Solo l’amore rende accettabile il sacrificio di sé, senza recriminazioni o rifiuti. Così ha fatto Giuseppe di Nazareth quando ha scoperto la gravidanza, per lui indecifrabile, di Maria
di don Gabriele Vecchione
«Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1, 18-19).
Come evitare i non-detti in un fidanzamento, in un matrimonio? Probabilmente non si possono evitare, se consideriamo che il poeta Rainer Maria Rilke ha scritto che un buon matrimonio è l’incontro tra due solitudini. Non si può togliere ogni attrito dalle relazioni. Se c’è stata una crisi dentro la Sacra Famiglia, figuriamoci dentro quelle meno sacre! Se il matrimonio fosse una simbiosi, si potrebbe evitare tutto questo. Ma il “noi” è un miracolo generato dall’incontro tra un io e un tu.
Giuseppe ha di fronte due scelte. Può ripudiare Maria ed esporla al rischio di una denuncia e di una condanna secondo la Legge mosaica: «Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l'uomo che è giaciuto con la donna e la donna»
(Dt 22, 22). Ma Giuseppe forse comincia a credere a Maria; egli sa che Dio può suscitare figli ad Abramo, aprire un mare, far tornare un popolo da una deportazione e, perché no?, generare un figlio da una vergine. Credere è sempre credere nell’impossibile. E in più Giuseppe è giusto, cioè cerca la ratio della norma e non si ferma alla formalità di un precetto. Per questo decide di assumersi egli stesso la responsabilità della gravidanza indebita. “Licenziarla in segreto”, cioè senza che nessuno lo sappia, consisterebbe nello sposarla e nell’andare comunque a vivere con lei. Assumersi anche il disonore, dunque! Amore e salvaguardia della propria reputazione non necessariamente vanno sempre d’accordo.
Cosa connota la virilità? Per molti giovani è l’affermazione di sé. E l’affermazione di sé significa ostentazione di forza, capacità di prevaricare, delirio di autonomia, misurazione delle proprie prestazioni, confronto con gli altri, saper mettere a tacere ogni alterità e ogni dissenso mediante il controllo. Questa viene oggi generalmente bollata come “sintomatologia del patriarcato”, e una virilità del genere è francamente inaccettabile.
Alcuni maschi hanno una cura ossessiva del proprio corpo. Assumono proteine in polvere, mangiano uova al mattino, spendono le loro migliori serate a pompare bicipiti, addominali, quadricipiti e a immortalare le loro schiene nello specchio delle palestre. Probabilmente, in questo modo, pensano di venire a capo della loro angosciante percezione di essere deboli. Questo vale per il corpo.
E per la psiche? Si può impostare tutta la propria mentalità cercando di non essere deboli. E allora, per esempio, si diventa resilienti e si calpestano i propri bisogni di fermarsi e di interrogarsi, oppure ci si inabissa col senso di colpa (che è un modo per recuperare il potere – almeno il potere di attribuirsi una colpa – di fronte a situazioni che ci fanno sentire completamente smarriti), oppure si cercano pedissequamente emergenze e conflitti per sentirsi utili (e magari indispensabili).
E infine per lo spirito. Mentre il Signore, a un certo punto della vita spirituale, dispone che passiamo per la notte oscura della fede, per imparare a confidare solo e soltanto in lui, e quindi riduce le nostre potenze a nulla, ci si può ossessionare, per esempio, con pratiche religiose o identificarci con appartenenze ecclesiastiche o con movimenti che organizzano eventi muscolari.
È retaggio di una vecchia retorica che i maschi non piangano, non chiedano aiuto se non in emergenza (e neanche in quei casi, talvolta), non manifestino emozioni, non si mostrino mai dubbiosi: sarebbero epifanie (femminili?) di debolezza. Il punto è che per affermare sé stessi occorre fare vittime. O altri o sé stessi, ma qualcuno bisogna vittimizzare. È la logica del “capro espiatorio”.
Giuseppe, no. Giuseppe usa la sua forza per proteggere chi in quel momento è indifeso. Questa è la sua virilità. Giuseppe medita di pagare per colpe che non ha. E lo farà, tant’è vero che quando andrà a Betlemme non troverà posto «per loro»
(Lc 2, 7). Non che a Betlemme ci fosse il sold out delle strutture alberghiere; è che loro due avevano il disonore addosso. Pagare per colpe che non si hanno perché qualcuno viva.
Ci si può chiedere: quando ciò è vangelo o quando è sintomo di masochismo? Questo nostro discorso può essere mal interpretato e usato per legittimare relazioni abusanti e tossiche. Allora quando il pagare per colpe che non si hanno è liberante e quando è, più semplicemente, un essere affezionati alle proprie fonti di malessere e di disprezzo di sé?
Ecco la risposta: quando è fatto nella libertà, per amore e con consapevolezza.
Giuseppe medita, sogna, ha vita interiore, ama quella donna, è un uomo che sceglie liberamente. Come Salvo D’Acquisto, come Massimiliano Kolbe, come Pino Puglisi, come Chiara Corbella, come chi quotidianamente fa fiorire altri e fa fiorire anche sé stesso.
Il mio amico Massimo mi ha raccontato il suicidio di sua moglie. Mi ha raccontato della depressione, dei mesi trascorsi accanto a lei, dell’aspettativa dal lavoro, delle visite psichiatriche. La conoscevo anch’io, era una moglie e una madre encomiabile di due adolescenti. Poi il buio. Tutto quello che prima spartiva con lei, ora lo fa lui da solo. Gli chiedo: «Se vent’anni fa avessi saputo che andava a finire così, lo avresti fatto?». Mi risponde di sì, senza esitazione. Nessuno ha la colpa di avere una malattia mentale, ma Massimo paga ogni giorno per colpe che non ha. La sua storia l’ha raccontata in un romanzo che si intitola Dall’altra parte della notte (Ignazio Pappalardo Editore, 2026). Una volta, tra il serio e il faceto, a una sua chiamata al telefono ho risposto: «Ciao, san Giuseppe».