L’ammirevole parabola umana e cristiana di una povera schiava, Giuseppina Bakhita, che raggiunse il vertice della santità scoprendo in Cristo la libertà e la carità.
Al Battesimo prese il nome del santo Patriarca e fu di lui devota per tutta la vita

di Corrado Vari

Nell’omelia per la Beatificazione, nel 1992, san Giovanni Paolo II l’ha invocata come “sorella universale” – «perché ci riveli il segreto della felicità più vera, le Beatitudini» – e nel 2000 l’ha proclamata santa; Benedetto XVI nel 2007 le ha dedicato un capitolo dell’enciclica Spe Salvi, indicandola come modello della speranza che nasce dall’incontro con il Signore; papa Francesco nel 2015 ha fissato nel giorno della sua memoria liturgica, l’8 febbraio, la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, e nel 2023, in un’udienza generale ha definito la sua vita: «parabola esistenziale del perdono».

 Colei che gli ultimi tre papi hanno proposto in vario modo come esempio alla Chiesa universale è Giuseppina Bakhita, umile suora nata in Africa e vissuta in Veneto a cavallo tra ‘800 e ‘900. Nella sua straordinaria vicenda la Provvidenza, in modo misterioso e stupendo, ha tratto frutti di carità e di liberazione da una storia di violenza e di dolore.

Nata attorno al 1869 nel Darfur, in Sudan, in una famiglia di religione animista, vive una vita semplice e serena, dentro i ritmi e nella bellezza di una natura che interroga già i suoi occhi di bambina, come lei stessa poi racconterà: «Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio».

All’età di sette o otto anni viene
catturata da trafficanti arabi di schiavi. Il trauma subito è così gran-
de da farle dimenticare perfino il suo nome. Con perfida ironia, i suoi aguzzini la chiamano Bakhita, che in arabo significa “fortunata”: certo non immaginano che questo nome descriva in qualche modo il suo destino e che un giorno lei addirittura li ringrazierà. Molti anni dopo, a un giovane che le chiede cosa direbbe loro, risponderà infatti: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani; perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa».

Al rapimento seguono anni di violenze, sofferenze, umiliazioni. Rivenduta più volte, passa da un padrone all’altro: nella casa di uno di essi le praticano una sorta di “tatuaggio rituale” in varie parti del corpo, mediante decine di tagli di coltello sui quali viene cosparso del sale, in modo tale che ne rimangano per sempre i segni.

Nel 1883 la vendono al console italiano Callisto Legnani, che la fa lavorare come domestica e inizia a trattarla con umanità: è lui a darle per la prima volta un vestito. Due anni dopo il console torna in Italia e porta con sé anche Bakhita. Al suo arrivo, la “regala” a una coppia di suoi ricchi amici, i Michieli, con interessi economici in Sudan. Bakhita va a vivere con loro a Mirano, nei pressi di Venezia, come bambinaia della loro figlioletta.

Nel 1888 i coniugi devono tornare in Africa per affari. Non sono credenti, ma su suggerimento del loro amministratore, fervente cattolico, affidano la loro figlia e Bakhita alle suore Canossiane di Venezia. Qui la giovane conosce Cristo e comincia a intuire una corrispondenza tra l’attesa del suo cuore e quel Dio che le viene annunciato come colui che da sempre l’ha voluta e amata. Dirà in seguito: «Io sono definitivamente amata e qualunque cosa mi accada, io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona».

Quando i Michieli tornano a riprendere la loro figlia, l’anno seguente, vogliono con sé anche Bakhita, reclamandone la “proprietà”. La giovane con coraggio si oppone e la questione finisce in tribunale: qui è dichiarata libera, poiché in Italia la schiavitù è illegale.

Il 9 gennaio 1890 Bakhita è battezzata con i nomi di Giuseppina, Margherita e Fortunata, e riceve anche la Cresima e la Comunione. Il suo primo nome cristiano è quello di san Giuseppe – cui sarà sempre assai devota – quasi a marcare in questo modo il suo ingresso nella famiglia dei figli di Dio.

Resta presso le suore Canossiane, dove comincia a sentire che colui che ormai conosce e che l’ha finora misteriosamente condotta, la vuole tutta per sé. Dopo tanti padroni umani, ha finalmente trovato il vero Padrone, o meglio, “el me Paròn”, come lei chiama il Signore in dialetto veneto, in cui principalmente si esprimerà per il resto della sua vita.

L'8 dicembre 1896 pronuncia i primi voti nell'Istituto di Santa Maddalena di Canossa. «Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così», la incoraggia il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia e futuro Pio X.

Per cinquant’anni anni suor Giuseppina è fedele a questa consegna svolgendo umili mansioni (cuoca, guardarobiera, sacrestana, portinaia…) sempre con un dolce sorriso sul volto e nel cuore la gioia di poter servire un Padre grande e misericordioso. Trascorre quasi tutta la vita nel convento di Schio (Vicenza) conquistando l’affetto della gente, che la chiama “madre moretta”. Per obbedienza alla sua superiora, nel 1930 racconta la sua vita a una scrittrice: la sua biografia fa conoscere Giuseppina Bakhita in tutta Italia e dà origine a una serie di sue testimonianze in varie città.

Bakhita muore a Schio l’8 febbraio 1947 dopo una lunga e dolorosa malattia. Poco prima di morire dice alle consorelle: «Me ne vado adagio adagio, verso l'eternità. Me ne vado con due valigie: una contiene i miei peccati, l'altra, ben più pesante, i meriti di Gesù Cristo. Quando comparirò davanti al Signore, coprirò la mia brutta valigia con i meriti della Madonna, poi aprirò l'altra, presenterò i meriti di Gesù e dirò all'eterno Padre: "Giudicate quello che vedete". Oh, sono sicura che non sarò rimandata! Allora mi volterò verso san Pietro e gli dirò: "Chiudi pure la porta, perché resto!"».