Il tempio sull’Aventino conserva strutture e arredi risalenti al culto cristiano delle origini. Il papa vi inizia la Quaresima con l’imposizione delle ceneri 

di Talia Casu

Sul colle Aventino, abitato in epoca tardo antica soprattutto dai membri del patriziato romano, sotto il pontificato di Celestino I (422-432) venne edificato il titulus di Santa Sabina, che merita particolare attenzione perché è l’edificio cristiano delle origini meglio conservato a Roma, nella struttura architettonica e nell’arredo liturgico, così che ci consente di avere una conoscenza esauriente dei primi edifici di culto. La basilica sorge tra l’antico vicus Altus e il vicus Armilustri, che attraversavano l’Aventino nella sua lunghezza, come l’attuale via di Santa Sabina.

All'interno della basilica, la grande iscrizione a mosaico posta sopra l’ingresso, databile all’anno 431, ricorda il fondatore dell’antico titulus: un facoltoso presbitero di nome Pietro, originario dell’Illirico, che avrebbe eretto la basilica a sue spese, per conto del vescovo di Roma. L’iscrizione – posta dopo la morte del presbitero Pietro – testimonia, infatti, che egli investì le sue ricchezze per costruire e onorare la basilica. Alle estremità della grande iscrizione sono presenti due figure femminili, abbigliate con la stola matronale, ciascuna reggente tra le mani un libro aperto; Sono la personificazione, una della Chiesa proveniente dal giudaismo (Ecclesia ex circumcisione), l’altra della Chiesa proveniente dai gentili o pagani (Ecclesia ex gentibus).

Come nel caso di altri tituli, Santa Sabina venne costruita sfruttando le mura e le fondazioni di edifici precedenti: gli scavi condotti sotto il tempio hanno, infatti, riportato in luce i resti di diverse abitazioni private risalenti al III e IV secolo.

Come la maggior parte delle chiese paleocristiane, l’esterno dell’edificio è spoglio, senza decorazioni, ma scandito unicamente dalle grandi finestre che si aprono nell’abside e nella parte superiore della navata centrale. L’accesso alla basilica avveniva dalla facciata sulla quale si aprivano tre portali – uno dei quali è stato tamponato dal campanile costruito in epoca medievale – ciascuno in corrispondenza di una delle navate.

L’intervento di restauro, condotto negli anni 1936-1939, ha eliminato le decorazioni barocche per restituire l’aspetto che aveva l’edificio paleocristiano. Le arcate della navata centrale poggiano su ventiquattro bellissime colonne scanalate in marmo bianco di Proconneso, sormontate da capitelli di stile corinzio. Al piede di una delle colonne di sinistra è inciso il nome del mercante Rufenus, che attesta la provenienza dei fusti delle colonne e dei capitelli da una unica scorta di un magazzino di marmi, datata al tardo II secolo. Le colonne, i capitelli e le basi appartengono a una partita omogenea, certamente costosa, e rivelano la volontà di disporre per l’edificio di un corredo architettonico di qualità, che lo distingueva tra gli altri per ricchezza di decorazione ed era espressione di particolare prestigio.

Oltre al mosaico che riporta le notizie della fondazione, la basilica conserva un elemento d’arredo unico: la porta lignea d’ingresso alla navata maggiore. Delle ventotto formelle lignee originali, dieci sono andate completamente perdute, e perciò non siamo in grado di conoscere gli episodi rappresentati. Dei rilievi conservati, scanditi da cornici di cipresso intagliate con motivi vegetali, alcuni presentano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, altri immagini simboliche. L’associazione di scene tratte da episodi biblici con immagini simboliche è in accordo con la decorazione figurativa degli edifici di culto del IV secolo, dove le immagini veterotestamentarie erano considerate prefigurazioni delle verità salvifiche rappresentate nelle scene del Nuovo Testamento, così come nelle omelie e negli scritti facevano i Padri della Chiesa, gli scrittori e poeti cristiani.

Le formelle della porta lignea di Santa Sabina sono disposte su quattro registri, ciascuno composto da quattro formelle. La prima formella in alto a sinistra contiene la prima rappresentazione in assoluto, in tutta l’iconografia cristiana, della Crocifissione. Non ritroviamo altre raffigurazioni della Crocifissione fino al Medioevo.

Come ogni titulus, anche Santa Sabina doveva essere dotata di un battistero, come ci tramanda la biografia del successore di papa Celestino I, il papa Sisto III (432-440), che provvide, appunto, alla sua costruzione; ma del fonte battesimale non si hanno a oggi tracce archeologiche evidenti.

Nel 1219, la basilica venne affidata da papa Onorio III a san Domenico di Guzmán. Alla presenza del Santo sono legate due leggende. La prima riguarda l’albero d’arancio che Domenico avrebbe portato dalla Spagna: da questa pianta sarebbero poi state colte cinque arance donate da santa Caterina da Siena a papa Urbano VI. La seconda si riferisce alla pietra nera, il famoso lapis diaboli, esposta in fondo al tempio su una colonnina tortile, che il diavolo avrebbe scagliato contro Domenico mentre pregava nella basilica, e che andò in frantumi.