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di Graziella Fons

E' davvero strano che in mezzo alla valanga di saperi utili e inutili che andiamo accumulando per tutto il corso della vita che non rientri questo: imparare a morire. La contemporaneità ha fatto della morte il suo tabù, il più temuto e occultato, e ci lascia completamente impreparati ad affrontare la naturalità con cui la vita la abbraccia. La morte appare come un’interruzione, un interdetto del linguaggio più sconveniente di una stupidaggine, un dolore da vivere di nascosto, una intromissione che non mettiamo mai in conto, in nessun momento. Sulla morte non sappiamo che dire, neppure cosa pensare. È veramente una carenza enorme. 

 

Montaigne diceva che non moriamo perché siamo ammalati, moriamo perché siamo vivi. Forse dovremmo ripartire di qui, collegando cose che oggi ci paiono inconciliabili. La morte è un’espressione della vita. Di tutte le espressioni certamente la più enigmatica, impenetrabile e intraducibile. Ma è dal di dentro della vita che dobbiamo comprenderla. Cerchiamo di coglierlo: quando ci poniamo drammaticamente davanti al mistero che noi siamo, è come se fosse la morte a riscattare la stessa esistenza. 

Possiamo vivere tutta la vita senza pensare a ciò che essa è: la prendiamo per un dato ovvio, svuotato di qualsiasi interrogativo, una certezza assente, e basta. Non è così. La morte può rappresentare, nel nostro itinerario personale, e nei nostri cammini intrecciati e comuni, l’opportunità di guardare alla vita più in profondità. La vita non è soltanto questo viavai di verbi attivi, questa marcia senza orizzonti e sonnambula, questo vogare tra dare e avere, questa contabilità invece della metafisica. La vita non è solo questo. La morte la amplia. Le rivela una profondità che non vediamo. Per questo sono così necessari i versi di Rilke: «O Signore concedi a ciascuno la sua morte:/ frutto di quella vita/ in cui trovò amore, senso e pena./ Noi siamo solo la buccia e la foglia./ La grande morte che ognuno ha in sé/ è il frutto attorno a cui ruota ogni cosa». Nell’evoluzione del mio personale rapporto con la morte, ha avuto un grande significato l’incontro con gli scritti di Cicely Saunders, la dottoressa che fondò la prima unità di cure palliative, che è una delle più fantastiche innovazioni del XX secolo in campo sanitario. Da allora non ha cessato di risuonare dentro di me una frase che lei ripeteva continuamente: «Dobbiamo imparare».

Dobbiamo imparare a stare con gli altri quando arriva il loro momento, sviluppando in noi competenze trascurate.  Dobbiamo imparare a prenderci cura del dolore e ad attenuarlo, ma non solo con le pastiglie: anche con il cuore, con la presenza, con gesti silenziosi, con il rispetto, con una aspettativa di coraggio. Gli ammalati non cercano indulgenza. Dobbiamo imparare a cullare la fragilità, degli altri e nostra, ad aiutare ciascuno a ritrovarsi con le cose e con le memorie giuste, a non disperare, a rintracciare un filo di senso in ciò che sta vivendo, per infimo e tremulo che esso sia. Dobbiamo imparare a essere sostegno, dobbiamo volere efficienza tecnica ma anche compassione, dobbiamo riconoscere il valore di un sorriso, ancorché imperfetto, in certe ore estreme. A un passo dalla fine c’è sempre tanto che inizia. Uno dei ricordi che mi sono più cari è per esempio quello dell’ultimo ricovero di mio padre. Ricordo che per giorni e giorni camminavamo, adagio adagio, tenendoci per mano, nel lungo corridoio dell’ospedale. Io gli trasmettevo con la mano tutta la forza che potevo. Ma la sua mano era più grande della mia. E so che lo è ancora.

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