Gonzaga, è ospitato il venerato e miracoloso simulacro ligneo seicentesco di Nostra Signora della Mercede, patrona dell’Arcigremio della Mercede, che ha in questa chiesa la sua sede dal 1982. Di fronte, vi è la cappella dedicata alle Anime del Purgatorio, con l’altare realizzato da Antonio Usai, allievo di Giuseppe Sartorio. Le cappelle successive sono dedicate al Sacro Cuore di Gesù, al Santo Bambino di Praga, alla Madonna dello Spasimo, ai santi Martiri Turritani e sant’Ignazio di Loyola. Si evidenzia la presenza di statue, quadri e tele di ambito gesuitico; questo perché molti arredi provengono dall’antica e scomparsa cappella di san Giuseppe dell’ex sede universitaria della Compagnia di Gesù.
L’ampio presbiterio, absidato e dotato di coro ligneo, ha al suo centro un pregevole altare maggiore marmoreo ottocentesco che ospita un grandioso simulacro ligneo secentesco di san Giuseppe, affiancato da due pregevoli dipinti. Il pavimento, realizzato in marmo bianco e nero per volontà del canonico Spanedda, insieme a un organo monumentale restaurato recentemente, completano l’arredo scenico dell’edificio, che all’ingresso presenta anche il catafalco ligneo barocco della Dormitio Virginis Mariae, molto ricorrente nelle più importanti chiese della Sardegna, legate al culto della Madonna Assunta “dormiente”, di ambito bizantino.
La chiesa di san Giuseppe, per la quale l’arcivescovo Paolo Atzei (2004 – 2017) aveva ipotizzato e caldeggiato l’elevazione al titolo di basilica minore, riveste un ruolo importante nella vita ecclesiale e sociale della città, anche grazie alla frequentazione di importanti parrocchiani, come abbiamo ricordato poc’anzi. Infatti essa fu non solo la parrocchia di capi di Stato come Segni e Cossiga, ma anche di ministri quali Arturo Parisi, Mario Segni e Beppe Pisanu, di futuri vescovi come Pietro Meloni, e in questa chiesa fu battezzato anche Enrico Berlinguer. Sede della più grande parrocchia territoriale della città, sino alla creazione, negli anni ’60 del secolo scorso, di nuove parrocchie nel territorio delle nuove periferie, ebbe parroci illustri che la fecero crescere e prosperare, come il sempre ricordato monsignor Giovanni Masia, alla guida della comunità dal 1936 sino alla sua morte nel 1993, padre spirituale di numerosi politici.
Sede di un importante culto giuseppino che ha il suo culmine nelle feste del mese di marzo, tutto l’anno la chiesa di san Giuseppe accoglie non solo parrocchiani, ma fedeli e devoti da tutta la città e dai paesi dell’arcidiocesi di Sassari. Questo anche grazie al culto della beata Vergine Maria della Mercede, la cui festa, curata dal Gremio dei Braccianti, si celebra con grande solennità ed eccezionale concorso di popolo la prima domenica di ottobre. Nota per la liturgia, celebrata con cura, la chiesa di san Giuseppe a Sassari rimane un punto di riferimento nella devozione giuseppina di tutta l’isola.