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di Lorenzo Bianchi

Insieme a Giacomo il Minore, anche le reliquie di Filippo sono conservate nella basilica dei XII Apostoli

Filippo, il quinto nella lista degli apostoli, originario di Betsaida, probabilmente parlava il greco. È lui l’apostolo al quale si rivolge Gesù nel miracolo della prima moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6, 5-13) e questo episodio rimarrà la caratteristica iconografica (in alternanza alla croce, che indica la modalità del suo martirio) nelle rappresentazioni artistiche della sua figura.

La tradizione letteraria più sicura gli attribuisce l’evangelizzazione della Frigia (nell’attuale Turchia), mentre il Breviario Romano e alcuni martirologi vi aggiungono anche la Lidia (sempre in Turchia) e la Scizia, territorio vastissimo tra il Mar Nero e il Caspio. 

In Frigia visse gli ultimi anni della sua vita, a Ierapoli, dove ebbe la sepoltura. Ne è testimonianza precisa un passo di Policrate, vescovo di Efeso nella seconda metà del II secolo, che nella lettera al papa Vittore scrive: «Filippo, uno dei dodici apostoli, riposa a Hierapolis con due sue figlie che si serbarono vergini tutta la vita, mentre la terza, vissuta nello Spirito Santo, è sepolta a Efeso» (il passo è riportato da Eusebio, Storia ecclesiastica, III, 31, 3). A conforto di questa notizia, ci sono ora anche sicuri dati archeologici: la chiesa dedicata all’apostolo Filippo, menzionata da un’iscrizione dell’antica necropoli di Ierapoli, è stata identificata nel 2011. Si tratta di un edificio a tre navate con matronei, edificato nel V secolo, e ingloba una tomba romana del I secolo, con segni di straordinaria venerazione; essa è stata interpretata come la prima sepoltura dell’apostolo. Ulteriori ricerche hanno identificato un vano sottostante l’altare, con evidenti funzioni di reliquiario, dove appunto dovettero essere traslate, dalla loro originaria collocazione, le reliquie di Filippo. 

La morte di Filippo avvenne per martirio, al tempo dell’imperatore Domiziano (81-96), mediante la stessa pena che aveva subito, molti anni prima, Pietro, e cioè la crocifissione inverso capite (a testa in giù), in età sicuramente molto avanzata, che fonti più tarde fissano a ottantasette anni. Dal VI secolo appare come data del suo martirio, unitamente all’apostolo Giacomo il Minore, il giorno 1 maggio, ma si tratta in realtà del giorno della dedicazione della chiesa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo (successivamente denominata dei XII Apostoli) a Roma, di cui papa Pelagio I (556-561) avviò la costruzione in occasione della traslazione a Roma dei corpi di Filippo e Giacomo, o almeno di una significativa parte di questi, da Costantinopoli e che papa Giovanni III (561-574) completò forse con l’aiuto economico del viceré bizantino Narsete. Si deve dedurre dunque che vi fu una precedente traslazione delle reliquie di Filippo da Ierapoli a Costantinopoli, della quale però nessuna documentazione è rimasta. 

La tradizione della presenza di significative reliquie di Filippo a Roma venne confermata da una ricognizione avvenuta nel 1873. Fino a quella data si conservava nella basilica dei Santi Apostoli un reliquiario contenente, quasi intatto, il suo piede destro (e un altro reliquiario conteneva il femore di Giacomo il Minore), mentre i corpi dei due apostoli erano venerati sotto l’altare centrale. Nello scavare al disotto di questo, nel gennaio 1873, apparvero due lastre di marmo frigio, unite esattamente fra di loro, che portavano scolpita a rilievo una croce greca (con i bracci uguali), e sotto di esse, un loculo, nel quale era una cassetta con alcune ossa, la maggior parte delle quali nello stato di frammenti; e inoltre residui di tessuto che in seguito, analizzati, si rivelarono lana con una preziosa coloritura di porpora. 

Le analisi sui reperti vennero compiute a opera di una commissione scientifica (composta da Angelo Secchi, Giovanni Battista De Rossi e Pietro Ercole Visconti), e ne venne redatta e pubblicata una dettagliata relazione. Si poté constatare che le reliquie appartenevano a due distinti individui adulti di sesso maschile: a uno, di corporatura più gracile, identificato con Filippo, alcune ossa conservatesi integre e anche il piede conservato nel reliquiario; altri resti invece a un secondo, di corporatura più robusta, identificato con Giacomo il Minore. Il contesto archeologico rimandava senza dubbi al VI secolo, e dunque all’edificio costruito da Pelagio I e Giovanni III. Dalla ricognizione venne confermata quindi l’esattezza della notizia relativa alla traslazione del 560. 

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