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Un gioioso ben trovati a tutti gli affezionati ascoltatori di Radio Mater. 

La  Provvidenza ha voluto che il nostro incontro mensile fosse anticipato di mezz’ora sull’orario consueto.  È auspicabile che questo anticipo  permetta agli ascoltatori e,  soprattutto, alle ascoltatrici di essere più disponibili all’ascolto e quindi a far fiorire sentimenti nobili di comunione con la trinità terrestre rappresentata dalla famiglia di Nazareth che ha iniziato a essere la prima basilica, la casa di Gesù il Figlio di Dio. 

Oggi siamo alla vigilia del compleanno della Madonna, il duomo di Milano con tutte le sue guglie si veste della festa per onorare Maria Bambina.

Questa sera il cuore di Firenze, dalla piazza ss. Annunziata a tutta via dei Servi sino al  duomo si riveste di luce per la festa delle rificolona. Canti luce folclore animano le vie del centro e anche molte parrocchie della periferia. È la festa dei ragazzi che portano in giro dei lampioncini di carta colorata modellata con forme bizzarre.  È una festa molto sentita ancora oggi, forse più per l’aspetto folcloristico che per l’aspetto religioso che comunque rimano l’anima della festa in onore della Mamma di Gesù e la sposa di san Giuseppe.

Da una festa di oggi e di domani, passiamo ad ieri. 

Domenica scorsa abbiamo vissuto una giornata meravigliosa per  la glorificazione di Madre Teresa.  Questa minuta e fragile donna è stata collocare sul candelabro della Chiesa come testimone e  una sorgente di luce, una luce alimentata dal patrimonio della preghiera e delle opere di carità  che hanno generato luce e calore avvolgendo di calore materno le membra infreddolite del prossimo.  

Sul volto scarno e rugoso di Madre Teresa traspariva un’immagine di santità che affascinava; quelle rughe rappresentavano i solchi di una umanità sofferente e condivisa. 

Madre Teresa per illustrare la sorgente delle sua santità ha usato una stupenda immagine: essere nelle mani di Dio una «matita» con la quale Gesù scriveva una storia di carità verso i più abbondonati, verso gli scarti delle periferie delle città.  

Lei diceva e ne era profondamente convinta  che «senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri», infatti per stare sulla frontiera con i poveri e al loro servizio è necessario essere costantemente in contatto con Dio.  

Il cardinal Angelo Comastri, che, appena prete, ha conosciuto madre Teresa, quando ancora non era famosa, ma una donna attenta ai bisogni dei poveri, ha raccontato che avendo saputo che la Madre era a Roma, ha desiderato incontrarla, affinché gli potesse offrire una luce programmatica per la sua vita sacerdotale.   

La prima domanda che madre Teresa  gli rivolse fu quanto tempo lui, giovane prete, dedicasse alla preghiera. Don Angelo rispose che recitava il breviario con i salmi, diceva il rosario, insomma adempiva a tutti gli obblighi di preghiera per tutti i sacerdoti.

La Madre gli rispose che le sole preghiere d’obbligo non era sufficienti per una vita pastorale feconda.  Ci voleva qualcosa di più;  pregare per amore e donare a Dio del tempo in cui lo si potesse ascoltare,  raccontandogli i nostri bisogni, sottoporre le iniziative: investire il futuro di Dio. 

Possiamo davvero affermare che Madre Teresa aveva le mani profumate di amore verso i poveri perché il suo agire era il riflesso di una radicale spiritualità che traspariva all’esterno.

Da queste mani profumate di carità, ascoltiamo un brano di musica d’organo.

Il santi sono la cattedra privilegiata dell’amore espresso in molteplici forme e noi discepoli di queste guide spirituali.

Questa sera vorremmo ripetere le stesse parole che un giorno il beato Paolo VI, papa Montini, disse a madre Teresa: « Madre, alla scuola della sua carità io sono un suo umile discepolo». 

Questo concetto l’ha ricordato in modo esplicito anche il papa nell’omelia della messa domenica scorsa, quando ha detto che il nostro agire è la manifestazione di quanto abbiamo imparato di importante e lo  portiamo nel cuore.

 Qualche volta solo a parole  sappiamo che la preghiera è l’unica sorgente di una  vita autentica.  

Il papa domenica ha detto testualmente: «Siamo chiamati a tradurre in concreto ciò che invochiamo nella preghiera e professiamo nella fede. Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio (cfr 1 Gv 3,16-18; Gc 2,14-18). La vita cristiana, tuttavia, non è un semplice aiuto che viene fornito nel momento del bisogno. Se fosse così sarebbe certo un bel sentimento di umana solidarietà che suscita un beneficio immediato, ma sarebbe sterile perché senza radici. L’impegno che il Signore chiede, al contrario, è quello di una vocazione alla carità con la quale ogni discepolo di Cristo mette al suo servizio la propria vita, per crescere ogni giorno nell’amore».

La chiesa presenta al popolo di Dio i sanati come dei testimoni, delle persone che sono riuscite a trafficare i talenti che Dio ha donato  da gestire nella loro vita.

La vita dei santi è una tavolozza di colori con cui Dio ha creato un capolavoro e noi discepoli delle Spirito santo siamo illuminati a scoprire le bellezze di questi colori per farli risplendere nella nostra vita cristiana.  È  quindi necessario che impariamo  a conoscere la trama dei sentimenti che hanno intessuto lo splendore della santità.

Un breve stacco musicale come un vento di armonia che suscita sentimenti di nostalgia per la santità. 

Un altro sacerdote  dell’Albania che ha ben conosciuto Madre Teresa  ha raccontato che  questa donna straordinaria «è uno stupendo esempio di come, con la forza della fede e l’ispirazione dell’amore, si possa andare avanti anche nelle situazioni più difficili». 

Per Madre Teresa credere non sempre è stata un’oasi tranquilla. Credere nella sua vita ha significato: “cercare”. 

Ha cercato costantemente: dalla prima chiamata quand’era adolescente fino all’età di diciotto. Poi ha continuato a cercarlo per diciotto anni come religiosa della congregazione  delle suore di Loreto. In quegli anni ha assorbito il fascino della famiglia di Nazareth. Ha approfondito i sentimenti, la sublimità dei rapporti tra Giuseppe e Gesù e Gesù con la mamma, Maria. Nella cornice di quella spiritualità familiare e ha imparato a cercare Dio nel prossimo: «Ha cercato costantemente il Signore nel prossimo e il prossimo nel Signore». Per lei “credere” significava cercare: una ricerca su tutte le dimensioni. Infatti, lei non ha cercato Gesù, il figlio di Dio, solo nell’Eucaristia.  

Testimonia questo prete albanese: «Lei stessa mi diceva: “Sarebbe troppo poco per noi cristiani riconoscere e amare Gesù nell’Eucaristia”. Invece dall’Eucaristia si deve passare al tavolo dell’essere umano, dove è ospite anche lebbroso e il moribondo».

La speranza per Madre Teresa non era una parola vuota: sperare per lei significava dare senso e significato alla sofferenza, alla Croce, a tutti coloro che vivevano senza nessuna speranza.

Lei è riuscita ad entrare nel buio di tutto quello che era l’assurdità di non avere alcun diritto, tranne quello di soffrire e morire senza nessuna dignità. Madre Teresa diceva dei suoi poveri che riusciva ad accompagnarli alla fine delle vita: «Sono vissuti come animali, ma muoiono come angeli recuperando in extremis la dignità e il sorriso».

Ora colui che vi parla, in qualità di segretario generale della Primaria Pia Unione del transito di san Giuseppe, mi sento coinvolto in prima persona nell’impegno di essere  affettivamente accanto ai morenti e anche a sollecitare con la pubblicazione della nostra rivista di San Giuseppe, con il sito della nostra Piaunionedeltransito.org  i nostri associati a stare accanto ai morenti almeno con la preghiera, affinché nessuno muoia solo, ma tutti, in qualsiasi punto del pianeta, siano accompagnati dal calore della nostra preghiera solidale e con l’aiuto di san Giuseppe che li tenendoli per mano accompagni questi nostri fratelli e sorelle nell’attraversamento del guado verso le soglie dell’eternità.

In questa nostra missione di solidarietà verso i morenti, oltre ad aiutarli con la preghiera, tentiamo di  insegnare, per quanto ci è possibile, anche l’arte di accompagnare alle soglie della vita terrena questi fratelli e tentare anche di elaborare il lutto che ogni perdita umane lascia nell’anima.  Quotidianamente simo vigili nella preghiera e impegnati nella solidarietà per i morenti con la preghiera che recitiamo più volte al giorno. La preghiera è  come un vento caldo di affetto che aiuta ad attraversare questo singolare e  difficile passaggio. 

Madre Teresa confidava tanto nella preghiera. La preghiera era il respiro della sua vita di carità verso Dio e verso il prossimo.

Più volte al giorno gli iscritti alla Pia Unione  di an Giuseppe pregano il papà terreno di Gesù con questa preghiera: «O san Giuseppe, padre putativo di Gesù e vero sposa di Maria Vergine, prega per noi e per gli agonizzanti di questo giorno, o di questa notte».  Questa preghiera incessantemente da ogni parte del terra sale verso l’intercessione di san Giuseppe patrono dei morenti.

  La preghiera delle anime generose  scalda il gelo del cuore di tante persone e si fa rugiada e medicina nelle stagioni fredde e di aridità dell’anima.

Nella vita di santa Teresa  non sempre tutto è stato facile e spontaneo: la comunione con Dio, come abbiamo detto pocanzi, era frutto di una costante ricerca.

Lei diceva di essere una matita nella mani di Dio, ma qualche volta sentiva questa matita spuntata, non c’era una scrittura scorrevole e lei si lamentava e sfidava Dio e gli diceva: «So che mi vuoi bene, ma non mi dai più un minimo segnale».

Madre Teresa era una donna molto riservata soprattutto nel manifestare i sentimenti, ma a questo sacerdote vicario generale della sua diocesi in Albania, gli ha raccontato come Dio agiva con lei e gli ha raccontato questo modo di agire con queste parole: «Come il gioco della mamma con il figlio o la figlia: la mamma si nasconde; allora il figlio comincia a cercarla. Ad un certo punto cresce sempre più l’ansia; alla fine comincia a chiamarla: “Mamma! Mamma, dove sei?”, e poi esplode nel pianto perché non la trova. Allora la madre riappare e gli dice: “Ma figlio mio, eccomi, sono qui!”. “Così ha fatto Gesù per diversi anni; con me ha fatto questo gioco. E alla fine è Lui che mi ha detto: “Ma, Teresa, sai che siamo sempre insieme”». 

Nel suo rapporto,   straordinariamente filiale,  ha dimostrato la fedeltà anche nel silenzio, nell’oscurità e nelle situazioni dove non aveva una risposta. Lei si confidava con Gesù dicendogli: “Per te Gesù, e con te Gesù”. Tutto per Gesù e tutto con Gesù.

«Mi ricordo - ha raccontato ancora questo sacerdote albanese - che dopo aver fatto una lunga adorazione, vedendomi perplesso sulla situazione, mi prese per mano e alla fine mi disse: “Adesso andiamo a trovare i poveri”. Al ritorno, mi fece tornare nella cappella e adorammo insieme Gesù. Poi mi guardò con due occhi che sembravano due fari scrutatori e mi disse: “Ti piace il Gesù del nostro quartiere?”.  Perché tutte le persone che lei salutava, accarezzava, e alle quali dava una mano e soprattutto una risposta, erano Gesù, riconosciuto e amato: non solo nell’Eucaristia, ma nella sembianze dell’essere umano molto sofferente».

Una pausa musicale.

In questo silenzio di parole con l’armonia della musica facciamo fiorire i nostri sentimenti di confidenza e di fiducia nei confronti di Gesù.

In occasione del conferimento del Primio Nobel per la pace ad Oslo, era  il 10 dicembre 1979, in quell’assemblea formata dai potenti della terra, nel saluto e nella presentazione,  madre Teresa è stata presentata come «una donna potente». Nel rispondere al saluto la Madre con la corona del rosario tra le dita disse: «Io sono soltanto una donna che prega». In quella circostanza ad Oslo la sua maggior preoccupazione era quella di far prendere coscienza ai cristiani dell’Occidente  che era necessaria la condivisione delle ricchezza e, a pari passo, ravvivare la fede in Dio, visitando concretamente e di persona i poveri , piuttosto che preoccuparsi per raccogliere soldi.  

L’elemosina  potrebbe  diventare un alibi per sentirsi tranquilli, alleggerendo la coscienza nell’ aver compiuto un dovere; invece, per Madre Teresa, era necessario un coinvolgimento con la vita dei poveri.

Papa Francesco dice che dobbiamo toccare la carne dei poveri come fosse la carne di Cristo.

Più di trent’anni fa ho avuto la grazia di conoscere madre Teresa; fu quando il compianto cardinal Benelli l’ha invitata ad aprire un centro di carità nella città di Firenze.

  Era arrivata a Firenze verso sera. Fu accompagnata nella sede destinata a questo spazio della carità.  Ci fu la festa, i discorsi, rinfreschi, ad un certo punto, madre Teresa si presentò al cardinal Benelli  e gli chiese la licenza perché desiderava  ritirarsi con le sue suore a pregare. 

Per un giorno intero sono stato accanto a lei, come punto di riferimento per i suoi spostamenti e come assistente al suo fianco per la conferenza stampa con i giornalisti dei giornali fiorentini.  

 Il suo volto solcato dalle rughe, era un’immagine luminosa delle molteplici sofferenze dell’umanità.  

Era un volto illuminato dalla gratitudine  dalla fiducia in Dio, padre buono e misericordioso.

Allora anche noi immagazziniamo questo riflesso di luce e ci tuffiamo nel mare di luce delle preghiera per cavalcare l’onda vincente che ci porta sempre di più vicino al mondo dei sentimenti di san Giuseppe il padre e il custode attento e generoso di Gesù.

«O Dio nostro Padre, autore della vita e della gioia di vivere, io credo alla luce della tua parola che fa sempre primavera a chi è unito a te. Dammi la forza di volontà di confermarmi a te in modo da darmi anna alla vita. Ti chiedo con fede di non invecchiare bene, ma di non invecchiare nello spirito perché rimanendo giovani perché rimanere con il cuore giovane che ci si identifica come fedeltà al dono della vita che viene da te, fonte di perenne giovinezza, rilanciata ogni giorno per gustare sapori e luci diverse».

In questi giorni si sono intrecciati tante parole soprattutto su Madre Teresa, ma il 1° settembre in unione con la Chiesa ortodossa per il secondo anno, si è pregato e parlato di ecologia come impegno per la custodia del creato.  Il papa ha aggiunto un’ottava opera di misericordia con l’invito a rispettare il creato. 

In questi giorni, in cui la santità è stata ospitata sulle prime pagine dei giornali, mi è passata più volte nella mente l’immagine della biblica sentinella.

Leggendo la Bibbia è frequente incontrare la figura della sentinella che veglia sulla città e la custodisca dai pericoli. 

Il profeta Isaia fa chiedere: «Sentinella, a che punto è la notte?». È un ritornello che attraversa i versetti dei salmi, ma anche la nostra vita. Quante volte anche noi domandiamo: quanto tempo manca affinché possiamo vedere con trasparenza i fram­menti di luce che hanno guidato i passi nell’edificare la civiltà dell’amore?

Dio nella sua grande bontà fa nascere nella Chiesa, in tempi diversi, delle sentinelle che sono  i santi collocati sulla arterie decisionali delle nostre vite, solo lì come custodi di persone in cammino verso un traguardo eterno dove ognuno svolge una mansione per il bene comune.

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