Le icone del Pantocrator, della Odigitria e di san Giuseppe, “scritte” da Anna Rita Farolfi
di Attilio Gardini
Il termine “icona” deriva dal greco eikon, che significa immagine, e indica i dipinti su tavola di legno massiccio, realizzati con tecnica per lo più bizantina o russa, rappresentanti Cristo, la Vergine, i santi o scene della Sacra Scrittura. L’icona nasce come immagine cultuale, da porsi nelle chiese a sostegno della liturgia.
Su una tavola di legno si incolla una tela su cui si stende l’imprimitura (colla animale e gesso). Una volta levigato il tutto, si passa al disegno prima con colori scuri (ocra rossa e nero); successivamente si posa la foglia d’oro sulle zone prescelte (generalmente le aureole e il fondo, denominato così “luce”); quindi si può procedere alla stesura delle tinte, quelle di base fino alle rifiniture. In seguito si stende una mano protettiva di un preparato detto “olifa”, a base di olio di lino cotto con alcuni grammi di acetato di cobalto.
L’icona che rappresenta il Cristo è detta Pantocrator. Il primo significato di questo termine è “colui che regge l’universo”. Il vocabolo non indica solamente il Padre come creatore, ma anche il Figlio in quanto Logos che «era, in principio, presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste»
(Gv 1, 2-3). Il Logos poi «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), per cui possiamo attribuire il termine Pantocrator a Cristo, che è il Logos incarnato e la manifestazione visibile agli uomini. Nell’iconografia il Pantocrator con l'abbreviazione di ”Gesù Cristo“ in greco ha la destra benedicente, il Vangelo aperto oppure un libro chiuso. I colori delle sue vesti sono il rosso, segno della sua regalità, e il blu, segno della sua ineffabilità. L’aureola è sempre crucifera a ricordo dello strumento della nostra salvezza, e nei bracci della croce è iscritto un versetto dell’Apocalisse (1, 8) che significa: «Colui che è».
Non meno importante è conoscere l’immagine di Maria santissima. L’icona che rappresenta la Madre di Dio è definita “Odigitria”, dal greco hodos che significa via, strada, e hēgeomai che significa guidare, condurre. Infatti Maria santissima conduce al Figlio come unica via di salvezza per l’umanità. Sembra sia la più antica immagine della Madre di Dio, risalente addirittura all’evangelista Luca, quale primo modello da lui dipinto. La Madre di Dio e il Bambino sono rappresentati di fronte, rivolti verso l’orante. Questa immagine ieratica e maestosa sottolinea particolarmente la divinità del Figlio, che di solito è benedicente con la mano destra (nella nostra immagine afferra il lembo della veste della madre) mentre nella sinistra regge un cartiglio avvolto, simbolo del Vangelo. I colori invertiti nelle vesti, della Madre di Dio rispetto a Cristo, annunciano che la Theotokos creata a immagine di Dio (azzurro) è stata deificata (porpora) perché ha accettato il mistero della salvezza e ha accolto in sé il disegno di Dio.
Per quanto riguarda l’icona di san Giuseppe, questi è una figura centrale nella tradizione cristiana, rappresenta l’amore paterno e la dedizione alla famiglia e continua a essere un simbolo di fede e speranza per molti credenti. Nella sua vita è stato in ogni momento il custode del Figlio di Dio, lo sposo fedele della Vergine e maestro in tutto, percorrendo in modo perfetto la via della fede insieme con Maria. Non sorprende quindi che l’iconografo abbia utilizzato la struttura della medesima Odigitria, per insegnarci che anche san Giuseppe è colui che con la mano destra ci indica verso chi dirigersi: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).
I colori, sia dello sfondo che della figura, degradano dall’ocra al verde oliva spento passando per il bruno-rosato del mantello in una composizione armoniosa. Secondo la tradizione dei Vangeli apocrifi il giglio (oppure il nardo) indica come san Giuseppe fu prescelto da Dio in occasione del matrimonio con Maria. La figura del Gesù Bambino è chiamata Emmanuele in riferimento al versetto evangelico: «Sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi»
(Mt 1, 23). La sua veste è ricoperta di asist, colorazione che somiglia a una tela di raggi dorati che vengono da Dio. Sono ricoperti di asist i vestiti di Cristo nella culla, per esprimere il concetto del prologo giovanneo: «Venne nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9). E come Cristo, anche san Giuseppe ha i riflessi della luce divina in quanto partecipa alla santità di Dio e vive nel suo regno di luce infinita.
Suor Emmanuel Maillard, religiosa e scrittrice francese, ha affermato: «San Giuseppe è l’economo della provvidenza di Dio. San Giuseppe infatti è il padre che provvede come provvide per la Santa Famiglia. Quanti santi si sono affidati al grande Patriarca, chiedendo il dono della Provvidenza! Un piatto a tavola, un lavoro, qualche indumento per gli orfanelli ecc. Non esiste storia di un santo dove non ci sia anche la mano di san Giuseppe nel provvedere per i suoi devoti».
Colei che ha ”scritto“ – così si dice – le tre icone presentate è Anna Rita Farolfi, nata a Forlì (FC) nel 1947, dove vive, e ha insegnato Matematica negli istituti superiori. Dopo aver frequentato diversi corsi d’iconografia, gestiti da maestri nazionali e internazionali, ha ”scritto“ diverse icone, alcune delle quali si possono ammirare e pregare nelle chiese parrocchiali di Forlì.