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Domani e dopodomani in occasione della solennità del sacro Cuore di Gesù  papa Francesco chiama a Roma i sacerdoti per il loro giubileo della misericordia. 

Il sacerdote è un uomo che invoca misericordia e che dona misericordia.

Un uomo che conosce, e vive nella sua pelle, le fragilità della condizione umana nel comprendere le cadute nei crepacci del male e saper consolare e affidare a Dio i frammenti di bontà che ognuno porta nel cuore.  

 Diceva san Tommaso d’Aquino che il bene può esistere senza i morsi del male, ma il male non può esistere senza dei frammenti di bene che la grazia potenzia e sviluppo in senso positivo.

 La natura umana se non si lascia imbrigliare nelle sottili reti del compromesso istintivamente è portata verso la luce, la bellezza, la bontà  a seminare e coltivare i semi della gioia di vivere. 

 Abitualmente il popolo cristiano chiama i sacerdoti con il nome di «padre». Il prete per la sua consacrazione esprime qualcosa di profondamente radicato nella propria vocazione: Lo Spirito santo invocato sulla vita del sacerdote dal vescovo è una pioggia di grazie che scendono dal  cuore stesso di Gesù in modo che il prete (che significa anziano) possa essere una persona matura, adulta se non per età almeno per saggezza evangelica che cammina  a fianco ad altri uomini e donne per aiutarli a crescere in santità e in sana umanità nella spirito di essere cirenei della gioia.

 La casetta di Nazareth è stato il modello di un perfetto seminario in cui  Giuseppe ha educato Gesù nella sua crescita umana e spirituale.

Infatti dice l’evangelo che Gesù, adolescente, dopo l’esperienza del colloquio prolungato con i dottori della legge a Gerusalemme, è ornato a Nazareth dove ha potuto crescere «in età, sapienza e grazia». I tre pilastri di un’armoniosa crescita umana. La crescita in età è un fatto biologico, ma la sapienza e la grazia sono doni accolti e coltivati responsabilmente. 

La casetta di Nazareth era popolata dalla voce, dal riso e dal gioco di Gesù e anche dalla presenza operosa e amorevole di Maria e Giuseppe.  

 Quella casa era il nuovo tempio della presenza di Dio tra gli uomini.

Il primo rettore di quell’ esemplare “seminario” fu proprio san Giuseppe che è stato accanto a Gesù come l’ombra del Padre. 

Dio-Padre, il creatore del cielo e della terra, ha affidato  al “giusto” Giuseppe  il suo patrimonio più grande, la vita terrena di Gesù. 

Ha affidato suo figlio alla scuola di umanità di un galantuomo di cui si è fidato con grande confidenza. 

Il caso di Giuseppe è un fatto eccezionale per il ruolo affidatogli dalla Provvidenza, tuttavia dobbiamo notare che questa singolare paternità verso un figlio, pur singolare come fu Gesù, rispecchia e riflette luce sulla responsabilità educativa di ogni genitore.  

Dietrich Bonhoeffer diceva che  «Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i bambini».  Disattendere le aspettative dei figli è come crocefiggere un’esistenza, rubargli l’anima. Spegnere la luce sul futuro.

San Giuseppe ha svolto la sua mansione di padre con tutto l’affetto e il dovere di un padre e anche per noi oggi non è solo una statuina necessaria per il presepio, ma continua a rimanere una sorgente di ispirazione di un sistema pedagogico senza tempo. 

 Papa Francesco paragona sia la famiglia di Nazareth come le nostre sane famiglie ad un candelabro acceso per illuminare i sentieri dell’esistenza.

Sulla scenario della vita familiare, alla luce di questo candelabro, come scriveva il poeta Leopardi: «I fanciulli trovano tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto». 

 La fantasia di un bambino abita negli occhi invisibili di un aquilone che fa veleggiare nell’azzurro del suo cielo. 

 Fantasia, cuore ed entusiasmo sono i fili che gli permettono di esplorare, interpretare e ridurre a realtà sorridente i sogni. 

Per essere un buon educatore il genitore deve saper leggere la vita con gli occhi di un bambino, ma con la saggezza nel cuore di persona adulta illuminata e sostenuta dalla speranza.  

Deve essere capace di aggrapparsi al filo dell’aquilone che volteggia nel cielo e nei sogni di suo figlio e costruire pezzo per pezzo il suo futuro.  

Non dimentichiamo che «Il bambino è padre dell’uomo», infatti la sua presenza stimola, sollecita e fa uscir fuori le qualità belle che ogni genitore conserva nel cuore. 

Tutti dobbiamo trovare voglia, spazio e tempo che ci permettono di affacciarci sul panorama delle vita e riscoprire quel bambino che è dentro di noi che ci aiuta a contemplare orizzonti costantemente nuovi.

 Mi piace leggere la vita dei bambini e del bambino che è in noi con gli occhi stessi di Dio che ama i bambini e ci suggerisce e desidera che rassomigliamo a loro.

«Dall’eternità ho stabilito che nel mio regno ci debbano essere solo bambini

 

In una trasmissione televisiva su TV 2000, la giornalista Monica Mondo ha intervistato Corrado Augias, il quale si è dichiarato ateo. Nei suoi servizi giornalistici sui giornale o in TV è abitualmente acido nei confronti della Chiesa, ma affascinato dalla figura di Gesù soprattutto per la pagine delle beatitudini. 

Alla domanda se avesse la possibilità di entrare in questa storia raccontata dai vangeli quel è il personaggio che vorrebbe essere, senza esitazione Corrado Augias risponde: «Giuseppe. Mi piacerebbe essere stato san Giuseppe, dargli una voce, perché Giuseppe è una figura sbiadita nei vangeli, quasi inutile, si potrebbe dire, invece potrebbe essere grandiosa. Raccontare un padre, un padre tormentato  dal dubbio perché il sogno che ha avuto non era un sogno da niente. È un sogno da turbare tutta la vita. Poi è tuo figlio, anche se adottivo, secondo la fede cattolica, ma sempre un figlio he  vedi crescere così bello, geniale,  acceso da ideali forti e poi va incontro alla morte e lo vedi processato e condannato a quel modo…  La tragedia di Giuseppe è una cosa che sento molto vicino».

Mi pare che si possa aggiungere che la figura paterna di Giuseppe sia molto attuale per affrontare con coraggio le sfide educative per i papà di oggi.

Nell’Esortazione apostolica sulla famiglia papa Francesco testualmente afferma che «La famiglia è la prima scuola dei valori umani, dove si impara il buon uso della libertà. Ci sono inclinazioni maturate nell’infanzia che impregnano il profondo di una persona e permangono per tutta la vita come un’emozione favorevole nei confronti di un valore o come un rifiuto spontaneo di determinati comportamenti. Molte persone agiscono per tutta la vita in una certa maniera perché considerano valido quel modo di agire che hanno assimilato dall’infanzia, come per osmosi». 

Ricordo di aver letto un’espressione attribuita a Napoleone Bonaparte il quale diceva che «L’educazione del bambino inizia nove mei prima che nasca». Prima di Napoleone, sant’Agostino diceva che le madri che portano nel grembo il proprio figlio «cooperano al parto santo», cioè fanno vivere quella dimensione di serenità  e di gioia che la fede comporta come caratteristica.

 Un ricordo significativo che mette in luce il candelabro della famiglia di Nazareth e che si fa costante modello di vita. 

Alcuni giorni prima della conferenza stampa di prestazione dell’Esortazione sull’amore nella famiglia, il cardinale di Vienna Schonborn che è stato protagonista attivo nel sinodo dei vescovi, appunto sulla famiglia, essendo qui a Roma, ha desiderato celebrare la solennità dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla vergine Maria, nella nostra basilica di san Giuseppe al Trionfale. Nell’omelia, trattandosi dell’incontro del Dio della Vita con una creatura umana, Maria, e innestare così le particelle divine nella carne umana, il cardinale ci ha invitati a riflettere sulla creazione individuale della nostra anima proprio nel momento del concepimento nel grembo di nostra madre.

Dio ci pensa in modo singolare e segue le nostre vicende umane in un contesto comunitario e la famiglia, nella quale nasciamo, diventa la prima palestra per imparare a ben vivere la relazione con il prossimo. 

Nel giorno della presentazione dell’Esortazione  Amoris Laetitia nella Sala stampa vaticana, il cardinale Schonborn ha detto testualmente: «Trovo che sia molto illuminante collegare il pensiero dell’educazione con quello che riguarda la pastorale della Chiesa, perché, da sempre, la Chiesa è «madre e maestra».  La chiesa come ogni mamma vive in contemporanea questa duplice dimensione di “madre e di maestra” perché tutto ciò che si svolge nella vita familiare è vissuto in un contesto educativo. Parole e fatti, progetti e lavoro sogni e realtà esprimono sempre un animo materno che dona una vita buona, sana, giusta, leale, onesta. 

I genitori nelle mani di Dio sono strumenti per la maturazione e lo sviluppo delle qualità umane e cristiane presenti nei figli.

 A questo riguardo Papa Francesco scende al pratico e nell’Esortazione  Amoris Leatitia  scrive testualmente: «è bello quando le mamme insegnano ai figli più piccoli a mandare un bacio a Gesù alla Vergine. Quanta tenerezza c’è in quel gesto. In quel momento – continua papa Francesco – il cuore dei bambini si trasforma in uno spazio di preghiera».

  Educare è costruire insieme la strada della vita è voglia di camminare insieme, non lasciarci prendere dall’abitudine per evitare di privare l’anima le cose importanti.

Il poeta Tagore  ci aiuta e ci accompagna con la sua parola quando ci invita a perseverare nel cammino perché non siamo mai soli a costruire la cattedrale di una vita umana:

Sono un camminatore. Nessuno mi fermerà: illusione sono le gioie e i dolori. Senza casa sempre camminerò; la zavorra che mi trae in basso cadrà dispersa a terra.

Sono un camminatore. Per la strada canto a piena voce, a cuore aperto, libero dalle catene dei desideri; attraverso il bene e il male camminerò tra gli uomini.

Sono un camminatore. Svanirà ogni fatica. Un canto sconosciuto dal cielo lontano mi chiama; una soave voce di flauto mattina e sera incanta l’anima.

Sono un camminatore. Un mattino sono uscito, a notte ancora, ancor prima del canto degli uccelli: sopra l’oscurità, immobile vegliava una pupilla.

Sono un camminatore. Una sera arriverò dove brillano nuove stelle, dove olezza un nuovo profumo; dove due occhi sempre mi guardano dolcemente.

 Parlando di un camminatore  troviamo anche Giacobbe pellegrino nella terra di Israele, in una sosta nel deserto ebbe un sogno e «vide una scala che poggiava sulla terra e la cima raggiungeva il cielo e degli angeli salivano e scendevano dal cielo». Un letterato vedendo quel volteggiare di angeli ha scritto che «Il canto è la scala di Giacobbe che gli angeli hanno dimenticato sulla terra». 

 Sognando il futuro dei figli, dei nipoti e delle nuove generazioni lasciamoci accarezzare con il canto, sino a quando siamo in tempo perché ha scritto un santo dell’antichità che  se gli uomini commetteranno delle ingiustizie, la pena sarà che «Dio ci lascerà senza musica».

Accanto alla tenerezza materna c’è anche l’autorevolezza del padre al quale non è riservata, come spesso capita, la parte severa dell’educazione, ma il compito di una crescita del figlio in modo responsabile. 

 Don Guanella nella sua pedagogia ci ha lasciato il monito di far passare l’educazione attraverso il cuore, perché non esiste la pedagogia mortificante del no, ma il metodo preventivo anche nella pedagogia familiare  si regge  sull’esercizio costante di tre verbi: «accompagnare, discernere e integrare la fragilità». 

Anche quando siamo costretti a usare il no, la proibizione dev’essere sempre in funzione di una attesa di un sì.

 Dobbiamo essere convinti che occorrono anche dei no e che le proibizioni per gli aspetti negativi devono servire a non trasformare la vita in morte.

Le mortificazioni avvelenano la gioia del vivere.

La vita cammina e si matura non in forza di no continuati, ma mediate la gradualità di molti “sì”.  Oggi c’è la tendenza a non dire mai dei no.

 Qualche anno fa circolava lo slogan che diceva: «proibito proibire». 

Un fiume,  simbolo della fecondità quando è primo di sponde, di argini che lo limitano nella sua discesa verso valle, è destinato a ridurre un fertile campo in un acquitrino infecondo.

Nelle nostre famiglie  da parecchio tempo si preferisce pronunciare né dei no né dei sì, ma dei “ni” che sono dei sì o dei no ambigui, per cui i ragazzi fanno come vogliono senza riferimenti precisi.

 Ogni gioco ha le sue regole, soprattutto nel grande stadio del gioco delle vita le regoli sono indispensabili per questo è necessario invocare l’aiuto dello Spirito Santo che assista.

Ora preghiamo per tutti i genitori e per chi ha dei compiti educativi come missione nella vita.

 

Preghiera dell’Educatore

Signore, tu sei la giovinezza dell'umanità perché Tu sei l'amore vero,
il Dono senza interessi,
l'Altruismo libero e liberante.
Aiutami a trasmettere la Tua giovinezza con l'esempio della mia vita.
Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato, trovino
in me un testimone credibile del Vangelo. Toccami il cuore e rendi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra.
Concedimi la gioia di lavorare in comunione, e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Ho paura, Signore, della mia povertà. Regalami, perciò, il conforto di veder crescere i miei ragazzi nella conoscenza e nel servizio di Te.
Fammi silenzio per udirli.
Fammi ombra per seguirli.
Fammi sosta per attenderli.
Fammi vento per scuoterli.
Fammi soglia per accoglierli.
Infondi in me una grande passione
per la Verità e se l'azione
inaridirà la mia vita,
riconducimi sulla montagna del silenzio, perché impari a custodire ogni ragazzo come perla preziosa,
che Tu stesso hai affidato alle mie cure.
Amen

 

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