Testimonianze degli Agostiniani di Santa Prisca sul confratello divenuto Papa
di Alba Arcuri
«Robertum Franciscum», già il nome di battesimo del nuovo Papa, scandito in latino dalla Loggia delle Benedizioni, per i padri Agostiniani ha qualcosa di familiare. Quando poi il cardinale protodiacono Mamberti pronuncia anche il cognome “Prevost”, è un’esplosione di gioia. Padre Angelo Di Placido, agostiniano della comunità di Santa Prisca a Roma, racconta di essere saltato in piedi dalla poltrona, di essersi commosso fino alle lacrime vedendo affacciare Leone XIV.
Un nome che «per noi Agostiniani dice molto», racconta; poi come un fiume affiorano i ricordi di quando si sono incontrati più volte, di quando il cardinale Prevost è venuto a celebrare la santa Messa proprio in questa chiesa dell’Aventino per i festeggiamenti di santa Prisca, il 21 gennaio 2024, con i sacerdoti e la comunità parrocchiale e con la Fraternità dei santi Aquila e Priscilla che partecipa alla Messa in questa basilica.
Un altro agostiniano, padre Luciano De Michieli, attivo nel servizio pastorale a Santa Prisca, ma già priore provinciale degli Agostiniani d’Italia, aggiunge: «Devo abituarmi a chiamarlo Leone XIV. Quando lui era priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, sono stato consigliere generale, lavorando al suo fianco per tre anni. E ho potuto apprezzare la sua enorme capacità di ascolto. Aveva capacità di dialogo, ma anche capacità, alla fine, di fare sintesi e di decidere. Una persona capace di arrivare al dunque». Chiedo a padre De Michieli qual è il cuore del messaggio, del carisma agostiniano: «Il nostro carisma è l’unità. Essere un cuor solo e un’anima sola, protesi verso Dio». Non è dunque un caso che il motto scelto da papa Leo-
ne è la frase di sant’Agostino. In Illo uno unum (In Lui che è uno, siamo una cosa sola). «E fin dalle prime parole che ha pronunciato, è emerso questo spirito agostiniano: costruire pon-
ti, abbracciare tutti – dice ancora padre Luciano – e questo è tipico di Agostino che è vissuto in un’epoca di eresie, di conflitti, ma non è stato assolutamente divisivo. Ha lavorato per ricucire, così si esprimeva Agostino, la veste lacerata di Cristo, che è la Chiesa, e che doveva essere ricomposta in una veste unica. L’altro aspetto è quello della pace. Molti santi Agostiniani sono pacieri: da santa Rita a san Nicola da Tolentino, a santa Chiara da Montefalco. E la pace è il segno di un’unità ritrovata. L’unità come segno di coesione e la pace come segno di comunione, di superamento del conflitto, di accettare l’altro, nelle sue diversità e contraddizioni».
Fin dalle prime parole del Vescovo di Roma, dalla Loggia delle Benedizioni, per gli Agostiniani è stato come sentir aria di casa. Padre Luciano riconosce il tratto agostiniano anche nel saluto in spagnolo alla sua diocesi di Chiclayo, in Perù, perché quando si diventa vescovo di una diocesi, spiega, quella ti è stata in qualche modo affidata per sempre.
Padre Luciano racconta l’atteggiamento “conviviale” di “padre Robert”: «Anche quando è diventato cardinale veniva spesso a mangiare nella Curia generale a Roma, affacciata sul colonnato di San Pietro. Lui era a due passi, abitando al Sant’Uffizio. Sicuramente uno degli aspetti della vita di padre Robert è vivere in comunità, in comunione e quindi immagino che anche nella sua vita da Papa cercherà il modo di creare intorno a sé un gruppo, una famiglia».
Il Papa ha detto che, fra i tanti motivi che lo hanno spinto a scegliere il nome pontificio di Leone, c’è il richiamo a Leone XIII e alla sua enciclica Rerum novarum, scritta in un momento storico in cui la rivoluzione industriale stava ponendo diverse sfide; oggi, con la rivoluzione tecnologica e l’intelligenza artificiale, la Chiesa si trova davanti a nuove sfide. Ma ci sono anche altri aspetti che gli Agostiniani intravedono nella scelta di tale nome. «Per esempio – racconta padre Luciano – il fatto che Leone XIII, il predecessore, abbia avuto un rapporto particolare con gli Agostiniani: ha canonizzato diversi santi dell’Ordine, l’esempio più eclatante è santa Rita da Cascia. C’è poi il legame nativo di Leone XIII con Carpineto Romano, dove c’era una comunità agostiniana». Tutti questi aspetti si uniscono a quello evidenziato dal Papa stesso: «L’attenzione alla realtà sociale che aveva Leone XIII, il desiderio della ricomposizione, in un mondo che stava cambiando, dove la Chiesa doveva dare un messaggio».
«Questo messaggio, contenuto nell’enciclica che ha segnato l’inizio della Dottrina sociale della Chiesa – continua padre Luciano – è un aspetto che “padre Prevost” ha deciso di riprendere, evidentemente per portarlo avanti in una società dove le conflittualità, a livello sociale, economico, ecologico necessitano che la Chiesa tracci un percorso. Un percorso dove le contraddizioni siano illuminate dal Vangelo».
Tra gli interessi di papa Prevost vi è la passione per il tennis, per lo sport in generale. Padre Luciano racconta che «avendo vissuto in Perù, fra le Ande, a quattromila metri di altitudine, avere un buon fisico serve. Poi ha lavorato molto con i ragazzi, e anche in questo caso l’aspetto sportivo è importante. Ha una particolare propensione per il tennis: sono cose della vita».
«Ma è pure un grande lavoratore – aggiunge sorridendo – e quando io lo contattavo, rispondeva subito ai messaggi. Ha anche la capacità di parlare bene quattro lingue e quindi di dialogare. Quando poi tornava dai suoi viaggi dall’altro capo del mondo, perché gli Agostiniani sono presenti nei cinque continenti, sembrava che i fusi orari non gli pesassero. Si rimetteva subito al lavoro».
Infine conclude Padre De Michieli: «Noi siamo contenti non solo perché è un agostiniano, ma soprattutto perché è un grande dono per la Chiesa. Sono convinto – aggiunge – che il dono che il Signore gli ha dato come carisma, quello dell’unità, diventerà dono dello Spirito per la Chiesa».