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Alcuni mesi fa l'Italia ha seguito con il fiato sospeso la ricerca di un bambino di 21 mesi, sfuggito alla sorveglianza dei genitori e disperso in una zona isolata e impervia del l'Appennino tosco-romagnolo. Il fatto ha catturato l'attenzione del pubblico per la giovanissima età del bambino, per i luoghi impraticabili dove lo smarrimento è avvenuto,  per il possibile esito infausto che per qualche ora si è temuto.

Tutti hanno tirato un sospiro di sollievo quando un giornalista, accorso sul luogo per seguire le ricerche, inaspettatamente ha sentito la voce del bambino che si lamentava. Il piccolo gridava: «Mamma, mamma...» e quando il giornalista gli ha gridato dall'alto: «Sei Nicola?», il piccolo non sapeva fare altro che ripetere disperatamente: «Mamma, mamma...». Questo fatto di cronaca, che prima ha colpito la nostra preoccupazione e poi ci ha concesso ristoro al momento del ritrovamento, mi ha anche suscitato una riflessione.

Si è fissata nella mia immaginazione la figura di quel piccolo bambino, in fondo ad una forra di trecento metri, per una intera notte. Che dolore, che paura, che solitudine! Ma in quella immagine mi si è presentata la situazione dell'uomo  di fronte al mistero della vita e del destino. Sono tornati a galla i versi di Manzoni, nascosti nel fondo della memoria di studente: «Qual masso che dal vertice / Di lunga erta montana, / Abbandonato all'impeto / Di rumorosa frana, / Per lo scheggiato calle / Precipitando a valle, / Batte sul fondo e sta...» (A. Manzoni, il Natale). In quel bambino in fondo al precipizio vi è l' uomo, smarrito, senza soccorso né speranza. L'unica cosa che può fare (a differenza del piccolo Nicola) è non pensarci, ma non sempre vi riesce.

Altra cosa che mi ha commosso è stato il grido di quel bambino, che non ripeteva altro che «Mamma, mamma...». Nemmeno sapeva dire il suo nome; solo aveva in fondo al suo desiderio il volto amato di suo madre. Ho pensato che è lo stesso desiderio, la stessa nostalgia inspiegabile che risuona nel fondo del cuore umano. Sant'Agostino ci parlerebbe del cuore inquieto: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (Confessioni, 1,1.5). O il grido implicito nella iscrizione di Atene, notata da san Paolo: «Al dio ignoto» (Atti 17, 23)

Infine ho cercato di immaginarmi la gioia, la sorpresa, il sollievo del piccolo bambino quando si è visto  ritrovato e soccorso. Al di là dei limiti psicologici di un bambino tanto piccolo, sarà stata per Nicola una risurrezione a nuova vita, un sollievo oltre misura. Anche in noi dovrebbe esserci lo stesso sentimento per una salvezza inattesa e gratuitamente ricevuta, in noi che abbiamo incontrato e conosciuto il Salvatore, e tale grata sorpresa ci dovrebbe accompagnare sempre, mentre invece siamo annegati spesso nella distrazione e nell'abitudine. La vicenda del piccolo Nicola ci serva di richiamo. 

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