Appartenevano alla comunità cristiana della Corea. Mostrarono i miracoli che opera la grazia, professando ogni giorno la loro fede e poi versando il loro sangue
di Corrado Vari
Il 6 maggio 1984, durante la sua visita in Corea per celebrare i duecento anni dell’inizio del cristianesimo nel paese asiatico, il santo papa Giovanni Paolo II canonizzò centotre martiri di quella terra, uccisi in odio alla fede tra il 1838 e il 1867, con una cerimonia che per la prima volta si tenne al di fuori del Vaticano.
Oltre ad Andrea Kim Tae-gon, primo sacerdote coreano, altri dieci sono persone consacrate, di cui sette sacerdoti e tre vescovi, tutti missionari francesi della parigina Società per le Missioni Estere. I rimanenti sono laici coreani. Tutti coreani e quasi tutti laici sono, inoltre, gli altri centoventiquattro martiri beatificati da papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Corea nel 2014.
Tutto ciò rispecchia la singolarità degli inizi della Chiesa in Corea, come papa Wojtyła ricordava nell’omelia per la canonizzazione: «La verità su Gesù Cristo raggiunse anche la terra di Corea. Arrivò per mezzo di libri portati dalla Cina. E per una via meravigliosa, la grazia divina spinse presto i vostri dotti antenati prima a una ricerca intellettuale sulla verità e la Parola di Dio, e quindi a una fede viva nel Salvatore risorto. Desiderando ardentemente una maggiore partecipazione alla fede cristiana, i vostri antenati inviarono, nel 1784, uno di loro a Pechino, e là egli fu battezzato. Da questo seme buono nacque la prima comunità cristiana in Corea, una comunità unica nella storia della Chiesa, perché essa fu fondata unicamente da laici».
Per circa cinquant’anni, i cristiani coreani furono assistiti soltanto da uno o due sacerdoti provenienti dalla Cina, evangelizzata due secoli prima dal grande missionario gesuita Matteo Ricci. Solo nel 1836 arrivarono i primi missionari francesi, tra cui san Laurent-Marie-Joseph Imbert, primo ve-
scovo residente, morto martire nel 1839.
Furono molti i fedeli coreani che scelsero come nome di battesimo per sé o per i propri figli quello di Giuseppe, e diversi tra i martiri elevati alla gloria degli altari portano il nome del santo Patriarca di Nazareth.
Aveva solo diciotto anni Giuseppe Cho Yun-ho quando fu arrestato perché cristiano, insieme a suo padre Pietro Cho Hwa-so, all’inizio di dicembre del 1866. Giovane, ma già sposo da poco, era nato in una famiglia da tempo cristiana; anche il nonno era stato ucciso in odio alla fede, durante una precedente ondata di persecuzioni.
Interrogato dopo l’arresto, fu poi rilasciato. Suo padre lo invitò a fuggire, ma Giuseppe si rifiutò di abbandonarlo. Si presentò così di nuovo alle autorità e fu imprigionato insieme al padre, che subì il martirio per decapitazione il 13 dicembre 1866. Neanche questo fatto, aggiunto alle vessazioni dei giorni precedenti, fece vacillare la sua determinazione a non rinnegare la sua fede. Il 23 dicembre, dopo aver consumato il suo ultimo pasto facendosi il segno della croce, Giuseppe fu condotto al luogo della sua esecuzione e ucciso a bastonate.
Dieci giorni prima, insieme al martire Pietro, i persecutori avevano decapitato anche Giuseppe Han Won-so, all’età di trentun anni. A differenza dell’altro Giuseppe, questi non era nato in una famiglia cristiana. Fu catechista per un periodo, ma quando fu arrestato e imprigionato, il 3 dicembre 1866, egli era un semplice fedele, benvoluto e stimato da tutti – cristiani e non – per la sua onestà e gentilezza. Durante la detenzione non solo fu torturato dai suoi aguzzini affinché abiurasse la sua fede, ma dovette subire pressioni anche dai suoi familiari, che più volte gli chiesero di rinunciarvi e minacciarono perfino il suicidio se non lo avesse fatto. Suo padre, dopo aver implorato le autorità di liberarlo, tentò anche di corromperle, ma inutilmente. Giuseppe restò fermo nel proposito di conservare la fede e ricordò a suo padre che egli non era solo suo figlio, ma era figlio di Dio e che sarebbe morto volentieri per lui.
Simili a queste sono le storie degli altri martiri coreani, che furono molti più di quelli noti e celebrati dalla Chiesa: si stima che siano stati oltre 10 mila nelle diverse persecuzioni che si susseguirono tra la fine del ‘700 e la seconda metà del secolo seguente, scatenate da un potere politico che temeva le novità della nuova dottrina e i suoi impatti sul rigido sistema sociale del Paese, in cui solo nel 1882 venne decretata la libertà religiosa.
Persone del tutto normali, uomini e donne, vecchi e giovani, padri e madri di famiglia, vedove, nobili e mercanti, magistrati e gente del popolo, spesso appartenenti alla stessa famiglia e a loro volta discendenti di martiri. Tutti raggiunti e conquistati dall’annuncio cristiano al punto da stupire i loro stessi pastori. Lasciò scritto il santo vescovo francese Siméon-François Berneux, anch’egli martire: «Il coreano possiede le disposizioni più perfette per accogliere la fede. Una volta convinto, l'accetta e vi si affeziona, nonostante tutti i sacrifici che ciò può costargli». Questo attaccamento alla fede, tuttavia, è difficilmente spiegabile con argomenti soltanto umani o naturali, ed è prova di uno Spirito che soffia dove vuole e come vuole, perché sia conosciuto e accolto l’annuncio della salvezza.
Come tante volte è accaduto nella storia della Chiesa, le persecuzioni furono lievito per la fede del popolo coreano e seme da cui crebbe e fiorì più rigogliosa in quella terra la pianta della comunità cristiana. Ancora oggi essa è alimentata dalla memoria e dalla venerazione dei suoi martiri, in un tempo in cui il Paese è da decenni diviso in due Stati e solo in Corea del Sud c’è libertà religiosa, mentre al Nord i cristiani – di cui si hanno scarse notizie – sono costretti entro i rigidi vincoli imposti dal governo e tuttora spesso perseguitati.