Sacerdote nel Messico cattolico, san Giuseppe Isabel Flores offrì la sua vita per il suo gregge, come il buon Pastore. Visse e morì per Gesù, come il santo Patriarca, di cui portava il nome
di Corrado Vari
Nei primi decenni del Novecento il governo del Messico cadde nelle mani di massoni e anticlericali, che scatenarono una violenta persecuzione contro la Chiesa, allo scopo di distruggerne la presenza in un paese in cui la grande maggioranza della popolazione professava la fede cattolica.
Il periodo più duro iniziò nel 1926: dopo che la Chiesa era stata privata di tutti gli spazi di presenza e aveva sospeso ogni culto pubblico, nel paese si formarono gruppi di resistenza per reagire contro la violenza sempre più aspra, che colpiva i cattolici messicani e i loro pastori. Organizzati quasi come un vero e proprio esercito popolare, riuscirono anche a prendere il controllo di alcune regioni. Erano i Cristeros, così chiamati perché combattevano sotto il vessillo di Cristo Re (solennità istituita dal papa Pio XI nel 1925) e della Madonna di Guadalupe. «Viva Cristo Rey», era il loro grido di battaglia ed erano anche le ultime parole di chi veniva fucilato dai governativi. La Chiesa messicana e la Santa Sede, pur sostenendo le proteste (più volte il Papa intervenne pubblicamente) non approvarono mai apertamente la lotta armata, adoperandosi per pacificare il paese e raggiungere accordi con il governo.
Con alterne vicende, la persecuzione durò fino agli anni Trenta; ne furono vittime anche sacerdoti e laici che non presero parte attiva alla rivolta, uccisi solo perché cristiani e ministri del culto cattolico. Diversi di costoro sono stati elevati agli onori degli altari come martiri; tra questi il santo di nome Giuseppe che ricordiamo il 21 giugno, giorno del suo martirio.
José Isabel Flores Varela nacque nel 1866 a Santa Maria de la Paz, arcidiocesi di Guadalajara, in una famiglia povera e umile ma animata da profonda fede. Quando cominciò a manifestare la sua vocazione religiosa, i genitori la sostennero convintamente, nonostante la prospettiva di perdere due valide braccia per il loro lavoro di modesti allevatori.
José fu ordinato sacerdote a Guadalajara il 26 luglio 1896. Dopo aver lavorato in varie parrocchie di quella diocesi, nel novembre del 1900 iniziò il suo ministero di rettore della Cappella di Matatlán, appartenente alla parrocchia di Zapotlanejo, dove sarebbe restato per ventisei anni. Visse in povertà tra la sua gente, accompagnandone il cammino con i gesti più semplici della tradizione cristiana: la recita comunitaria del Rosario, l’adorazione del Santissimo Sacramento, la preghiera dell’Angelus, oltre naturalmente alla santa Messa, cuore e culmine della vita della comunità,
Spesso i suoi occhi furono visti riempirsi di lacrime durante la celebrazione eucaristica. Uomo di perdono e di riconciliazione, sempre sereno in ogni circostanza, promosse tra i fedeli il canto sacro e il catechismo, fu vicino ai malati e alle persone in difficoltà, operando per il bene spirituale e materiale di chi gli era stato affidato. Il suo motto sacerdotale era Verità e giustizia. Aveva ottime capacità e grandi doti intellettuali, ma anche una grande umiltà; non cercò mai riconoscimenti o occasioni per fare carriera e fu sempre obbediente ai suoi superiori.
Durante la persecuzione, padre José non aderì alla lotta armata dei Cristeros, ma come tanti altri sacerdoti non volle abbandonare il suo gregge, continuando a celebrare l’Eucaristia e ad amministrare i Sacramenti come poteva, a volte girando addirittura travestito da soldato. A chi gli suggeriva di non rischiare, rispondeva: «Se mi nascondo, non avrò più la possibilità di prendermi cura di te né dei tuoi figli, né dei tuoi malati, né potrò sposare i tuoi ragazzi. Non temete, se mi prendono, cosa potrà succedere: che mi taglino la testa? E poi, se Cristo è morto per me, anch’io morirò volentieri per lui».
Così successe nel giugno del 1927, come si narra negli atti del processo di beatificazione. Come era accaduto a colui al quale egli si era consacrato, all’inizio ci fu un tradimento: quello di un ex seminarista che padre Josè considerava come amico. Ubriaco, al termine di un pranzo rivelò gli spostamenti del sacerdote al capo della municipalità locale, personaggio violento e senza scrupoli, che decise di farlo catturare. Il 18 giugno padre José fu sorpreso mentre si recava a celebrare la Messa in una fattoria e venne subito rinchiuso in un luogo fetido e malsano. In tanti ne chiesero la liberazione, ma nulla valse a smuovere i suoi persecutori.
Ad aggravare la sua già dolorosa situazione, gli posero delle pesanti pietre sotto le ascelle, ma uno dei soldati – novello Cireneo – lo sollevò da quella tortura, disubbidendo ai suoi superiori. Con fine crudeltà, i suoi aguzzini chiedevano la sottomissione facendogli ascoltare della musica e dicendogli: «Senti che bella musica, tutto ciò che ti serve è firmare per essere libero». Ma egli rispondeva: «In cielo ascolterò una musica migliore».
Quando fu decisa la sua esecuzione, padre José donò i suoi effetti personali ai soldati, che li spartirono tra loro, come era avvenuto per le vesti di Gesù sotto la croce. Provarono a uccidere il sacerdote impiccandolo, senza riuscirci. Allora fu ordinato di fucilarlo, ma uno dei soldati, riconoscendo in lui il sacerdote che lo aveva battezzato, si rifiutò di sparare. Minacciato di morte, il militare rispose: «Non importa, muoio insieme a lui», e fu ucciso all’istante dal suo comandante. Ci piace pensare che questo gesto gli abbia fatto guadagnare subito il Paradiso, come avvenne per il buon ladrone. Finalmente un altro soldato uccise padre José tagliandogli la gola con un machete. Era il 21 giugno 1927.
José Isabel Flores Varela fu beatificato insieme ad altri ventiquattro martiri della Chiesa messicana il 22 novembre 1992 – solennità di Cristo Re – e canonizzato il 21 maggio 2000, sotto il pontificato di san Giovanni Paolo II.