Il sepolcro dell’apostolo Paolo, venerato ma mai esplorato, sopra il quale furono costruite successivamente tre basiliche, è al centro della Basilica di San Paolo fuori le mura a Roma. Nei secoli è stato custodito dalla comunità romana e dai suoi pontefici
di Lorenzo Bianchi
Il Liber pontificalis (la cui redazione risale al VI secolo, ma su fonti che sicuramente si rifanno a tempi ben più antichi) ci informa che l’imperatore Costantino aveva fatto chiudere il corpo dell’apostolo Paolo in una cassa di bronzo, contenuta e protetta da un ambiente murato, a similitudine del sepolcro di san Pietro sotto la Basilica vaticana. La cassa, sulla quale era posta una grande croce d’oro del peso di centocinquanta libbre (circa 70 kilogrammi), dovrebbe trovarsi (la mancanza di verifiche impone di usare il condizionale) al di sotto del livello del pavimento della primissima basilica, quella costantiniana, che a sua volta è al di sotto di quella, successiva, dei tre imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Al sottostante luogo della sepoltura dell’Apostolo corrisponde ora, al livello dell’attuale basilica, l’altare centrale coronato dal ciborio.
La sistemazione della “confessione” (area sotto l’altare), nella Basilica extra muros, non fu mai sostanzialmente modificata nel corso dei secoli, se non nel suo intorno, una prima volta all’epoca di papa Leone Magno (440-461), che rialzò il transetto, e una seconda volta quando papa Gregorio Magno (590-604), dopo un ulteriore rialzamento del livello pavimentale, fece scavare una cripta che si sviluppava con un percorso anulare attorno alla tomba dell’Apostolo, permettendo l’accesso dei fedeli. Di questa cripta rimane tuttora una parte, quella di fronte all’altare, mentre la restante parte andò distrutta nel corso di lavori di restauro eseguiti nel XVI secolo, che resero non più direttamente accessibile il luogo dove sono custodite le spoglie mortali di Paolo.
A livello dell’attuale presbiterio, al di sotto dell’altare centrale, si trova una lastra marmorea, formata da due pezzi diversi uniti fra loro, che reca incise le parole “PAULO APOSTOLO MART(YRI)” (“a Paolo apostolo e martire”), risalente presumibilmente al V secolo. Sulla lastra tre fori, uno circolare e due rettangolari, introducono a tre pozzetti (cataractae) comunicanti tra di loro, usati per tutto il Medioevo per ottenere reliquie per contatto mediante l’inserimento di brandea (strisce di stoffa).
Comunque, si può affermare che il sepolcro paolino sia rimasto pressoché intatto fino ai giorni nostri, senza che nessuno lo abbia mai toccato. Mentre la basilica, dopo il rovinoso incendio del 1823, veniva ricostruita, furono eseguiti nel gennaio 1838 alcuni scavi nell’area della confessione, ma non si poté però esaminare a fondo la tomba dell’Apostolo per l’esplicito divieto del papa Gregorio XVI. Solo l’architetto Virginio Vespignani (colui che curò la riedificazione della basilica nella forma che oggi vediamo) poté osservare da vicino ciò che era rimasto precluso agli occhi di tutti per secoli, ed eseguì degli schizzi a documentazione di quella occasionale ricognizione, che però non giunse fino all’apertura della cassa sepolcrale.
Lo studio della documentazione del Vespignani, unitamente ad alcuni saggi effettuati ultimamente nella zona dell’altare, ha permesso di evidenziare la quota dei livelli pavimentali più recenti fino a quello della Basilica dei Tre Imperatori. Tra il pavimento di questa e l’altare sovrastante della confessione si vede parte di una cassa marmorea, sul cui coperchio un foro circolare (ora occluso) è in corrispondenza col già ricordato foro circolare, presente sulla lastra che reca l’epigrafe “PAULO APOSTOLO MART(YRI)”.
Considerato il livello in cui si trova questa cassa marmorea, non si tratta certamente dell’originaria sepoltura di Paolo, che avrebbe dovuto essere a un livello sicuramente inferiore (al di sotto del livello costantiniano e ancora al di sotto di quello corrispondente al trópaion citato da Gaio). Non si può però escludere una traslazione “verticale” del corpo di Paolo in un luogo più elevato alla fine del IV secolo, come avvenne (in epoca diversa) per quello di
Pietro.
Dal 2006, nella confessione della Basilica ostiense, è stato rimosso l’altare moderno dedicato a un san Timoteo martire del IV secolo ed è così visibile parte dell’area sottostante all’altare e la lastra con l’epigrafe.
È opportuno anche segnalare l’iscrizione posta da papa Damaso (366-384) presso la Memoria Apostolorum ad catacumbas lungo la via Appia (oggi nominata Basilica di San Sebastiano), che dice: «Chiunque tu sia che cerchi i nomi congiunti di Pietro e di Paolo, sappi che questi santi hanno qui riposato (habitasse) un tempo. L’Oriente inviò questi discepoli – lo afferma volentieri – ed essi, grazie al sangue del martirio e alla eccelsa sequela di Cristo, hanno raggiunto le regioni celesti e il regno dei giusti. Roma ha meritato di rivendicarli come suoi cittadini. Questo in vostra lode canta Damaso, o nuovi luminari». Sulla base di questo testo damasiano, e della presenza nelle catacombe di San Sebastiano di numerose iscrizioni con invocazioni congiunte a Pietro e Paolo, si è ipotizzata una temporanea traslazione delle reliquie dei due fondatori della Chiesa di Roma sulla via Appia nel periodo della persecuzione avviata dall’imperatore Valeriano (anno 258), ma siamo soltanto nel campo delle ipotesi di studio.
Infine, una tradizione medievale vuole che la testa di Paolo e quella di Pietro siano state conservate dall’VIII secolo nel Sancta Sanctorum (oggi santuario della Scala Santa) e poi trasferite da papa Urbano V, il 16 aprile 1369, in due busti argentei all’interno del ciborio della Basilica lateranense. Una ricognizione venne compiuta il 23 luglio 1823; mentre indagini scientifiche dagli esiti incerti, che non confermerebbero la presenza della testa di Pietro e, forse, neanche di quella di Paolo, sono state compiute qualche decennio fa, nell’ambito delle ultime ricerche sulle reliquie del Pescatore di Galilea.