Dagli scavi sotto la basilica trasteverina è emerso il luogo del martirio della Santa, trasformato in luogo di culto cristiano

di Talia Casu

Cecilia è una delle figure più caratteristiche del cristianesimo dei primi secoli. Non appare nella Depositio Martyrum, antico elenco dei martiri venerati a Roma, ed è sconosciuta anche a papa Damaso, a sant’Ambrogio e a sant’Agostino. Neppure abbiamo di lei immagini su vetri dorati, come invece accade per sant’Agnese. Il suo nome compare invece nella Notula, al tempo di papa Gregorio Magno (590-604), che riporta l’elenco dei sepolcri dei martiri, presso i quali si raccoglievano gli oli dalle lampade che ardevano accanto alle tombe venerate. Il suo sepolcro nelle catacombe di Callisto fu meta di pellegrinaggio dal III al IX secolo, e in seguito nella basilica di Trastevere a lei dedicata; è ricordato negli itinerari dei pellegrini a partire dal VII secolo, insieme a quelli di altri martiri.

 Cecilia era romana, aveva subito il martirio giovanissima e il suo culto – che si ritrova negli antichi libri liturgici – risulta ben testimoniato a partire dal VI secolo, periodo in cui la sua memoria veniva solennemente celebrata a Roma. Non siamo in possesso di atti del martirio di Cecilia, ma solo di una Passio dove appaiono Valeriano, Tiburzio e Massimo, martiri sepolti nel cimitero di Pretestato, luogo in cui per lungo tempo fu ritenuta erroneamente sepolta anche la giovane martire.

La Passio narra che Cecilia andò in sposa al giovane pagano Valeriano. Nella notte delle nozze, un angelo rivelò a Valeriano che Dio custodiva la verginale illibatezza di Cecilia e lo invitò a credere nell’unico Dio e a farsi battezzare. Lo sollecitò ad andare al terzo miglio della via Appia, dove alcuni poveri gli avrebbero indicato l’anziano papa Urbano, nascosto tra i sepolcri.

Valeriano, istruito e battezzato, fa ritorno a casa rivestito della veste bianca dei neofiti. Qui trova Cecilia assistita dall’angelo, che porge ai due sposi una corona di rose e gigli. Valeriano chiede all’angelo una grazia: la conversione di Tiburzio, suo fratello. Scomparso l’angelo, sopraggiunge Tiburzio che viene condotto da Valeriano presso papa Urbano e da lui battezzato. I due fratelli, divenuti cristiani, si adoperano per la sepoltura dei martiri, ma vengono denunciati e messi a morte da Almachio Turcio, prefetto della città. Massimo, un sottufficiale dell’esercito, mentre li conduce fuori dalle mura della città per essere martirizzati, si converte al cristianesimo e per questo è messo a morte dal prefetto. Cecilia seppellisce Massimo insieme a Valeriano e Tiburzio.

Il prefetto, volendo entrare in possesso dei beni appartenuti a Valeriano e Tiburzio, fa arrestare Cecilia condannandola a essere bruciata nella sua casa dal fuoco dei bagni, ma la giovane esce illesa. Almachio ordina allora la sua decapitazione: per tre volte sarà colpita, ma sopravvive tre giorni, durante i quali distribuisce tutti i beni e raccomanda a papa Urbano di consacrare la sua casa a uso della comunità cristiana. Urbano seppellisce Cecilia nel cimitero di Callisto, fuori della porta Appia, dove sono sepolti i suoi confratelli vescovi e molti altri confessori e martiri.

Nella biografia di papa Pasquale I (817-824) è riportato che egli aveva iniziato a rinnovare la chiesa della martire e un giorno in sogno gli apparve una giovane dall’aspetto angelico, che gli rivelò essere Cecilia. Il pontefice disse alla giovane martire che il re longobardo Astolfo aveva sottratto il suo corpo, ma Cecilia rispose che in realtà non era riuscito a trovarlo e lo sollecitava a riprendere le ricerche e a collocare le reliquie nella chiesa che stava ricostruendo. Il papa rinvenne il corpo di Cecilia nel cimitero di Callisto, vestito di vesti dorate. Pasquale lo trasportò nella chiesa a lei dedicata, insieme a quelli di Valeriano, Tiburzio, Massimo e dei papi Urbano e Lucio, e li collocò sotto l’altare. La data della traslazione è fissata da Giovanni Battista De Rossi nell’anno 821.

La Basilica di Santa Cecilia in Trastevere ha sempre rappresentato un luogo di altissimo valore simbolico, perché si riteneva costruita sulla casa della martire, nella quale ella aveva vissuto e subito il martirio.

Le ricerche archeologiche condotte sotto l’attuale basilica hanno portato in luce i resti di case romane, ma nessuna traccia di una basilica del IV secolo. Al contrario è possibile affermare senza dubbio che in quel medesimo periodo alcune trasformazioni interessarono un edificio probabilmente destinato a uso ecclesiastico.

Le costruzioni, che costituivano l’antico titulus di santa Cecilia, furono sostituite più tardi dalla basilica costruita durante il pontificato di Pasquale I.  Oggi possiamo facilmente descrivere quell’edificio, che aveva le caratteristiche di una basilica paleocristiana, con una navata maggiore, delimitata dalle due navate laterali con tredici arcate, e sopra ciascuna arcata si apriva una finestra. In fondo alla navata centrale era un’abside semicircolare con decorazione a mosaico e quattro finestre. Sotto l’altare, come in altre basiliche romane del IX secolo, era presente una cripta semianulare. Davanti alla facciata originale, sulla quale si aprivano tre finestre, c’era un atrio circondato da quattro portici con colonne.

Della costruzione della Basilica di Santa Cecilia abbiamo un'accurata descrizione nella biografia di papa Pasquale, che si fece ritrarre accanto alla martire Cecilia nel grande mosaico dell’abside, come possiamo ancora ammirare. A partire dal XII secolo alla basilica si sono conglobate numerose altre costruzioni, a cui si aggiunsero trasformazioni interne dell’edificio di culto. Questi lavori non hanno alterato la struttura e la pianta della basilica di papa Pasquale, pur cambiando il suo aspetto.

La datazione delle precedenti costruzioni di uso prevalentemente profano, scavate nel complesso di Santa Cecilia, va da I secolo a.C. al IV d.C. e forse al VI secolo. Ma lo studioso Richard Krautheimer afferma che non c’è motivo di dubitare che alcune di quelle stanze fossero destinate a uso ecclesiastico fino al V secolo e costituissero un antico titulus.