I resti della mangiatoia di Betlemme sono conservati a Roma in Santa Maria Maggiore. È la “basilica del Natale” a motivo di queste reliquie, ma anche per il presepio di Arnolfo di Cambio
di Paolo Biondi
Cinque assicelle di legno conservate in un prezioso reliquario, individuate come legno di acero. Ma è un acero particolare: in Medio Oriente lo chiamano sicomoro. Conosciamo già questo particolare albero: il Vangelo racconta che fu su un sicomoro che un pubblicano di nome Zaccheo, uomo piccoletto quanto curioso, si arrampicò, proprio dove passava Gesù in mezzo a una folla che lo seguiva. Ma tutta quella gente non impedì a Gesù di notare quell’ometto, disposto a tutto pur di vederlo: lo chiamò e gli disse che sarebbe andato a trovarlo nella sua casa.
Per vedere Gesù, Zaccheo era salito in alto su una pianta; invece a Betlemme i pastori si sono chinati fino a terra per vedere Gesù, appena nato, deposto in una mangiatoia fatta di sicomoro. Ed eccola la mangiatoia, o meglio, le cinque assicelle che restano di quella mangiatoia, che fu giaciglio del Salvatore. Cinque pezzi di legno, preziosissimi, per i quali il Valadier, agli inizi dell’Ottocento, costruì un reliquario in cristallo e argento perché i pellegrini potessero meglio vederli, sotto l’altare di Santa Maria Maggiore, la quarta delle basiliche patriarcali di Roma (dopo il Laterano, San Pietro e San Paolo).
Ora sono qui, davanti a noi, questi cinque legni, e possiamo vederli nitidi dietro i vetri trasparenti, testimoni dell’amore del Salvatore. Sono sull’Esquilino, il colle sul quale è stata edificata agli inizi del quinto secolo Santa Maria Maggiore, sul luogo di una prodigiosa nevicata inopinatamente avvenuta il 5 di agosto, in piena estate, perché non ci fossero dubbi sull’eccezionalità dell’accaduto.
Poco lontana da lì, un’altra chiesa me-
ta di pellegrinaggi, Santa Croce in Gerusalemme, racchiude altri legni santi, quelli della croce. Da legno a legno corre la storia della salvezza. Le assi della croce giunsero a Roma verso il 328, portate dalla madre dell’imperatore Costantino, sant’Elena, che in Palestina era andata proprio per cercarle.
Invece per venerare le cinque assicelle della mangiatoia, i romani dovettero aspettare altri trecento anni. Queste reliquie viaggiarono da oriente a occidente, legate alle vicende di papa Teodoro I. Questi era nato a Gerusalemme ed era giunto a Roma profugo, in fuga dalle invasioni di arabi e persiani. Eletto papa, dovette far fronte a una serie di dispute teologiche e combattere gli eretici. Furono lotte che ebbero come protagonisti, oltre al vescovo di Roma, anche il patriarca di Costantinopoli, quello di Gerusalemme e alcuni vescovi del Medio Oriente. Nel quadro di questi incontri e scontri, il patriarca di Gerusalemme san Sofronio fece dono a papa Teodoro delle cinque assicelle che fino ad allora erano state venerate nei pressi di Betlemme. Dal 644 le reliquie della mangiatoia vennero dunque collocate a Santa Maria Maggiore, poco prima della morte del papa palestinese.
La basilica era stata fatta costruire da papa Sisto III nel 432, subito dopo che il Concilio di Efeso aveva ribadito per la Madonna il titolo di Madre di Dio. Per onorare ulteriormente la Madre del Signore, in quella basilica Sisto III volle anche l’Oratorio del Presepe, ricostruzione della grotta dove Maria aveva partorito, fatta utilizzando pietre provenienti da Betlemme.
La Chiesa di Roma, dal 25 dicembre del 326, aveva iniziato a celebrare il Natale, perché in quella data papa Silvestro I aveva inaugurato la cappella palatina che Anastasia, sorellastra di Costantino il Grande, aveva voluto nella Domus Augustana, sul Palatino. Ma fu in Santa Maria Maggiore che si stabilì un’altra tradizione da parte del papa, quella di celebrare tre messe a Natale: una prima a Santa Maria Maggiore, una seconda presso il titulus di Anastasia e la terza infine a San Pietro, tradizione che si mantenne fino all’XI-XII secolo quando andò persa.
Ma i “primati” della Basilica li-
beriana non finiscono qui. Sul finire del Duecento, esattamente nel 1289, il primo papa francescano, Niccolò IV, ad appena settanta anni dal presepio vivente di Greccio, voluto da san Francesco, pensò bene di commissionare al più importante scultore di quegli anni, Arnolfo di Cambio, un presepio scolpito nella pietra e di collocarlo appunto in quella che era già considerata la basilica del Presepe e la chiesa del Natale. A Roma lo scultore toscano aveva già dato prova del suo valore: nella Basilica di San Pietro faceva bella mostra di sé un bronzeo San Pietro, assiso in cattedra, oggi collocato nell’ultimo pilastro della navata centrale della Basilica vaticana, sulla destra. Con il presepio di Santa Maria Maggiore Arnolfo imponeva saldamente la sua arte al centro della cristianità.
Del suo presepio non restano che le cinque figure fondamentali: la prima raffigura san Giuseppe, già vecchio come l’iconografia imponeva; la seconda, un unico blocco con due dei re magi, in piedi e con in mano i loro doni; una terza con l’unico re magio rimasto, in ginocchio; la quarta con le teste affiancate dell’asino e del bue; la quinta raffigura la Vergine Maria seduta su una pietra e con il Bambino, bello e vispo, in braccio. Quest’ultima statua è un po’ più grande delle altre, superando il metro; dimensioni e fattura hanno sollevato più d’un dubbio sulla paternità di Arnolfo, per il fatto che mostra perlomeno ritocchi cinquecenteschi.
Presepio di Arnolfo e reliquie della mangiatoia fanno sì che Santa Maria Maggiore abbia un’altra unicità: è la sola chiesa romana che a Natale non fa un presepio. Non ne ha bisogno: è il luogo per antonomasia del Natale tutto l’anno.