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Medico e infermiere come garanti dei diritti del malato terminale

di Flavia Caretta

Non si può dimenticare che l’elemento centrale in medicina, ma ancor più nella fase terminale, è trovare e mantenere con il paziente un canale di comunicazione, perché possa esprimere i suoi bisogni, le sue paure, i suoi interrogativi, cercando di far superare il senso di solitudine e di isolamento che spesso lo condizionano.

 

A confronto con la maggior parte dei farmaci, le abilità nella comunicazione hanno indubbiamente un’efficacia palliativa (spesso riducono significativamente i sintomi), un ampio indice terapeutico (il sovradosaggio è raro), e il problema più comune nella pratica è un dosaggio sub-ottimale.

La comunicazione è spesso la componente principale della gestione del paziente nelle patologie croniche e nelle cure palliative: a volte è tutto quanto si può offrire al paziente. E, in effetti, i medici di cure palliative stanno sempre più venendo riconosciuti come gli specialisti della comunicazione, che devono quindi essere formati adeguatamente per comunicare “cattive diagnosi”, ma anche per parlare degli obiettivi di cura, e per affrontare le difficili tematiche spirituali ed esistenziali che sorgono quando si parla con i pazienti e le loro famiglie. Il diritto di morire con dignità Oggi si parla molto del diritto di morire con dignità.

Ma, quale ne è il vero significato? Morire con dignità significa che il morente ha diritto ad essere curato, ad un accompagnamento “umano” negli ultimi momenti della sua esistenza terrena. è il diritto ad una morte “umana” anche a livello psichico-spirituale. Si potrebbe dire che “il diritto alla vita” si precisa nel malato terminale come “diritto a morire in tutta serenità, con dignità umana e religiosa, con tutti gli aiuti possibili sul piano terapeutico e, come sarebbe auspicabile, all’interno del suo ambiente familiare. Il medico, con la consapevolezza di non essere né il “Signore della vita, né il conquistatore della morte”, nella valutazione dei mezzi, deve fare le opportune scelte, cioè rapportarsi al paziente e lasciarsi determinare dalle sue reali condizioni.

La Carta degli Operatori sanitari fa presente che «l’ammalato che si sente circondato da presenza amorevole umana e cristiana, non cade nella depressione e nell’angoscia di chi invece si sente abbandonato al suo destino di sofferenza e di morte e chiede di farla finita con la vita. È per questo che l’eutanasia è una sconfitta di chi la teorizza, la decide e la pratica». è evidente, allora, che la risposta autentica all’eutanasia e all’accanimento terapeutico è il clima di condivisione e solidarietà che si può stabilire attorno al malato e alla sua famiglia. Da questo clima può scaturire la capacità di dare un significato alla sofferenza, si può ritrovare un motivo per continuare a vivere, si può scoprire un senso da dare alla morte e tutto questo vale anche per gli operatori sanitari. Ma, ancora, va ricordato che la medicina e gli aspetti sanitari riguardano solo un aspetto della realtà e non tutta la realtà. Il senso della vita umana non è né quantificabile, né misurabile; è, rispetto alla conoscenza scientifica, “infinito”. La vita è oltre lo sguardo della medicina. In verità, solo in riferimento alla persona umana nella sua totalità unificata - cioè, anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale - si può leggere il vero significato della vita e della morte. Ritengo che quanto detto - pur in estrema sintesi - costituisca il presupposto, il fondamento perché medici, infermieri, operatori sanitari possano essere realmente e autenticamente garanti dei diritti del malato terminale.

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