«Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore» (Mt 2, 19-20).
di don Gabriele Vecchione
Giuseppe “considera”, si ferma, medita. Nessuna precipitazione, nessuna decisione presa per sentito dire, sulla base di un impulso affrettato o di una passione disordinata. Giuseppe è un maestro di vita spirituale. Sposo, non monaco, lo sappiamo bene; padre di famiglia, non anacoreta nel deserto.
Errore comune è pensare che la condizione di vita determini la qualità della vita spirituale. In confessionale ho conosciuto padri e madri di famiglia ben più avanti del sottoscritto nel cammino della vita spirituale. Non perché si è preti o consacrati, automaticamente si ha un vissuto spirituale più degno di nota. Il segreto sta nell’alzare la saracinesca della propria bottega o fare la spesa per la propria famiglia con lo stesso amore con cui un anacoreta medita la Sacra Scrittura nel nascondimento.
Giuseppe pondera, interroga Dio, si serve di tempi non accorciati per il discernimento. Si dice che la fretta è caratteristica tipica dell’azione di disturbo del “nemico”, perché costui sa di avere il tempo contato. Il piano di Dio invece si coglie nel silenzio, nella solitudine, nella noia della ripetizione: merce diventata rara nella nostra società velocissima e iperconnessa. I nostri ragazzi, e non solo loro ovviamente, scrollano vorticosamente reel e shorts e vedono in sequenza la distruzione di un ospedale a Gaza, la “battuta cinciallegra” di un comico, un balletto osé, il bombardamento di Kiev. C’è il rischio di non saper distinguere un’emozione dall’altra e di essere saccheggiati dalla superficialità, rapinati dal comfort. E così, quando arriva la tribolazione, non si hanno gli “arnesi” spirituali per farvi fronte. A quel punto, chi si rifugia nelle dipendenze, chi vuole scomparire non mangiando più, chi vuole affermare la sua presenza mediante istrionismi, chi vuole morire pur di non soffrire.
Il punto non sta nel placare il sintomo, ma nel conoscere il vuoto del cuore, la cui ignoranza rende estremamente fragili e in balia delle sollecitazioni che provengono dalla vita esteriore. Ma, se non si vive dentro, fuori ci si limiterà a sopravvivere.
Di cosa parliamo quando parliamo di vita interiore? Etty Hillesum (1914-1943), nel campo di smistamento di Westerbork in Olanda, notava l’atteggiamento di alcuni uomini che venivano prelevati per finire ad Auschwitz: «Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: “Me non mi prenderanno”».
Questa citazione ci dà modo di presentare l’antropologia tripartita che troviamo in un passaggio della Prima Lettera ai Tessalocinesi. Paolo scrive: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto ciò che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile fino alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo»
(1Ts 5, 23).
Siamo corpo, istinti, impulsi, fisiologia. Siamo ciò che si vede esteriormente. Nessun disprezzo del corpo è possibile nella fede cristiana, dal momento che il corpo è ciò che il Signore ha voluto prendere, e prendere per sempre (anche dopo la resurrezione). Ma non siamo solo corpo, e c’è un modo solamente corporeo di vivere il rapporto con Dio che viene assoggettato al soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie grossolanità.
Siamo un’anima, una psiche, memoria, intelletto, volontà, capacità di rientrare in sé stessi, relazioni, traumi, risorse. La psiche, esteriormente, da fuori, si vede di meno. Da dentro, conoscerla è abbastanza contro-intui-
tivo. Non siamo padroni a casa nostra, diceva Sigmund Freud parlando dell’inconscio. Ma non siamo solo corpo e psiche, e c’è un modo solamente psichico di vivere il rapporto con Dio, che viene assoggettato a gratificazione emotiva e spesso subordinato all’affievolirsi o meno della paura di soffrire.
Siamo spirito, quella parte remota del nostro cuore in cui alberga lo Spirito di Dio, da cui sale un grido, spesso sepolto da superficialità e da paure. Scrive san Paolo: «Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre! Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 8, 15-16). Lo Spirito parla soffusamente e dolcemente, senza strepitare, mediante ispirazioni e intuizioni, in maniera connaturale e al contempo straniera. Per lasciare che lo Spirito permei la psiche e il corpo ci vogliono umiltà, silenzio, solitudine.
Un parroco di 55 anni, di cui sono stato collaboratore, amava camminare in montagna. Poco tempo fa ha scoperto di avere un tumore metastatizzato e ora ha perso l’uso delle gambe. Molti seminaristi vanno a confessarsi e a confrontarsi con lui, perché vogliono ammirare la pace della sua anima, la gioia spirituale che risplende più chiara, ora, nella prova del corpo. Questo parroco, mentre abita su questa terra, ha già un’altra cittadinanza nel cielo (cfr. Fil 3, 20).
In genere si sta molto attenti che i figli possano competere a scuola, nello sport, nell’apprendimento di una lingua, nell’aspetto fisico. I genitori, generalmente, prodigano molte energie per questo, fanno campagne motivazionali, perché nella vita possano avere successo. Ma il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli è quello di farsi vedere inginocchiati, silenziosi, mentre li introducono nella costanza e nella ritmicità di una pratica spirituale.
Notava Viktor Frankl, in quel capolavoro che è Uno psicologo nel lager, che nel campo di sterminio sopravvivevano più facilmente uomini gracili, ma dotati di una ardente vita interiore, che uomini ben dotati fisicamente, ma privi di interiorità. Che san Giuseppe custodisca la vita di Cristo in noi.